Il manuale dei lavoratori dipendenti

//   16 marzo 2012   // 0 Commenti

lavoratori

di Avv.Giancarlo Mengoli

Uno spettro si aggira per l’Europa ed in particolare per l’Italia: lo spettro dell’economia globale.
Essa, togliendo all’Europa e all’occidente il primato produttivo, sta facendo crollare le vecchie strutture politiche, economiche e sociali, ponendo tutti (o meglio quasi tutti) di fronte alla cruda realtà: una prospettiva generale di incertezza, di perdita, di povertà.
Tuttavia falsi profeti si indirizzano ancora ai lavoratori con il vecchio linguaggio. Sono i componenti della privilegiata borghesia burocratico-sindacale, che sono infatti ancora ben esenti dai problemi di incertezza del lavoro, di perdita di reddito e dei propri risparmi, perché sono sostenuti e mantenuti dai lavoratori dipendenti, così come dagli artigiani, dai lavoratori autonomi, delle piccole imprese, tutti senza esclusione impegnati a nutrire il Moloch di questa classe dominante, che con indubbia furbizia li adula mentre li sfrutta, additando i datori di lavoro come soggetti da odiare, deviando su di essi amarezze e paure.
Questa nuova casta richiede, oltre ai benefici finanziari, anche il plauso e l’ossequio, il riconoscimento del fatto che essi operano per il bene pubblico o almeno dei lavoratori dipendenti, mentre nella realtà operano per il loro privato interesse.

Se si guarda indietro, al primo dopoguerra, emerge che il lavoro, come recita oggi solo formalmente la Costituzione, fosse un valore primario, ancora accessibile a tutti e fonte della dignità e della libertà dell’individuo. In effetti, caduto lo statalismo fascista, l’Italia recuperava prodigiosamente, nella libertà del lavoro, le forze e le prospettive di crescente benessere, in un vero miracolo
economico, fondato su questa libertà, che toccava tutti. Allora non esisteva il celebrato Statuto dei lavoratori, oggi vera e propria prigione dei lavoratori. Essi il lavoro se lo sceglievano liberamente, cambiandolo con facilità, progredendo nelle mansioni
e nella retribuzione ed ottenendo il compenso del proprio lavoro per quello che individualmente valeva, mentre il rapporto di lavoro si poteva sciogliere consensualmente e pacificamente. La conseguente flessibilità rendeva facile trovare un altro lavoro. Esisteva quella naturale armonia tra due soggetti liberi, il lavoratore ed il datore di lavoro, ciascuno dei quali perseguiva il proprio interesse. Ciò portava ad un libero rapporto sostenuto appunto dal convergere dei reciproci interessi per tutta la sua durata, con libertà, lealtà e dignità, perché chi non è libero non ha dignità e comunque non se la riconosce intimamente, non ha l’orgoglio della propria
persona e del proprio lavoro, come elemento essenziale dell’esistenza. Poi, nel pacifico e proficuo e libero rapporto umano si è inserito lo Stato, che ha deferito alla classe burocratico-sindacale un illimitato potere, sia di rappresentanza che sostanzialmente legislativo.

