I perché della trippa che non cresce

//   5 agosto 2011   // 0 Commenti

debito pubblico 300x200Terribile: alle nostre spalle c’è più di un decennio di mancata crescita e di declino economico, soprattutto nel sud, mentre davanti a noi continua a crescere un enorme debito pubblico.
Nel solo biennio 2008-2009 abbiamo perso qualcosa come 140 miliardi di euro, per via della più grave crisi del dopoguerra. E il peggio è che la crisi supposta superata, continuiamo a restare al palo della crescita. L’ottava potenza mondiale economica non riesce ad andare più del doppio. Persino i nostri conti commerciali internazionali non riescono più a correre come un tempo visto che preme
sul gobbo dell’Italia un debito estero pari al 20% del Pil per via delle fonti energetiche.
Le ragioni fondamentali di questa continua mancata crescita di trippa sono:

a) che a livello aziendale il piccolo non è più bello ma è diventato, con la sfida globale, molto brutto.
b) Che il finanziamento dell’elevato nostro debito pubblico interno di circa 1900 miliardi di costa, pur con i tassi correnti d’interesse molto bassi, ben 75 miliardi di euro.

Dunque la causa numero uno della perdita della nostra produttività e competitività, e, per l’effetto, della mancata crescita, va collegata innanzitutto alle piccole dimensioni aziendali organizzate da gestioni di tipo familiare e non manageriali ed incapaci di promuovere ricerca e sviluppo e
di dotarsi di innovazioni tecnologiche per beni e processi produttivi. Ma su questa questione dimensionale poco o nulla può fare la politica perchè è un problema di portafogli privati che riguarda un numero spropositato di imprese pari a quelle di Francia, Germania e Inghilterra messe assieme e che nuotano affannosamente lontane dall’economia di scala. Per cui se intendiamo invertire la marcia della nostra economia verso una crescita del Pil non più di sero virgola, dobbiamo fare subito due cose:

1) Ridurre il debito pubblico in cui finanziamento in termini di interessi passivi ci costa, come abbiamo visto, un occhio della testa.
2) Impegnarci con adeguati investimenti in riforme strutturali, in infrastrutture, in ricerca e sviluppo e in innovazioni tecnologiche senza i quali ci sarà bassa penetrazione nei mercati internazionali per cui non ci potrà essere crescita economica.

