IL PROBLEMA NON SIAMO NOI

//   14 maggio 2014   // 0 Commenti

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La brillante lettura dei dati Eurostat condotta da Unioncamere, Fondazione Symbola e Fondazione Edison ha pubblicato nei giorni scorsi un dossier dal titolo 10 verità sulla competitività italiana.
“Il sistema delle nostre imprese è sanissimo ma sta scontando le enormi difficoltà presenti” così Ferruccio Dardanello (Union Camere).
Della stessa positiva opinione Ermete Realacci presidente di Symbola.
“ Se l’Italia continua a fare l’Italia abbiamo davanti un futuro positivo. Ciò non significa che l’Italia non abbia bisogno di riforme radicali: di meno burocrazia, meno fisco, meno vincoli”. Una vera rivoluzione liberale quindi.
I dati parlano chiaro siamo una delle prima economie del mondo e che tutti i governi di centro destra che si sono succeduti dal ‘96 ad oggi hanno fatto tutt’altro che disastri. Con Silvio Berlusconi al governo c’è stata una crescita verticale delle esportazioni, un miglioramento del deficit, ed una sensibile diminuzione del debito pubblico.
L’Italia è stata la sola insieme ad altri 5 paesi ad essere stata in grado di mantenere un surplus economico anche nel tragico anno 2012. Il bel paese ha chiuso con un surplus di 113 miliardi di dollari, gli unici in Europa insieme alla tanto invidiata Germania. Fanno registrare un segno meno Gran Bretagna, Francia e Usa. Altro motivo importante per vedere il bicchiere mezzo pieno riguarda il settore delle industrie. In 935 prodotti dei 5117 prodotti scambiati nel mondo l’Italia ha la leadership. Sempre per parlare di dati con una quota di esportazione al 71% pari ci piazziamo al pari degli Usa al secondo posto secondi soli alla Germania.
Nel comparto turistico siamo il primo paese per numeri di pernottamenti di turisti extra-Ue. Analizzando i conti siamo anche il paese che negli anni è riuscito a ridurre maggiormente l’incidenza del proprio debito su quello europeo che è gradualmente sceso dal 28.7% del ’95 al 26.8% nel 2007 per arrivare al 22.1% del 2013. Andiamo forte anche nel risparmio con il più alto avanzo primario cumulato dal 1996 al 2013 di ben 591 miliardi. La Germania non va oltre i 371 miliardi mentre in disavanzo si trovano la Spagna 192 miliardi, la Francia 311 e la Gran Bretagna 364. Rilevando invece il debito aggregato ( quello pubblico sommato a ricchezza delle famiglie e delle aziende) siamo con il 261% del Pil tra i meno indebitati secondi solo a Germania e Francia.
Gode di ottima saluta anche il settore dell’ambiente, l’analisi Unioncamere-Symbola mette in luce che con 104 tonnellate di anidride carbonica e 41 di rifiuti per ogni milione di euro prodotto siamo al top in Europa, al primo posto anche nel riciclo (24,1 milioni di tonnellate recuperate). La green economy in Italia produce e va. Nel 2015 il 51% delle pmi italiane avrà almeno un lavoro verde, dato doppio rispetto la Germania.
Lungo preambolo con i dati veri e numeri per giungere al sospetto che la Germania attraverso alcuni diktat europei abbia volutamente contrastato la corsa dell’Italia, unico paese davvero capace di impensierire i tedeschi sul mercato globale. Le parole di alcuni economisti sono spesso solo buttate al vento, chi parla di mancanza di competitività anzichè dei problemi legati al costo del lavoro evidentemente non conosce la realtà ( vedi l’intervento della politica francese Cristine Lagarde). L’export da ottimi risultati anche in settori maturi come il tessile o l’agroalimentare. Come mai non si fanno domande sulla Francia che perde di competitività nel turismo e nelle quote di mercato estero?
Sorge allora naturale il dubbio che Mario Draghi (Mr Bce) tergiversi nel raffreddare il cambio euro-dollaro per volere dei Paesi del Nord e con l’intento di remarci contro.
Paesi che come noto hanno economie finanziate e che ciò nonostante producono poco mentre l’Italia pedala.
L’unico fardello che il paese deve portare è quello dettato dalle politiche fiscali che sono state imposte dall’Europa che hanno causato l’attuale crollo dei consumi. Andiamo meglio all’estero con una crescita del 16,5% piuttosto che all’interno dei nostri confini dove perdiamo un 15,9%. La Germania ha perso solo lo 0,3% di domanda interna con export del 11,6%, la Francia ha fatto registrare un +4,6% e un +5,9%.