Il lavoratore non è stato più ritenuto né capace né meritevole di tutelare individualmente i propri interessi da uomo libero. E’ stato privato del diritto di potere stipulare contratti individuali e di avere rapporti diretti col datore di lavoro senza il carico dell’intermediazione della classe dominante sindacale. Il lavoratore è stato quindi portato a ritenere di avere sempre necessità di questa onerosa intermediazione.
Ciò è stato fatto con una tecnica del tutto semplice: rompendo il precedente rapporto di lavoro aperto e leale e in sostanza armonioso tra due soggetti liberi ed uguali, per la soddisfazione dei reciproci interessi liberamente tutelati da ciascuno in modo individuale e sostituendolo con la fiera ed aprioristica contrapposizione, con la guerra tra lavoratore e datore di lavoro, a suo tempo individuato da Carlo Marx nella borghesia, che però non esiste più, almeno nel senso allora descritto. In effetti la classe operaia-proletaria, chiamata nell’Ottocento da Marx alla guerra, non poteva che organizzarsi come esercito, al fine di agire come un solo corpo possente. E un esercito, inevitabilmente e necessariamente, si organizza in una scala gerarchica, togliendo alla grande massa dei semplici soldati ogni potere e diritto di iniziativa, per evitare l’anarchia, e creando una casta distaccata e ristrettissima di ufficiali con ogni potere sui propri rappresentati/sottoposti. Ovviamente lo stato di guerra doveva, nei programmi, durare solo fino alla prossima inevitabile e definitiva vittoria. Così non è stato e la guerra è divenuta e rimane tuttora permanente; le conquiste da ottenere sono continue perché la realtà le vanifica ed ogni battaglia ne richiede una successiva.

Per combattere questa guerra continua e senza fine i lavoratori hanno sacrificato la loro personalità, il diritto di iniziativa individuale, la soddisfazione del merito personale. Tutto questo ha comportato inevitabilmente profondi effetti psicologici negativi. Il lavoratore è stato sistematicamente convinto di essere uno sfruttato ed uno schiavo del padrone ( non dello Stato e delle burocrazie politiche-sindacali) e chi si sente schiavo e sfruttato in sostanza acconsente di diventarlo, con la conseguente inevitabile sofferenza.

Soprattutto questo stato di guerra distrugge nel lavoratore il senso pieno della propria esistenza, visto che egli mai può realizzarsi individualmente, per mezzo del proprio merito, del proprio impegno. E’ infatti curioso che la costituzione dell’Unione Sovietica, coetanea di quella italiana, stabilisse che ognuno deve essere retribuito secondo la quantità e la qualità del proprio lavoro, mentre la Costituzione italiana stabilisce che ognuno deve essere retribuito secondo i bisogni propri e della sua famiglia. Quest’ultimo tipo di retribuzione assomiglia molto a quanto si fa con lo schiavo, che, perchè possa produrre, deve essere mantenuto e fisicamente posto in grado di lavorare, essendo il suo mantenimento necessità del padrone e non merito o diritto dello schiavo,
così come deve essere mantenuto e curato un animale o curata una macchina alla quale va fornita la manutenzione e somministrato il carburante necessario, altrimenti non può lavorare. Ossia lo schiavo, l’animale e la macchina devono essere mantenuti secondo i propri bisogni. In conclusione, il termine ancora di diritti”conquistati” ossia frutto di guerra vinta, di violenza, e non di libero riconoscimento del valore del lavoro prestato, rende ben chiaramente il concetto che i lavoratori sono stati convinti di non meritare il salario che ricevono, perché il salario ricevuto è superiore al suo reale valore di mercato.

Ma il mancato riconoscimento dello sforzo personale e del valore diciamo pure “di mercato” (è considerato una bestemmia) della fatica del singolo lavoratore (mentre ciò è normale nel lavoro autonomo) comporta altre conseguenze negative. Anzitutto quella di tenere sempre bassa la sua retribuzione, pur di mantenere la sua insicurezza ed insoddisfazione e di aumentare il numero dei lavoratori scontenti. Se i lavoratori sono poco produttivi aumenta la necessità di un loro maggior numero, ma ciò riduce la loro retribuzione e li rende scontenti e “soldati” pronti in perpetuo alla lotta, per cui la ristretta casta degli ufficiali rimane sempre necessaria e privilegiata.
L’importante è che il lavoro non venga retribuito in sé, come effettivamente prestato e nella sua qualità, ma in forza del merito degli ufficiali che hanno ben guidato la battaglia. Tutti gli oneri posti nominalmente a carico dell’azienda, tutti i cosiddetti benefici ottenuti dopo una accanita lotta e costosi scioperi, come la possibilità di essere retribuiti anche se non si lavora, le finte malattie, i famosi primi tre giorni di malattia vera o finta pagati dall’azienda, l’assunzione di invalidi, i permessi retribuiti, i distacchi sindacali e quant’altro sono in realtà posti a carico del lavoratore. Tutte queste voci fanno ovviamente parte dell’immodificabile montante complessivo
del costo del lavoro sopportabile da parte dell’azienda, per cui sono sempre e necessariamente sottratti alla retribuzione diretta del lavoratore che produce.

