Relazione sull’imprenditoria femminile PDA 2012

//   19 gennaio 2012   // 0 Commenti

imprenditoria femminile 300x160E’ tangibile che dagli anni novanta in poi, il contributo delle imprenditrici all’attività economica ed all’occupazione del nostro Paese, è aumentato nel corso del tempo. Sicuramente questo aumento dell’occupazione femminile – sempre che la donna posta nella conditio di competere nel mercato globale grazie all’acquisizione di competenze professionali specialistiche – è da attribuire agli interventi legislativi promossi dai governi che si sono succeduti partendo dalla Legge n. 215/92. L’obiettivo della legge (norma “ad hoc”) era quello di incrementare l’imprenditoria in “rosa” garantendo le pari opportunità e migliorando l’economia di un territorio, garantendo l’uguaglianza sostanziale tra i generi nelle attività imprenditoriali. Lo scopo era di approvare iniziative imprenditoriali per le sole donne, attraverso il riconoscimento ai progetti selezionati, di stanziamenti sottoforma di contributi in conto capitale, erogati a fronte di investimenti. La stessa legge nel 1999 ha subito modifiche ed integrazioni, tra le quali la costituzione dei cosiddetti “Comitati per la promozione dell’imprenditorialità femminile”. Tali comitati erano stati istituiti allo scopo di incentivare, a livello regionale e locale, lo sviluppo imprenditoriale femminile, oltre ad occuparsi del monitoraggio di problematiche e le relative soluzioni per le imprenditrici.
Ebbene dal 2000 ad oggi quasi nulla è stato fatto se non in maniera molto diversificata da regione a regione, da parte di questi comitati. Ora mentre la tendenza del mercato del lavoro nella maggior parte dei Paesi dell’Unione Europea, è stata anche determinata dalla crescita del ruolo delle donne, in Italia la partecipazione di queste ultime è quasi sempre stata associata ai livelli più elevati di sottoccupazione e all’incertezza del posto di lavoro. Ed ancora, mentre si è registrato l’aumento dell’imprenditoria femminile in quasi tutti i Paesi industrializzati, soprattutto in Europa dove si è verificato uno slittamento del lavoro in alcuni settori quali l’agricoltura a favore delle attività del settore terziario e del settore di servizio investendo in maggior numero le donne rispetto agli uomini, in Italia malgrado gli strumenti normativi intervenuti, si è fatto quasi nulla al fine di incentivare e/o consolidare le risorse imprenditoriali femminili verso il miglioramento del nostro sistema produttivo ed economico adeguando il ns. Paese al ruolo internazionale e globale dei mercati attuali. Sicuramente laddove nei Paesi dell’UE compresa l’Italia, anche se in tono minore, si è sviluppata imprenditoria femminile, le stesse imprenditrici hanno creato un ventaglio di nuove attività e hanno contribuito a sviluppare un’ampia serie di prodotti e servizi.
Nonostante una tendenza al rialzo, la percentuale di imprenditrici resta ancora bassa soprattutto in Italia, in rapporto sia agli imprenditori di sesso maschile che al numero complessivo di donne presenti nella ns. popolazione. Incrementare il tasso di costituzione di nuove imprese da parte delle donne è essenziale per stimolare l’innovazione e l’occupazione della ns. economia. E’ da ricordare che il Consiglio europeo di Lisbona, ha definito una strategia ambiziosa per l’Europa, cioè quella di dare risalto alla necessità di creare un ambiente favorevole per la nascita e lo sviluppo di attività innovative, in particolare di piccole e medie imprese (PMI). Partendo da questo “assunto”, non si può che mettere in evidenza come le donne affrontino una serie di difficoltà nella creazione e nella gestione d’imprese. Sebbene la maggior parte di queste difficoltà siano comuni a entrambi i sessi, in molti casi esse tendono ad essere più significative per le imprenditrici e/o le potenziali imprenditrici. Ciò è dovuto a fattori quali un ambiente imprenditoriale povero, la scelta di tipi e settori imprenditoriali, la mancanza d’informazione, di contatti e accesso alla formazione di reti, la discriminazione sessuale e gli stereotipi, la scarsa disponibilità ed elasticità di strutture per la cura dei bambini, la difficoltà nella conciliazione degli obblighi lavorativi con quelli familiari e le differenze nelle modalità di approccio di uomini e donne al mondo imprenditoriale.
Al fine di facilitare la creazione d’imprese da parte delle donne e/o l’espansione delle attuali imprese di proprietà femminile, si dovrebbero adottare vari provvedimenti per fronteggiare questa situazione quali l’avvio, il finanziamento, il mentoring, l’informazione e la consulenza, la formazione di reti. E’ fondamentale che vi sia un’interazione continua tra la politica nazionale e quella dei Paesi dell’UE riguardo all’imprenditorialità, che vi sia uno scambio d’informazioni per la promozione dell’imprenditorialità femminile in Europa.
Orbene una delle possibili soluzioni che può incentivare e progredire lo sviluppo dell’imprenditoria femminile nel ns. Paese, è quella certamente di progettare dei percorsi integrati, che si pongono l’obiettivo di favorire l’accesso o il rientro delle donne nel mercato di lavoro, agevolando la creazione di nuove attività di impresa nei settori dei nuovi bacini di impiego locali.
Il perseguimento di questo obiettivo generale è da considerarsi un tassello di rilievo delle politiche di sviluppo perseguite nel territorio nazionale.
