Il Vittorioso

//   2 dicembre 2011   // 0 Commenti

vittorio_feltri

di stefano.lorenzetto@ilgiornale.it

Era l’11 ottobre 2010. Avevo spedito da appena sette ore l’originale del Vittorioso al mio editore, Marsilio, con l’accordo che uscisse a metà gennaio di quest’anno per evitare la ressa delle feste natalizie, quando gli scaffali delle librerie rigurgitano di strenne più che le vetrine delle salumerie di zamponi. All’improvviso un incubo nel cuore della notte. Sudore freddo. Oddio, mi tocca riscriverlo daccapo! E la copertina? Da rifare anche quella. La netta percezione di dover rimettere mano ai fatti, ai giudizi, agli incastri temporali, alla gerarchia dei capitoli. Ho lavorato tutta l’estate per nulla!
Il presidente della Marsilio è Cesare De Michelis. L’editor che mi segue da oltre dieci anni si chiama Annalisa Longega. Al mattino cominciai a tempestarli di telefonate, e-mail, Sms: «Non aspettiamo gennaio, usciamo subito». Come se fosse facile mandare in libreria un’opera sia pure già scritta. Stamparla sarebbe il meno: appena 24 ore alla Grafica Veneta di Fabio Franceschi, lo Speedy Gonzales dell’editoria mondiale. Ma ci sono gli «sblocchi» da rispettare. Non ho mai ben capito che cosa siano. Una trentina l’anno, decisi a gennaio dal commerciale della Rcs, socia di maggioranza di Marsilio. Uno ogni 15 giorni, a volte uno a settimana. L’ultimo a fine novembre. In libreria ci vai solo in quelle date, sempre di mercoledì. Mai due saggi, o due romanzi, o due gialli distribuiti insieme (si cannibalizzerebbero a vicenda) e quindi per Il Vittorioso si sarebbe dovuto fare uno strappo alla regola, visto che per la saggistica della Marsilio le uscite erano già tutte coperte. E c’è da tener conto dello stoccaggio a magazzino e della distribuzione, che hanno la loro tempistica prussiana. Ma poi: perch´ uscire con due mesi d’anticipo? Non lo sapevo neppure io. So solo che la notte, soprattutto quand’è agitata, porta consiglio. E quel consiglio va seguito.
De Michelis ha il pregio di fidarsi. Dopo qualche giorno mi telefonò: «Forzando i tempi, potremmo uscire o il 24 novembre o il 1° dicembre, non prima. Scegli tu». Per carità, il 24 novembre.
Il Vittorioso fresco di stampa – lo stesso che in breve tempo sarebbe arrivato a 100.000 copie con cinque edizioni e che da domani troverete in vendita nelle edicole abbinato al Giornale – era in viaggio verso le librerie quando l’11 novembre il Consiglio dell’Ordine nazionale dei giornalisti decise di confermare, pur riducendola da sei a tre mesi, la sospensione inflitta a Feltri dall’Ordine della Lombardia per il caso Boffo. Verdetto alla terza votazione: 66 contro 66. Come da regolamento, aveva prevalso la soluzione più favorevole all’accusato. La sentenza del sinedrio degli scribi – mai visti nella giustizia ordinaria 132 giudici occuparsi tutti insieme di una sola persona – in realtà era attesa per gennaio. Essa invecchiava d’embl´e 17 delle 264 pagine del libro prim’ancora che fossero arrivate fra le mani dei lettori. La premonizione notturna di un mese prima cominciava ad avverarsi.
Ma il vero patatrac doveva ancora arrivare. Roma, ore 17 del 1° dicembre 2010. Studi romani di Canale 5, al Palatino. Puntata di Matrix dedicata al Vittorioso, in libreria da otto giorni. Nel salottino, dove fra canapè, bibite e thermos di caffè attendo che cominci la registrazione del talk show condotto da Alessio Vinci, arriva Feltri. Baci e abbracci. Chiacchiere in libertà. All’improvviso, come se fosse la cosa più naturale di questo mondo, il direttore mi dice: «Sai tenere un segreto? Guarda che non ne è al corrente neppure mia moglie». E me lo chiedi? «Lascio Il Giornale». Scusa, credo di non aver capito bene. «Me ne vado, mi riprendo Libero». Ma sei tornato al Giornale da appena 15 mesi… «Ho ricevuto un’offerta irrinunciabile. Io e Maurizio Belpietro ci compriamo una quota del 10 per cento ciascuno, diventiamo comproprietari della testata».