Il fisco è diventato un aggregatore di ricchezza diffusa per poterla aggredire a partire dal governo Monti. Questo è quanto accaduto. Le cifre Eurostat ci dicono che l’Italia ha fatto il proprio dovere mentre diversi altri hanno fatto i furbi. Un bel all’allargamento del debito aggregato ( quello pubblico più quello delle famiglie). Quello italiano dal ’95 ad oggi è cresciuto del 61% anche perché le famiglie e le aziende hanno intaccato i risparmi riversandoli nelle casse pubbliche attraverso le imposte, in Spagna il debito è cresciuto del 141% in Francia del’81%, in Inghilterra del 93%, la Grecia è andata oltre il 147% ma anche la Merkel che sembra voler dare lezioni di economia a tutti ha in realtà messo mano ai debiti che hanno comunque subito una crescita del 24%. Ci auguriamo e credo spetterebbe alla classe politica fare un po’ di informazione in questo senso e dire ciò che realmente ha fatto e può fare l’Italia magari in occasione della prossima Commissione europea.
LA SOLUZIONE DELLA SVALUTAZIONE DELL’EURO? LA GERMANIA DICE NO
La banca centrale europea è viziata dall’influenza tedesca, si attendono le elezioni europee del 25 maggio per optare per una politica più gratificante e per far sì di non stimolare il movimento tedesco anti-euro in una Germania dove la maggioranza dell’elettorato pensa erroneamente che un po’ di inflazione in più possa essere un dramma. Segnalando che gli anti-euro tedeschi sembrano più importanti di altri che chiedono invece a gran voce una politica dell’eurozona meno restrittiva per farla respirare (vedi la richiesta della Francia che ha premuto la Bce per una svalutazione dell’euro) secca la risposta della Germania che ha commentato dicendo che la Bce deve restare autonoma dai governi.
Spetterebbe ai governi il cambio dell’euro e per teoria e per forma pur tenendo conto che nel mondo reale il cambio viene stabilito dai flussi globali di capitale, mossi da calcoli rischio/rendimento di chi fa mercato, influenzati però dalle banche centrali.
Il presidente francese ha però pensato bene di porre strumentalmente il problema del cambio per poterlo ritirare, in sede di incontri bilaterali con Merkel con in cambio però l’ok per manipolare i bilanci, come di consueto.
Da tutto emerge però la decisa posizione tedesca: l’euro non si svaluta. Stop. E questo potrebbe ovattare la buona notizia: se la Bce ha rinviato la decisione di reflazionare (e svalutare) a giugno ciò significa che la mossa è forte a sufficienza per far indispettire la Germania e se i tedeschi restano con la luna storta sarà difficile che le decisioni efficaci passino il vaglio tra governi ed entro la Bce.
E Mario Draghi come interverrà e cosa farà? Da un parte non allenterà troppo da un punto di vista monetario come fatto dalla Fed in quanto si tratta di manovre (come sottolineato dall’economista Feldstein), non portatrici di una svalutazione dell’euro contro dollaro, che è il fatto più risolutivo. Dall’altra la Bce è in ritardo di un anno. Il motivo? La Corte costituzionale tedesca accettò di ricevere (mettendo davanti il diritto nazionale su quello europeo) cosa che in Italia non sarebbe possibile. Denunce tedesche che imputavano a Draghi mosse assolutamente vietate dai trattati, con sotto la Bundesbank che buttava benzina sul fuoco. A questo punto e alla luce dei fatti il rinvio per queste decisioni tecniche da parte della Bce ci sta. Draghi ha fatto il suo e saggiamente ha preferito non esasperare lo scontro con la Germania per non ufficializzare e rendere esplicita e destabilizzante la mancanza di indipendenza della Bce ma tutto questo a fatto un bel po’ di vittime sotto l’aspetto economico.
Il conflitto non poteva e non doveva esserci, la sua garanzia personale sugli euro debiti sarebbe stata annullata ed il mercato avrebbe mandato verso l’insolvenza il debito italiano ed altri, causando milioni di morti economici. La corte tedesca ha dovuto inviare il dossier a quella europea, ma con l’opzione della competenza per un verdetto finale. Draghi è tra due fuochi in pratica.
L’obbiettivo per gli sviluppi attesi a giugno sarebbe quello di riallineare il cambio del dollaro con quello dell’euro per far finire l’effetto di freno alla crescita e di troppa bassa inflazione causato dalla sopravalutazione del secondo.
L’America non potrà tenere il dollaro così basso ancora a lungo anche se vorrebbe e questo aiuta ma in ogni caso la Bce dovrà prendere una posizione forte, Draghi ha le mani legate. Che non convenga andare a parlare direttamente a Berlino e chiedere di lasciare stare la Bce..


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