Illegalità diffusa: un male tutto italiano

//   11 agosto 2011   // 0 Commenti

Francesco Saverio Di Lorenzo Presidente ASSOCIAZIONE CULTURALE ONLUS “CARPE DIEM, nata in Calabria, sodalizio che ha nel proprio DNA la cura della legalità e la crescita civile dei cittadini.

Autore del libro UNA VITA IN PRESTITO – COME D.I.A. COMANDA.

trenitalia 300x197Rimango colpito ogni volta nel constatare quanto noi Italiani siamo diversi dagli altri cosiddetti “paesi civili” o civilizzati del continente.

Inviati e reporter di mezzo mondo ci raccontano nel dettaglio come funziona la società là dove le regole ed i comportamenti della popolazione sono improntate al rispetto ed all’osservanza rigida e pedissequa delle regole.

Federico Rampini, esperto giornalista e valente scrittore, da Broadway racconta di due suoi recenti viaggi lontano da New York in vacanza in Italia. Una volta su un intercity Genova-Milano, l’altra su un regionale tra Milano Lambrate e Verona. In ognuno dei due casi i viaggiatori “pizzicati” dal controllore sprovvisti del biglietto di viaggio erano immigrati extracomunitari. Un vagone intero affollato di stranieri, di utenti che viaggiavano a “sbafo”.

Il controllore non perde la pazienza, non diventa aggressivo, è assuefatto, rassegnato. Che altro potrebbe fare contro una flotta di persone che lo sfidano, mentre esige un pagamento che non avverrà o chiede un documento che non verrà  esibito. Scene di illegalità italiana”, appunto, che dimostra lo spettacolo d’impotenza, la guerra quotidiana combattuta da una singola persona contro la micro-criminalità, quando l’infrazione diventa di massa ed è quotidiana.

L’uomo in divisa (o la donna) non è uno “sbirro”, è un impiegato che fa il suo dovere, che cerca di far rispettare le regole. Una battaglia contro viaggiatori senza biglietto, lui contro loro, ogni giorno, nonostante l’avesse annotato, nella sua relazione di fine turno e continuava a farlo ogni giorno, fino a perdere la speranza ed il desiderio di veder trionfare la giustizia prima o poi.

Rassegnato rilascia verbali generici per dare un senso al proprio lavoro, un’umiliazione evidente in quei controllori di Trenitalia, intuibile anche tra alcuni passeggeri che fanno finta di non vedere e sentire. Come chi fissa il giornale, chi fuori dal finestrino, anche loro beffati, dato che i loro biglietti e le loro tasse “sovvenzionano” i viaggiatori abusivi.

Rampini, immagina una scena simile nella “sua” New York.

Impossibile!

Un solo viaggiatore, straniero o meno non fa alcuna differenza, senza biglietto che rifiuti di pagare la multa al controllore farebbe scatenare reazioni poderose tra gli stessi viaggiatori pronti a difendere il lavoro dell’impiegato. La polizia arriverebbe in forze, armata fino ai denti, umiliando l’abusivo che non finirebbe il viaggio su quel treno, ma sarebbe arrestato e portato in manette in carcere prima di arrivare a destinazione.

Mi chiedo meglio negli Usa o in Italia?

Il ragionamento cambia ed appare diversificato a seconda dello status sociale. Se prendi la Freccia rossa o d’argento sei un privilegiato, certamente non vivi a contatto con questa gente, quindi scene di questo tipo sono inimmaginabili. E’ risaputo e fin troppo evidente che l’immigrazione, quella clandestina, si diffonde sempre tra i ceti meno abbienti, dove la possibilità di “arrangiarsi” è maggiore, dal punto di vista degli stessi cittadini italiani.

E’ un’illegalità diffusa che fa comodo ad entrambi, incoraggiata dal fatto che l’Italia è un paese con un basso contenuto di rispetto delle regole, da nord a sud, senza alcuna distinzione.

Negli Stati Uniti l’immigrazione non viene vissuta come una fonte d’insicurezza, sin dai tempi del “proibizionismo”, lo Stato impone e detta norme che tutti, proprio tutti devono rispettare, questa è la logica. In dieci anni – ci ricorda Rampini – New York ha assorbito ben 700 mila nuovi immigrati e gli indici della criminalità sono ai minimi storici.

In Italia l’influsso e l’afflusso di popolazioni provenienti da culture straniere ed estrazioni sociali basse, in alcuni casi assenti del tutto, non favoriscono di certo il loro inserimento nelle nostre comunità, già compromesse dal divario tutto nostro che negli anni ha visto contrapporre un nord Italia ad un sud peninsulare. Un “razzismo” di fondo, una propensione a qualificare “diverso” l’altro, sia esso siciliano, calabrese o napoletano, appartiene alla nostra storia, ammettiamolo pure.

Non è solo la presunta concorrenza che gli immigrati fanno agli italiani meno qualificati. Per nostra fortuna molti mestieri che “noi”, comunque, non vogliamo più fare, sono stati recuperati e rivivono grazie agli egiziani, ai marocchini, ai filippini, ai romeni e giusto dirlo. E’ lo spettacolo dell’illegalità che rende insicuri e perseguibili tutti noi.

La crescita civile di un territorio, inevitabilmente, passa attraverso l’accoglienza e l’inserimento di “disperati” del terzo millennio che approdano con mezzi di fortuna sulle nostre coste. Istruire e guidare questa gente, facendo in modo che  rispettino le leggi, è un compito primario che spetta ad ognuno di noi, dettato dalla convenienza, prima ancora che dalla necessità.


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