Allora non me l’ero sognato! L’angoscia onirica, il sudore freddo, l’inspiegabile impulso ad accelerare i tempi di stampa: tutto vero. A cominciare dalla copertina, nella quale Feltri reggeva fra le mani una copia del Giornale. Sarebbe durata meno di un mese. Certo non si poteva ordinare al disegnatore Dariush Radpour di correggerla, sovrapponendoci il logo di Libero.
Volevo scappare via. Mi salvò l’arrivo in sala d’attesa di Franco Califano, reduce da una diretta tv su non ricordo quali argomenti venerei e malfermo sulle gambe per i postumi di una rovinosa caduta lungo lo scalone da cui nel 2006 l’avevo visto scendere con passo esitante nella sua villa di Acilia. Il dialogo sulla rottura delle tre vertebre del Califfo ebbe il sopravvento sui miei giramenti di testa. Mi sentivo un pugile intronato.
Detto fatto: 20 giorni dopo, all’antivigilia di Natale, Feltri era già tornato alla guida del quotidiano che aveva fondato dieci anni prima. Il 3 giugno 2011 avrebbe lasciato Libero per la seconda volta e sarebbe approdato (per la terza) al Giornale come editorialista. Coerente con la risposta che mi aveva dato a pagina 204, là dove gli ricordavo che in lui a grandi infatuazioni fanno seguito rapidissimi disincanti e nel giro di sei mesi s’annoia di tutto e di tutti: «La ripetitività dopo un po’ mi stronca».
Ecco, stavolta è bastato aspettare meno di sei mesi e la copertina del Vittorioso, con la nostra testata in bella vista, è ridivenuta di stretta attualità. Perciò, se vi fosse capitato di acquistare il libro, vogliate considerare la presente intervista come un aggiornamento. Un pochino anche un risarcimento. Comunque l’appendice di un anno vissuto pericolosamente. Com’è nello stile di Vittorio Feltri.
Perch´ nello scorso dicembre hai abbandonato all’improvviso Il Giornale, dov’eri tornato da neanche due anni?
«Ero talmente avvilito per la sospensione inflittami dall’Ordine che ho sentito il bisogno di voltare pagina, di andarmene anche fisicamente dal luogo dove stavo patendo questa ingiustizia. Ho vissuto la sentenza come la rappresaglia di un tribunale speciale fortemente ideologizzato».
La giustificazione secondo cui i tre mesi d’inattività forzata t’avrebbero fatto ammalare, e quindi eri costretto a trasformarti in editore di Libero perch´ la sanzione disciplinare dell’Ordine ti vietava di esercitare la professione di giornalista fino al 2 marzo 2011, è parsa un po’ artificiosa, làsciatelo dire.
«È stata una reazione infantile, lo ammetto. Come andare a consolarsi alle Seychelles perch´ ti ha lasciato una donna o ti è morto il gatto. Non è che l’angoscia si cancelli mettendo 7.000 chilometri fra te e il dolore. Mi sono illuso di ritrovare a Libero il posto dov’ero stato felice. Invece mi ha accolto un’atmosfera completamente diversa, non v’era traccia n´ della rappresentanza aziendale d’origine n´ dello spirito pionieristico che ci aveva portato al successo. Ma la cosa che più mi ha dato fastidio, al di là della sospensione, è stata passare per falsario. “Feltri viene punito per aver scritto una balla sul direttore di Avvenire, costringendolo alle dimissioni”, è il ritornello che sento riproporre meccanicamente ancor oggi. L’ho detto e lo ripeto, e l’ha riconosciuto persino l’Ordine dei giornalisti: la notizia della condanna di Dino Boffo per molestie era vera. Vera! Inesatto fu solo un dettaglio, quello relativo al cosiddetto presunto “attenzionamento” da parte della questura di Milano. Ma per questo sfondone avevo già chiesto scusa a Boffo sia privatamente sia pubblicamente, sul Giornale».