L’attuazione di questi progetti implicherà necessariamente la costruzione di modelli territoriali di riferimento, che favoriranno una migliore impostazione nella programmazione a medio e lungo termine, di iniziative per lo dello sviluppo locale, provinciale, regionale e nazionale nei settori d’intervento previsti dalla normativa. In questo modo saranno offerti gli elementi necessari per la definizione di piani d’azione tarati sulle opportunità e sugli effettivi bisogni locali.
Tali modelli territoriali, con gli opportuni adeguamenti, potranno essere agevolmente trasferiti ad altre realtà, sia per quanto riguarda le modalità di individuazione delle caratteristiche locali dei nuovi bacini di impiego, che per la definizione delle successive modalità di azione e delle modalità di valorizzazione delle risorse umane.
Pertanto, possiamo solo suggerire e formulare alcune soluzioni di carattere specifico, come:
1. la revisione dell’attuale modalità di erogazione dei contributi mediante trasformazione degli stessi (siano essi in conto capitale e/o in conto interessi) in “bonus fiscali”, cioè crediti di imposta, spettanti alle imprese beneficiarie e ciò almeno per due ordini di motivazioni:
a) maggiore tempestività nella fase concessoria ed attributiva dei benefici che, pertanto, non verrebbero più a generare pletorici passaggi ente-banca-ente, ma implicherebbero soltanto l’attribuzione di un apposito “codice tributo”, da utilizzare in sede di impiego del plafond concesso con le modalità tipiche del metodo compensativo verticale tra le imposte e/o i vari contributi (procedura mod. F24);
b) certezza del corretto impiego delle risorse stesse, le quali, non essendo erogate in forma “cash” (movimenti di cassa contante), evitando anche l’esborso materiale di denaro da parte dell’amministrazione erogante, verrebbero prontamente reimmesse nel circolo economico virtuoso che si innesca.
L’impresa beneficiaria, pertanto, potrebbe spendere le stesse “soltanto” per saldare le proprie pendenze di gestione nei confronti degli enti fiscali, previdenziali ed assistenziali (imposte dirette e indirette, contributi obbligatori a carico del d.d.l. in veste di sostituto di imposta);
2. la adozione di appositi strumenti, benefits aziendali, atti a facilitare la conciliazione tra la figura dell’imprenditrice in rosa (a prescindere dalla forma individuale e/o societaria, nonché da quella di dipendente e/o datore di lavoro) e gli inevitabili carichi di impegni ed incombenze socio-familiari di cui la donna è normalmente titolare, mediante:
a) Family friendly, c.d. maggiordomo aziendale, figura che dovrebbe occuparsi di gestire quel complesso di attività socio-familiari il cui espletamento ricade inevitabilmente nell’ambito dell’orario di lavoro della lavoratrice-madre e quindi in grado di alleggerirne il carico di impegni quotidiani (adempimenti postali, bancari, medici, scolastici, ect.);
b) Servizio di Baby-sitting, anche in forma condivisa tra due o più famiglie di lavoratrici, aventi analoghe necessità, per alleggerirne il costo;
c) Servizio di assistenza ai bambini e di intrattenimento-studio, reso da strutture pubbliche e/o private, mediante stipula di apposite convenzioni e/o voucher specifici, da estendere anche al periodo estivo, con articolazione degli orari coincidenti con quelli delle lavoratrici agevolandone la permanenza in azienda e quindi la loro produttività;
3. l’elaborazione di provvedimenti individuali e/o di gruppo che dovrebbero permettere alle donne di allacciare contatti, di formare reti, di imparare dalle esperienze altrui, di ricevere consulenze altamente efficaci direttamente collegate ai problemi che si trovano ad affrontare;
4. programmi di formazione in settori specializzati dedicati allo sviluppo dell’imprenditorialità femminile utili alle donne per scegliere in autonomia le competenze su cui concentrare l’attenzione. A chi abbia seguito una formazione andrebbe fornito inoltre un supporto per la fase successiva al lancio dell’impresa in cui si siano applicate le conoscenze apprese durante la formazione stessa. Tale supporto può, ad esempio, consistere in servizi di tutoraggio (mentoring) relativi ai problemi specifici delle imprenditrici. Un servizio di mentoring preventivo può, inoltre, aiutare le donne che stanno valutando l’opportunità di creare un’impresa a decidere se si tratta effettivamente di una scelta corretta;
5. la possibilità di accedere al credito elemento fondamentale per il sostegno all’imprenditorialità femminile e non solo, attraverso metodi di accesso non ingessati quali, ad esempio, le garanzie creditizie o le partecipazioni formali d’istituzioni finanziarie, che consentirebbero di ridurre i costi dei finanziamenti;
6. la formazione di reti che può dimostrarsi un’importante fonte d’ispirazione e di scambio d’esperienze tra le organizzazioni professionali. Esso può inoltre fornire alle potenziali imprenditrici la necessaria fiducia in se stesse per l’avvio di attività imprenditoriali;
7. le manifestazioni che richiamano l’attenzione dei media possono elevare il profilo delle imprenditrici, creando consapevolezza dei loro problemi, ma anche del loro potenziale;
8. una valutazione strutturata dei provvedimenti di sostegno può costituire uno strumento efficace per aiutare i decisori politici a progettare meglio le iniziative future o per attuare un nuovo orientamento delle risorse a favore delle donne;
9. l’interazione tra le varie politiche nazionali o comunitarie in favore delle imprenditrici, può aumentare l’efficacia nella promozione e nell’affermazione dell’imprenditorialità femminile.


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