Il piacere della disonestà

//   4 giugno 2012   // 0 Commenti

corruzione

Sono giunto a toccare i sessant’anni di età e rimango ancora perplesso nel constatare quanto sia dilagante la corruzione nella pubblica amministrazione e nei gangli del potere nel sistema paese.
La cronaca si arricchisce quotidianamente di scandali che vedono sempre più spesso protagonisti personaggi di primo piano della politica nazionale. In questi giorni abbiamo appreso il caso dell’On Luigi Lusi, della ex Margherita, indagato per il reato di appropriazione indebita per aver sottratto circa 13 milioni di euro dalle casse del defunto partito, di cui era tesoriere, fondi ricevuti dallo Stato e versati al partito sotto forma di rimborsi elettorali nel periodo 2008-2011.

Lusi ha ammesso l’addebito e candidamente ha dichiarato di essere pronto a restituirne solo cinque di milioni, anzi che l’intera somma sottratta. Si badi bene stiamo parlando di deputati in carica, personaggi che siedono in Parlamento, politici che dovrebbero rappresentare e tutelare gli interessi collettivi.
Casi limiti? Neanche un po’. Si pensi che la corruzione della politica e della Pubblica Amministrazione costa agli italiani qualcosa come sessanta (dico 60) miliardi di euro annualmente, mille (dico 1.000) euro a persona, molto di più dei sacrifici imposti dal governo Monti con la recente manovra finanziaria.
Tangenti, mazzette, bustarelle, regalie, ogni mezzo è buono per ottenere appalti, privilegi, posti di lavoro, velocizzare pratiche altrimenti lunghissime.
E’ un sistema divenuto consuetudine, una prassi consolidata alla quale nessuno fa caso, a meno che l’ingranaggio non si inceppi ed a quel punto e solo allora vengono a galla responsabilità e denunce.
Non c’è da stupirsi, tutto avviene normalmente, quasi alla luce del sole. Il figlio di un industriale, con mia sorpresa, alla domanda perché avesse dato la tangente a quel funzionario, rispose che lo aveva fatto da sempre il padre e tutto ciò gli appariva normale, come un atto dovuto, una sorta di tassa che riteneva dover corrispondere volentieri senza forzature e spasmi d’animo. Una “dazione ambientale”, insomma, come venne definita dal Tribunale di Milano ai tempi di “mani pulite”.
Nella logica delle aziende, la tangente è una voce invisibile del bilancio che si paga ricorrendo ad appositi fondi neri. La tangente è di fatto un costo d’impresa non troppo dissimile dalle spese per il personale e dal costo delle materie prime. Per l’azienda corrompere conviene in base ai ricavi prevedibili ed al rischio di sanzioni e risarcimenti, anch’essi contabilizzati nelle menti e nei taccuini segreti di una moltitudine di manager d’assalto. Corrompere è un affare, perché il rischio di essere scoperti resta basso e quello di essere perseguiti appare un’inerzia.
La Corte dei Conti ha stimato che dei 60 miliardi persi a causa della corruzione della sola Pubblica Amministrazione, se ne recuperano annualmente meno di 300 milioni, cioè appena il 2%.
La voce più consistente della clamorosa industria della corruzione è quella degli appalti pubblici. Gli enti italiani spendono cifre insensate per l’acquisto di beni e servizi dalle imprese private. A seconda dei settori e delle singole commesse, il prezzo d’acquisto subisce maggiorazioni che vanno dal 20% ad addirittura cinque volte il valore reale dei beni acquistati.
Esistono un certo numero di aziende che, senza le commesse pubbliche acciuffate a colpi di mazzette, si ritroverebbero a chiudere la loro attività ed a lasciare a casa i loro dipendenti e ce ne sono molte altre che proprio per non aver voluto o potuto pagare una tangente hanno finito col fallire.
A tutto ciò deve aggiungersi il fenomeno, tutt’altro che marginale, della corruzione del funzionario da parte delle aziende o del singolo cittadino per l’agevolazione di una qualche pratica burocratica, autorizzazioni, nullaosta, certificazioni, licenze ed una incredibile varietà di altri atti, spesso dovuti, il cui rilascio ha la curiosa tendenza ad incepparsi senza alcuna comprensibile ragione.
In tale disamina non va annoverata la strategia operata dalla criminalità organizzata e dalle consorterie mafiose nazionali ed internazionali nei riguardi della stessa pubblica amministrazione o della politica. Di ben altro spessore giungerebbero i dati ed i numeri se provassimo ad analizzare ed approfondire le risultanze che girano intorno ad un fenomeno non del tutto italiano.
La percezione che traspare a livello internazionale della nostra bell’Italia, sotto questo aspetto, non è edificante. Rapporti, più o meno ufficiali, ci confermano che ci troviamo retrocessi nella classifica delle nazioni corrotte, alla pari elle isole Samoa, la Macedonia ed il Ghana.
La domanda che mi viene di getto è: perché qualcuno dovrebbe investire da noi?


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