Un tribunale composto da 132 giudici è sicuramente molto speciale.
«Ma tu lo sai che mi sono salvato per il rotto della cuffia? Era già stabilito: volevano confermarmi i sei mesi di sospensione. Sennonch´ nell’albergo Massimo d’Azeglio di Roma, dove s’è svolto il processo, un giornalista del Sud, uno dei 132 che dovevano giudicarmi, per ingannare il tempo prima del dibattimento s’è messo a sfogliare un vecchio numero di Panorama. E lì s’è imbattutto in una puntata nella mia rubrica Cane sciolto in cui descrivevo situazioni che gli erano familiari. Be’, s’è talmente commosso che ha deciso di cambiare opinione. È stato lui stesso poi a confessarmi il suo pregiudizio: “Sai, era tutto deciso, dovevo votarti contro anch’io. Ma dopo aver letto il tuo articolo non me la sono sentita e mi sono schierato per la riduzione della sanzione a tre mesi”».
Quanto ti sono costati, in termini economici, i 90 giorni di purgatorio?
«Penso 150.000 euro, forse 200.000. Oltre a non percepire lo stipendio, ho dovuto sospendere le rubriche su Panorama e su Monsieur e le collaborazioni televisive. Non volevo offrire pretesti di alcun tipo ai miei persecutori. Sono contro l’Ordine dei giornalisti, l’ho sempre dichiarato, e mi batterò con ogni mezzo perch´ sia abolito. Ma finch´ una legge dello Stato ne prevede l’esistenza, da buon cittadino mi sottometto. Fra l’altro sono ancora in ballo».
Sei ancora in ballo? Che vuoi dire?
«La condanna di primo grado riguardava due distinte vicende: sei mesi per il caso Boffo e due mesi per aver fatto scrivere Renato Farina su Libero bench´ fosse stato radiato dall’Ordine. In primo grado mi hanno irrogato, come usa in casi del genere, la pena maggiore, sei mesi, per sanzionare entrambi gli addebiti. Nell’appello a Roma si sarebbero dovuti esaminare i due procedimenti. Invece hanno discusso solo il primo e congelato il secondo, che pende ancora sul mio capo come la spada di Damocle. Nel frattempo Farina ha vinto in Cassazione: non potevano radiarlo dall’Ordine essendosi già dimesso di sua spontanea volontà. Ma allora se non era un giornalista radiato, bensì un semplice cittadino, aveva il pieno diritto di manifestare il proprio pensiero come sancito dall’articolo 21 della Costituzione. Dunque, di che m’incolpano?».
Mentre Il Vittorioso era in cottura avresti dovuto dirmelo che si profilava la possibilità di un ennesimo addio al Giornale, non credi? Se non altro avrei fatto disegnare una copertina diversa.
«Se l’avessi saputo, te l’avrei detto. Ma non lo sapevo nemmeno io. È vero che gli Angelucci, editori di Libero, avevano cominciato a farmi proposte allettanti già pochi mesi dopo che avevo traslocato al Giornale, però le avevo sempre respinte».
Chi ti cercò per offrirti il 10 per cento?
«Prima Giampaolo, uno dei figli, e poi anche Antonio, il padre. La cosa più imbarazzante fu che quando annunciai per la seconda volta alla proprietà del Giornale che me ne andavo, essendomi stata offerta dagli Angelucci una parte del pacchetto azionario, un intermediario molto vicino alla famiglia Berlusconi mi chiese: “Possiamo trattare su questa base del 10 per cento?”. In pratica mi veniva offerta la stessa quota nel Giornale. No, risposi, perch´ ho già dato la mia parola agli Angelucci».
Ma scusa, che te ne facevi del 10 per cento di Libero se la maggioranza restava saldamente in mano agli Angelucci?
«Non è che se lavori in un giornale per il 10 per cento tuo e per il 10 per cento di Belpietro non conti proprio un cazzo, eh».
Quanto l’hai pagato quel 10 per cento?
