Il ritorno di Forconi, forcaioli e … volpini

//   25 gennaio 2012   // 0 Commenti

forconi 300x185La storia del pensiero ed anche quella effettuale insegnano che la democrazia è la migliore delle forme possibile di governo. Non per la sua perfezione (contraddetta da infiniti incidenti di percorso) ma per la sua continua riformabilità. Potremmo dire: finchè c’è democrazia, la politica coltiva la sua speranza migliore.
Viste le cadute della politica nostrana, qualcuno potrebbe derubricare tale equazione nella categoria delle illusioni. Noi preferiamo considerarla, in senso lapiriano, SPES CONTRA SPEM.
In altre parole non ci rassegniamo, convinti come siamo che la politica ha una vocazione architettonica in relazione al bene comune, a prendere come parametro unico una politica degenerata e patologica. La fatica della politica, a volte improba,altre sul filo delle mediazioni impossibili, è l’unico farmaco atto a superare la tendenza più oscura del vivere nella POLIS, quella che Thomas Hobbes riassumeva nella formula “homo homini lupus”, una giungla in cui OGNI UOMO E’ LUPO PER L’ALTRO UOMO.
L’orditura della politica democratica, l’opposto della filosofia delle impazienti scorciatoie, non si fonda più da tempo sulla nobiltà del sangue, sull’ereditarietà o sulle prerogative aristocratiche. La selezione dei migliori avviene non nell’iperuranio di un mondo a parte, ma attraverso la piazza gladiatoria del consenso. E’ solo tale esercizio, se non degenera in lotta per la lotta e potere fine a se stesso, che corrobora e consolida le ragioni democratiche dello stare insieme nella città degli uomini, sia esso uno sperduto Comune di montagna o l’intera nazione italiana.
E’ per questo che ho sempre diffidato di chi, entrando nell’emiciclo della politica, fa di tutto per non sporcarsi la toga e non impolverarsi le luccicanti calzature, anzi si compiace, in modo quasi voluttuoso, della sua superiorità morale, intellettuale, addirittura antropologica.
La politica, quella vera, è insieme luogo delle sacre regole da rispettare e della prassi quotidiana, che solo il buon senso ed il “fiuto” dell’animale politico, legittimato dal consenso del suo popolo, riescono a mixare.
Per quegli scherzi che la storia a volte realizza, Hegel l’avrebbe chiamata astuzia della ragione, sembra che i nostri attuali governanti incarnino la rivincita della prima classe dirigente ( bocciata dalla storia ) che formò il Regno d’Italia ottocentesco. La loro unica ragion d’essere, a parte il gradimento di Vittorio Emanuele II di Savoia, a cui lo Statuto albertino conferiva ampio potere, era il generico status di uomini probi ed onesti, fedeli custodi dell’ideale risorgimentale. Peccato che l’investitura provenisse loro da poche centinaia di migliaia di elettori, più sensibili allo status sociale che li accomunava agli eletti che alle loro idee politiche. Peccato, inoltre, che la loro ossessione per il pareggio di bilancio abbia portato in dote all’Italia lunghi decenni di ingiustizie e mancato decollo.
Si tratta di quella stessa classe dirigente, in gran parte laicista ed anti-clericale, che ha costretto ai margini dello Stato risorgimentale il vitalissimo mondo cattolico italiano. Proprio tale mondo, grazie ad una grande capacità morale ed organizzativa, ha consegnato al Novecento due partiti diversi, non sicuramente perfetti, entrambi capisaldi della nostra democrazia partecipativa: il PPI e la DC. La loro legittimazione elettorale e, prima ancora, il loro radicamento tra la gente, hanno sancito la sconfitta del modo “risorgimentale” di concepire la politica italiana.
Queste due grandi forze interclassiste e popolari hanno incanalato il dissenso verso lo Stato sul versante della progettualità ricostruttiva o, come amava dire Don Sturzo, delle “sintesi sociali”.
Dinanzi allo sconfortante panorama della non politica attuale, definibile come l’era dei professori universitari; dei “commessi di Stato” promossi a timonieri di governo; dei capitani non coraggiosi della finanza made in Italy; di lobbisti cresciuti all’ombra di qualche campanile protettivo; urge non un risveglio, ma IL RISVEGLIO della politica. Indietro non si può nè si deve tornare!
Pensavamo che l’epoca dei forconi fosse un reperto archeologico del passato borbonico ed un simbolo arcaico dell’indipendenza della Trinacria. Eravamo convinti che la stagione dei cappi ciondalanti al vento si sposasse con il Terrore neo-giacobino e non con la fase più matura della II Repubblica italiana. Infine, sognavamo che i trucchi gattopardeschi rappresentassero solo un vizio dei tanto vituperati marpini della I Repubblica, per svegliarci invece con “volpini” che, sponsorizzati dalle più varie “carbonerie” contemporanee, succhiano le ruote del Governo per studiare di tutto e di più: da Presidente del Consiglio a Sindaco di Roma.
Aristotele ci ha insegnato a distinguere l’importanza della sostanza rispetto agli accidenti. A noi tutti, custodi di porzioni piccole o grandi di partecipazione, il compito di badare meno alle frazioni di spread e più al coefficente di democrazia. La trave nell’occhio è sempre più insidiosa della pagliuzza!

Franco Banchi – PopolarliberaliEuropei


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