“IL DOVERE DI RACCONTARE”: DOMENICO QUIRICO

//   3 dicembre 2013   // 0 Commenti

1 Domenico Quirico-foto Masha Sirago as Smart Object-1

Domenico Quirico è stato ospite dell’Accademia dei Lincei per una conferenza, intitolata “Il dovere di raccontare”, del ciclo “L’Accademia incontra” ideata per far incontrare i Lincei con i cittadini. L’incontro avvenuto giovedì 28 novembre 2013 alle ore 18.30 è stato introdotto dall’Accademico dei Lincei Mario Stefanini.
“Essere testimoni. Occhi e orecchie sono gli strumenti del mio lavoro. Vado in un luogo e faccio scattare i miei occhi ….andare in un luogo e vedere, questo è il giornalismo, per conto di qualcuno.
Creare con passione e emozione attorno a degli uomini che soffrono la Storia. Io ho il compito di essere tra loro. E per creare emozione devo condividere la loro sofferenza, la loro passione, la loro emozione. E devo essere lì. Questo è il giornalismo.
Se ne parlassimo meno e ne facessimo di più…. più vicino alla sua natura etica di giornalismo.
Il giornalismo non esiste se non ci sei.. Bisogna toccare le storie degli altri con la punta delle dita per avere il diritto di parlare della sofferenza degli altri e raccontarla. Non può accadere nel mio mestiere – somali, algerini, liberiani, – possano venirmi a dire: chi ti dà il diritto di darci voce e raccontare di me quando ero sofferente nella Storia? La tua sofferenza, la tua angoscia, la tua speranza per un certo tempo era la stessa che ho provato io. Allora ho il diritto di raccontare. Se non c’è questo passaggio obbligatorio della condivisone della Storia non ho il diritto di scrivere sul giornale. E l’onesta verso di loro e verso coloro che mi leggono, il giornalismo ha ragione di esistere solo in questo modo.3 © copyright Masha SiragoReportersAssociatiArchivi8 224x300
Esisterà fino a quando ci sarà qualcuno che fa questo mestiere ed è testimone. Sono stato sequestrato quattro volte. Nel mio mestiere… essere sequestrati o uccisi… vuole dire che sono stati inghiottiti dalle storie che raccontavano. Fino a quando ci sarà qualcuno che correrà questo rischio inevitabile e necessario, il giornalismo esisterà. Ma chi te la fa fare? Mi chiede qualcuno, il mio direttore ogni tanto. Allora io gli ho detto che se non raccontiamo questa storia, questo grumo della Storia – 120milamorti civili ammazzati – perché facciamo uscire i giornali domani? E per raccontare questo, andiamo su Internet e prendiamo le testimonianza di un siriano che non conosciamo? Allora il direttore mi ha detto sì, vai lì. E così si giustifica il pezzo di carta che la gente compra.
Ho la passione del mio mestiere. La mia vita sono le persone che ho incontrato, e attraverso le parole ho restituito la loro natura. In ognuno dei luoghi ho trovato il meglio e il peggio degli uomini, santi e gaglioffi , e la mia vita sono loro che sono diventati parole. La scrittura giornalistica che è qualcosa di assolutamente unico e esaltante, che non è la scrittura di un libro. Qualcuno che scrive un libro, anche di cucina, ha sempre l’idea di scrivere qualcosa che resta lì, e lo scrive per l’eternità. Ila temporaneità, la fragilità immensa dello scrivere, è lì lo straordinario. E so che scomparirà nel giro di 24 ore.
Da quando sono tornato, parlo di me, ed è l’atto più antigiornalistico che possa commettere. I giornalisti non devono mai parlare di sé, devono raccontare la storia degli altri. Perché io parlo di me e dei mei cinque mesi in Siria è perché questo serva per illuminare su un’altra storia: sui 20 milioni di siriani, di quelli che stanno morendo. I numeri non sono niente, perché non parlano, non urlano, non gridano. L’operazione che faccio quando racconto di quello che accade oggi in Siria è di raccontare di ogni numero di questi 120 mila morti un volto, una identità. Nel momento in cui ognuno di questi 120mila diventa un essere un umano, allora possiamo incominciare a pensare cosa fare della Siria di oggi. 120mila esseri umani spazzati via. In quei 120mila esseri umani, c’è soprattutto gente disarmata, gente che cercava di arrivare al giorno dopo, per scavalcare il muro della morte e arrivare vivi il giorno dopo. Questa è la tragedia di quel popolo.
2 © copyright Masha SiragoReportersAssociatiArchivi9 300x224“Perché allora vai lì? Mi chiedono. “Trasformare quei morti in esseri umani” è la mia risposta.
L’umiliazione dell’Islam da parte dell’Occidente è il ricordo di una ferita aperta.
Oggi in Siria ognuno può essere un rivoluzionario e bandito.
La Siria è il paese del male assoluto perché è costretta a praticare la legge del male. E ‘ un luogo che chi è più violento degli altri può arrivare al giorno dopo. Un atto di misericordia non è possibile perché ti condanna. Questa è l’essenza, la contraddizione che fa della Siria il paese del male.
L’impossibilità del bene, se uno vuole sopravvivere. E mi fermo qui”.
Ho cercato con rigoroso impegno e umiltà di riportare per iscritto le frasi così dirette e vive, trascritte in in virgolettato perché si sentisse veramente live la voce di Domenico Quirico, come se fosse ora qui a parlare davanti a chi legge. E’ la mia forma di assoluto rispetto “per chi ha visto la morte in faccia”, e al quale auguro pace e serenità per questo Natale.

Masha Sirago, testo e ph © copyright Masha Sirago/ReportersAssociati&Archivi, mashasirago@gmail.com -www.mashasirago.com


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