«Il valore nominale delle azioni, non quello di mercato: 22.000 euro».
E ce l’hai ancora?
«Attraverso l’avvocato Alessandro Munari ho chiesto di sciogliere il rapporto. Era un contratto con cui la società s’impegnava a tenermi per 10 anni. Sono tornato al Giornale con una garanzia di cinque. Dunque non l’ho di sicuro fatto per interesse».
Che cosa non ha funzionato nel tuo ritorno sulla tolda del quotidiano che avevi fondato nel 2000?
«Il direttore responsabile è Maurizio Belpietro.

Con il quale, per carità, vado d’accordissimo. Ma un’auto o la guidi tu o la guida un altro. Se lui tiene il volante e io impugno la leva del cambio, come si fa? Andiamo a sbattere».
Lo sapevi anche prima di ritornarci.
«Sì. Ma un conto è aver presenti le difficoltà che credi di poter gestire e un altro conto è l’impatto con esse. È un po’ come il governo Monti. Sulla carta sembra tutto bellissimo: andiamo d’amore e d’accordo, l’intesa è ampia, decidiamo le cose che fanno bene all’Italia. Per esempio? Aboliamo le pensioni d’anzianità. Vaffanculo, ti dice una parte della maggioranza».
È strano che proprio tu, grande appassionato di ippica, non abbia tenuto conto dell’aforisma shakespeariano: «Se due sono in groppa a un cavallo, uno deve andare dietro».
«È una frase molto vera, fosti tu a dirmela, me la sono anche rivenduta in un’intervista, con Luca Telese del Fatto Quotidiano, credo. Non c’era niente di personale con Belpietro. Continuiamo a vederci a pranzo. Così come non c’era niente di personale con Alessandro Sallusti quando un anno fa lasciai Il Giornale. Anzi, fui io, prima che l’Ordine mi condannasse, a decidere di ritagliarmi il ruolo di direttore editoriale affinch´ lui diventasse direttore responsabile. Poi l’estate scorsa sono ritornato da editorialista e non da direttore editoriale, e lì un po’ m’è sfuggito il motivo. Tant’è che a Porta a porta o in altri talk show mi presentano ancora come direttore editoriale del Giornale. Io continuo a spiegarglielo che non ho più questo ruolo, ma non c’è verso di farglielo entrare in testa».
Quando ti ho chiesto il motivo della tua seconda uscita da Libero, mi hai risposto: «Con Belpietro ci siamo trovati nelle condizioni di quei due gentiluomini che davanti a una porta aperta fanno a gara su chi non debba entrare per primo, “prego, passi pure”, “ci mancherebbe altro, dopo di lei”, e intanto viene notte…».
«È così. Ti faccio un esempio pratico di quello che accadeva a Libero. C’era da scrivere il fondo. “Lo vuoi fare tu?”. “No, lo vuoi fare tu?”. Se dici: “Lo scrivo io”, prevarichi. Se dici: “Scrivilo tu”, sembra che scarichi sull’altro».
E quindi come facevate? Alle bombe del cannon, bim bum bam?
«No, è logico che poi alla fine un accordo lo trovi. Ma ogni volta questo minuetto… Mi metteva a disagio. Tu dirai: “Che stupidaggine!”. Lo so, però a me provocava fastidio lo stesso. Sono vecchio, viziato, abituato da 23 anni a fare il direttore, cioè quel cazzo che mi pare. E poi tieni conto che mi trovavo a casa mia, Libero l’ho fondato e portato al successo io, mica mia sorella».
Sul cavallo chi stava davanti e chi dietro?
«Facevamo un po’ per uno. Che è anche peggio di stare sempre dietro».
I maligni sussurrano che le frizioni erano cominciate fin dal primo giorno, quando non hai riavuto quella che era stata per dieci anni la tua stanza.
«Non è così. Io delle stanze me ne fotto».
Invece qui al Giornale la stanza che fu di Indro Montanelli te la restituiamo sempre.
«Sì. Quando nel giugno scorso sono tornato in via Gaetano Negri per la seconda volta, Sallusti mi ha fatto ritrovare il mio ufficio. Senza che gli chiedessi nulla. È stato un gesto che ho molto apprezzato».