Il lavoratore forse sarebbe lieto, di fronte alla piena retribuzione (che sarebbe ovviamente ben superiore per chi se lo merita) del lavoro effettivamente prestato e della qualità dello stesso, di provvedere da sé a taluni o molti problemi (ad esempio la malattia e la gravidanza), come fanno i lavoratori autonomi. Ma così il lavoratore capace e meritevole, ossia adulto, che vuole in certo modo contare su se stesso, diverrebbe meglio retribuito ed indipendente, e non sarebbe più un soldato disciplinato e nel contempo insoddisfatto, animato da odio od almeno avversione per il datore di lavoro, visto come nemico. Il plagio è tale che il lavoratore non protesta contro il collega evasore dal lavoro, inefficiente o l’assenteista finto malato, che sostanzialmente lo derubano, perché non si rende conto del fatto che il danno che essi provocano all’azienda è in sostanza a suo carico e non a carico dell’azienda.

Oltre a tutto ciò, ma anche come risultato di tutto ciò, il lavoro sta scomparendo. In sostanza il lavoro è una merce, che non sopporta il calmiere, ossia il controllo dello Stato sul suo costo e sulle modalità del rapporto, pena la scomparsa della merce e la creazione, come tutti sanno, di forti disparità. Non retribuire il lavoratore secondo la qualità e la quantità del suo lavoro individualmente
considerato, ossia come corrispettivo del valore “di mercato” di quanto produce, ma retribuirlo almeno in parte come rendita personale (che corrisponde ad una posizione di potere, ottenuta con la violenza degli scioperi o altro e non con il libero scambio di prestazioni che hanno un pari intrinseco valore e nel contempo con lo sfruttamento degli altri, i precari), viene a causare un decadimento generale del sistema produttivo, esposto alla concorrenza internazionale. Conseguentemente, aumenta il numero delle aziende che non possono reggersi sul mercato e quindi chiudono od emigrano, eliminando posti di lavoro in Italia. I nuovi posti sono solo per lavoratori precari.

Occorre pertanto abolire il monopolio normativo sul lavoro, sia dello Stato che dei sindacati, che delle organizzazioni delle grandi imprese, divenute queste ultime “parti sociali” solo per fornire un’apparenza di contrattazione nella formazione dei contratti collettivi di lavoro, ma del tutto irrilevanti nei confronti dei sindacati, dotati questi sì di veri e propri poteri legislativi in materia di lavoro e profondamente inseriti anche nell’attività amministrativa e nel potere esecutivo. Occorre quindi ripristinare la piena libertà del lavoro, rendendo i contratti collettivi ammissibili solo a livello aziendale e comunque sempre liberamente derogabili individualmente. Occorre rendere l’iscrizione ai sindacati libera e non soggetta a qualsiasi possibile coazione o forma di consenso indiretto o implicito, equivoco o non libero, dovendo essere l’adesione solo piena e cosciente, vietando ad esempio il rinnovo tacito dell’iscrizione e sopratutto la illegale trattenuta sul salario in qualsiasi caso o forma.

Se l’unione dei lavoratori, nella forma auspicata da Marx, ossia per la guerra ai padroni ( oggi gli imprenditori) e per la successiva dittatura dei lavoratori, ha portato alla loro definitiva schiavitù, essi potranno liberarsene soltanto riottenendo la propria autonomia di persone, capaci di gestire da sole il proprio destino. Non hanno nulla da perdere, se non le catene che si sono imposte o che sono state loro imposte.


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