Indro Montanelli

//   29 luglio 2011   // 0 Commenti

Nel ricordare con questa nota il più celebre e più bravo di tutti noi giornalisti, constatiamo che Indro non è mai deceduto perché la sua opera lo rende immortale e ce lo ripropone tutti i giorni quando svolgiamo il nostro mestiere di modesti scriba, mestiere imparato dal Montanelli, nel cui calamaio quelli della mia generazione tuffarono volentieri la penna. Egli fu il maestro della sintesi e della logica, capace di addensare un discorso in una sola frase, proponendoci sempre la perfezione del ragionare per farsi capire dal volgo e dall’inclito; fu il grande maestro che ci indicò come si redige un commento alla notizia, come si inquadra un obiettivo indugiandoci sopra con sobrietà ed eleganza, approfondimento e chiarezza. Lapidario fu sempre il suo commento e sovente intriso di raffinata ironia e nella logica educativa senza eguali. Lapidari i commenti alle lettere al direttore. Superlativo nelle Sue “Stanze”. Inimitabile nella Sua “Storia d’Italia” realizzata assieme a Gervaso. Ogni lettura di Montanelli è capolavoro letterario quindi è sempre l’abbeveratoio del gregge al quale si accede per dissetarsi. Ancora oggi, in questa desolante tarda età, si ama entrare nei meandri dei suoi ragionamenti, una fonte inesauribile di scienza letteraria resa semplice e leggera per la forma inconfondibile. Transitò dal “Corriere” dove i suoi editoriali furono autentici capolavori esplicativi di situazioni politiche italiane che, sempre ingarbugliate, non sempre erano comprensibili. Le sue previsioni politiche sempre frutto di prodigiosa intelligenza, centravano l’obiettivo anche a distanze ridicole.

I suoi storici suggerimenti lapidari, “votiamo DC tappandoci il naso” furono sempre densi di significato. Fu l’ultimo dei grandi liberali. Dal Corriere transitò al “Giornale”. Fondò “La voce” indugiandovi per poco tempo tornando poi all’ovile di via Solferino, ma il segno inconfondibile delle sue opinioni lasciò tracce inconfondibili nella storia seria del giornalismo.

Rifiutò nettamente di entrare in politica attiva quando gli fu offerto un seggio in Parlamento. Non ebbe mai remore ed esitazioni nella critica, e le sue previsioni anticiparono gli avvenimenti politici. Rammentare Indro, a dieci anni dalla sua scomparsa, ci ripropone l’abisso tra il grande e la pletora di noi tutti, dislocati, solitari o a gruppi sulla via maestra tracciata dal gigante del giornalismo.

Fu avulso dall’elogio anche quando sbaragliava con i suoi lapidari corsivi che sapevano nutrire le nostre falangi. E percorrevamo i suoi sentieri sui quali sono rimaste ai posteri le tracce immortali del più grande giornalista di tutti i tempi. Nel redigere questa nota non intendiamo commemorare il professionista, ma esaltare la memoria del più grande di noi che resterà sempre viva per indicarci, percepibilmente, anche nel silenzio d’altra vita e con un fascino vivificatore ebbro di un realismo smagato, il suo sussurro di maestro immortale di un giornalismo che ha saputo e sa insegnarci senza saccenza come si può indurre all’informazione e alla convinzione anche il lettore più sprovveduto.indro montanelli1


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