In compenso non fu molto generosa la frase che pronunciasti nella conferenza stampa di presentazione del ritrovato sodalizio con Belpietro: «Sono andato via da un giorno e già Il Giornale mi sta sui coglioni».
«Questa è una cosa che… Madonna, non sai quanti me l’hanno rimproverata! Compreso Mario Giordano, che ho assunto al Giornale e che giurava di nutrire per me imperitura gratitudine. Nessuno s’è accorto che era una citazione scherzosa tratta da Un povero ricco, film del 1983 in cui Renato Pozzetto è un imprenditore ossessionato dalla crisi economica, il quale su consiglio dello psicologo si traveste per un periodo da barbone in modo da adattarsi mentalmente a un’eventuale vita di privazioni. A un certo punto l’industriale esclama: “Sono povero da appena un giorno e già i ricchi mi stanno sulle palle”. Insomma, se giocavi nel Milan e sei passato all’Inter, non fai il tifo per l’Inter? Un professionista diventa tifoso per contratto».
Sallusti ti rese la pariglia con uno Spillo in prima pagina: «C’è chi è pagato da Berlusconi e chi è pagato dai contribuenti. Bisogna saper scegliere».
«Sì, ma aveva lavorato al mio fianco a Libero quasi dal primo giorno e c’è rimasto fino al 2008 come direttore responsabile, quindi significa che anche lui è stato pagato dai contribuenti. Sono argomenti polemici che si usano, ma non scalfiscono. Del resto, come tu sai, tutti i giornali ricevono soldi dallo Stato sotto forma di sconti sulle tariffe per le spedizioni postali in abbonamento, agevolazioni telefoniche ed elettriche, in passato persino rimborsi per l’acquisto della carta».
Sallusti ti rinfacciò d’aver cambiato bandiera anche in politica. Parlando a Cortina d’Ampezzo, avevi dichiarato che Berlusconi non aveva i numeri per diventare capo dello Stato e che sarebbe stato addirittura meglio se non si fosse ricandidato neppure a premier.
«La seconda cosa non l’ho detta. Anche lì si trattava di una frase ironica. Mi avevano chiesto se il Cavaliere potesse ambire alla presidenza della Repubblica. Certamente, risposi, però non riesco a immaginarmelo mentre rincorre le ragazze nei saloni del Quirinale, inseguito dai corazzieri nudi che vogliono partecipare al bunga bunga. Putiferio. Tutti a riprendere la spiritosaggine come se fosse un giudizio politico. Il Cavaliere mi telefonò. Rideva: “So benissimo come vanno queste cose. Basta che io faccia una battuta e subito i giornali la riportano in modo tale da scatenare una polemica basata sul nulla”».
Rivedremo mai più Berlusconi presidente del Consiglio?
«Mai dire mai. È l’uomo più combattivo che conosca, dotato di un ottimismo ai limiti dell’incoscienza. Per 17 anni hanno scritto che sarebbe morto l’indomani e invece se n’è andato sulle proprie gambe. Mario Monti non durerà quanto lui, questo è poco ma sicuro».
Per spiegare il tuo ritorno al Giornale, con me hai tirato in ballo la sconfitta elettorale del Cavaliere alle amministrative di maggio e la disfatta di Milano: «Di solito si sale sul carro del vincitore. Io ho voluto salire su quello del perdente».
«Confermo. L’inizio della fine è stato il tradimento di Gianfranco Fini, che ha costretto il governo a chiedere una fiducia al giorno. Berlusconi doveva andare al voto prima che scoppiasse il casino dell’euro».
Intervistato da Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera, l’ex presidente del Consiglio ha lasciato chiaramente intendere che la linea tenuta in questi anni dal Giornale e da Libero gli ha arrecato più guai che benefici. Ce l’aveva con te?
«Quando Berlusconi dice che non detta la linea del Giornale, è sincero. Al momento di ogni mia assunzione con l’editore ho concordato quale dovesse essere il posizionamento politico della testata. Una cosa molto generica. I contratti nel nostro mestiere fanno testo. Dopodich´ mi sono sempre regolato secondo coscienza, come d’altronde fa oggi Sallusti, senza mai interpellare n´ Paolo n´, tantomeno, Silvio. E loro non hanno mai intralciato il mio lavoro. Neppure una volta mi sono preoccupato di compiacere prima Forza Italia e poi il Pdl, che spesso, attraverso vari leader, hanno manifestato irritazione nei confronti del nostro quotidiano. Il direttore di un giornale è consapevole dei rischi che corre, incluso quello d’essere licenziato. L’editore infatti ha un solo potere: cacciare il responsabile se non lo considera più di suo gradimento. Certi rapporti sono fiduciari. Se viene meno la fiducia, meglio romperli».
Si vocifera che il tuo secondo, precocissimo divorzio da Libero sia stato determinato dalla scoperta che nei bilanci mancavano all’appello 18 milioni di euro di contributi per l’editoria, bloccati dallo Stato perch´ la famiglia Angelucci non ne avrebbe diritto.
«Non mi ha fatto piacere, ovvio, ma non è stata quella la causa. Mi avevano assicurato che il ricorso al Tar contro la decisione dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni sarebbe andato a buon fine».
Se il Tar avesse dato ragione all’Agcom, col tuo 10 per cento di azioni saresti stato chiamato a sborsare 1,8 milioni di euro per ripianare il buco.
«Il ricorso è ancora pendente. Comunque gli Angelucci s’erano impegnati a coprire tutto loro. Non posso che parlarne bene».
Se «con Berlusconi è come con le donne, dopo un po’ di tempo ti stanchi», come affermi nel Vittorioso rievocando la prima uscita dal Giornale nel dicembre 1997, chi garantisce ai lettori che non cambierai idea un’altra volta?
«Non ho mai cambiato idea. È la realtà che cambia. Come faccio a garantire? Non è che mi sono fatto prete, non ho dato i voti».
Con questi avanti e indrè non credi d’averli un po’ stufati, i tuoi lettori?
«Sì, il sospetto m’è venuto, anche se nessuno mi ha inviato lettere d’insulti o di biasimo. Ai lettori di Libero era difficile spiegare perch´ me ne andavo, e infatti non sono riuscito a spiegarlo. Molti si sono arrabbiati. Li capisco. Mi sono comportato come Jos´ Mourinho quando ha lasciato l’Inter dopo aver vinto la Champions League. I tifosi ci sono rimasti di palta».
Il mensile Prima Comunicazione ha scritto che il tuo effetto magico sulle tirature è svanito.
«Al Giornale non sono tornato come direttore, quindi come fanno a lanciarsi nelle comparazioni? Quando io e Sallusti entrammo qui, il deficit ammontava a 22,7 milioni di euro. Quest’anno sarà intorno ai 3 milioni. L’87 per cento in meno».
T’aspettavi che Il Vittorioso avesse così tanto successo?
«Assolutamente no, pensavo che arrivasse a 25.000 copie, non certo a 100.000».
Enoe Bonfanti, tua moglie, che commenti ha fatto dopo averlo letto?
«Ha trovato qualcosa da ridire sul titolo: “Sei il solito esagerato”».
Mentre presentavamo Il Vittorioso al Circolo dei lettori a Torino, ti sei lasciato sfuggire che due o tre frasi magari era meglio se non le avessi pronunciate. Quali?
«E chi cazzo se le ricorda, scusa. Io archivio in fretta. Forse mi riferivo a qualche vaffanculo di troppo. Sebbene pure in questa intervista… Quanti ne avrò detti?».
Compresi gli ultimi? Tre «cazzo» e due «vaffanculo», se non ho contato male.
«Be’, è quasi oxoniana, come media. Magari vedi di toglierli, va’, che è meglio».
Non è che adesso stai tramando qualcos’altro, vero?
«No, no, che cosa vuoi che trami. Non è il momento. Alla mia età, poi. Sono già 68».
Lo so.
«Eppure mi sento come vent’anni fa, grazie al cielo non ho problemi di resistenza. Lavoro più di un tempo e faccio meno fatica. È grave, tu che dici?».
stefano.lorenzetto@ilgiornale.it


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