Questi due obiettivi del risanamento dei conti pubblici e dello sviluppo possono sembrare contradditori e inconciliabili ma così non è perchè il rientro dal deficit e la riduzione del debito sono indispensabili fattori di stabilità finanziaria mentre il sostegno monetario della produttività e della competitività è il volano della crescita: cioè la politica di disciplina monetaria e sicale del bilancio va a braccetto con la crescita. Tanto per dire che non è una contraddizione usare
contemporaneamente il bilancio come fattore di stabilità e insieme come fattori di sviluppo.
Il problema però per fare quadrare i conti è quello di trovare nelle voci di bilancio le risorse necessarie per fare queste due cose insieme senza aumentare il prelievo fiscale già troppo elevato, che frenerebbe i consumi che sono alla base della crescita del Pil. E per poter realizzare questa delicata e difficile operazione contabile non c’è altra alternativa che spurgare dal bilancio i costosi privilegi delle caste, delle corporazioni , dei gruppi di potere, dei clan politici e sindacali e la cui eliminazione ci permetterebbe consistenti risparmi indispensabili sia per ridurre il debito pubblico
e sia per assicurare i mezzi necessari per stimolare e favorire la crescita produttiva e l’occupazione.
Si tratta cioè di sostituire gli impegni pubblici improduttivi di ricchezza e di occupazione con quelli produttivi del mercato privato, pareggiando in questo modo entrate e uscite.
E’ noto che i costi della rappresentanza politica e della burocrazia parassitaria, lo spreco dei settori pensionistici e sanitari, del clientelismo dei servizi a rete (compresi quelli dell’acqua) e delle aree monopolistiche sono enormi e scandalosi, eppure mai nessuno si è seriamente impegnato a tagliare con la motosega questi privilegi che sottraggono le risorse finanziarie per gli investimenti produttivi e per la crescita. E’ da una vita che io, solitario signor nessuno, nato e cresciuto nei boschi, invoco inutilmente l’uso del decespugliatore per tagliare le tante teste di questo mostro infame che è la SPESA PUBBLICA IMPRODUTTIVA, vergognosamente moltiplicata dai tanti governi di centrosinistra fino ad assorbire la metà del reddito nazionale e mai decapitata dal presente governo di centrodestra. E tutto questo nonostante la storica lezione del fallimento dell’Unione Sovietica dove è stato dimostrato che la spesa pubblica non solo non crea occupazione produttiva di ricchezza ma, al contrario, impoverisce il Paese riducendo la gente alla fame.
E le risorse per poter rilanciare la crescita di cui al punto 2 vanno accumulate proprio attraverso il taglio di quella spesa pubblica che alimenta una montagna di privilegi su cui villeggiano i più bei culi d’oro d’Italia.
Tra le migliaia e migliaia di questi dorati villeggianti è facile incontrare tipi come:
− Il sig. Profumo, già amministratore delegato di Unicredit, noto appassionato delle elezioni primarie della sinistra prodiana, ha ricevuto, come liquidazione per 15 anni di lavoro, ben 40 milioni di euro pari a 77 miliardi di vecchie lire. L’ingiustizia sociale di questa operazione finanziaria è tanto più stridente se si considera che Unicredit è una banca avente natura sistemica per cui idealmente posta sotto l’ombrello protettivo dello Stato in caso d’insolvenza (a carico cioè dei contribueni).
Santoro, idolo delle sinistre e fazioso comiziante della televisione per far quattrini, ha ricevuto per lasciare la Rai, e per pochi anni di lavoro, una liquidazione di 2,3 milioni di euro, pari a 4 miliardi e mezzo di vecchie lire, grazie anche al mio maledetto coercibile abbonamento.
− Il Presidente delle Generali Cesare Geronzi, dimissionato dopo appena un anno di lavoro, ha ricevuto una liquidazione di 16,6 milioni di euro, oltre 30 miliardi di vecchie lire.
− Il giustizialista e grande moralista Di Pietro gode dall’età di 45 anni di buona pensione che cumula con gli spropositati compensi parlamentari.
− Il socialista D’Amato, grande competente di come allungare le mani sui conti correnti e depositi bancari, percepisce di sole pensioni ben 18.600 euro mensili.
− Quel vecchio democristiano di sinistra Scalfaro, per aver lavorato soli due anni e mezzo nella casta della Magistratura, grazie ai contributi figurativi pagati dalla colletività, riceve da tanti anni una pensione di 6.122 euro al mese, pari a 12 milioni di vecchie lire, oltre i ricchi emolumenti di senatore a vita.
− L’orecchino di Vendola del PD percepisce ben 18 mila euro mensili per servizi resi alla regione.
Veltroni e Capanna percepiscono pensioni di oltre 9.000 euro al mese fin dall’età di 51 anni.
− I dipendenti di Bankitalia costano, tra stipendi ed oneri accessori, in media 113.400 euro all’anno. Ed è poi da questa banca centrale che escono , in tema di pensioni, i più bei privilegiati come Ciampi il quale percepisce 35.000 euro al mese, cioè 70 volte in più della maggioranza dei pensionati, oltre i compensi di senatore a vita.
Vespa percepisce dalla televisione pubblica più di un milione e mezzo di euro. Ma potrei continuare per giorni ad elencare quelli che ho chiamato i TROGOLITI di Palazzo e di
mercato e che sono i più bei papponi con trogolo.
Ma gli sprechi di denaro pubblico che riguardano enti e istituzioni sono ancora più scandalosi.
La politica e le auto blu.
Pochi sono consapevoli di quanto costa veramente la politica a cominciare dal Quirinale dove staziona in permanenza una struttura faraonica della corte del capo dello Stato e giù, giù, fino al più modesto consigliere delle amministrazioni locali. Basta pensare che abbiamo il primato per numero
di parlamentari che sono i più ben pagati del mondo e che godono di pensioni scandalose. Per le elezioni ai partiti vengono rimborsati ben 175 milioni di euro. Le diverse coalizioni si insultano continuamente ma sono tutte d’accordo a mantenere i privilegi acquisiti.
Pertanto urge sfoltire di almeno il 50% il numero dei parlamentari e dei loro stipendi e pensioni.
Le auto blu su cui viaggiano i privilegiati di Stato, e non di rado le loro famiglie, costano ai contribuenti più di un miliardo e mezzo di euro all’anno. Ci sono, ad essere molto prudenti, 90000 auto di Stato mentre negli Stati Uniti, tanto più popolosi, sono 70000 e in Germania 54000.
Pensioni.
Paghiamo pensioni per ben 5 punti di Pil superiore a quelle di tutti gli altri Paesi sviluppati. E sono ben 18800 i pensionati d’oro che ricevono un assegno superiore a 200.000 euro all’anno. E’ da una vita che sostengo che il tetto massimo previdenziale del settore pubblico non deve superare i 3000 euro al mese, visto che i contributi sono intieramente pagati dai consumatori o dai contribuenti.
Giustizia.
Sulla giustizia si può risparmiare parecchio perchè ci sono troppi tribunali che funzionano improduttivamente e con una lentezza esasperante nonostante che si disponga di un numero di magistrati ben al di sopra della media europea. In Italia ci sono 1292 tribunali contro i 595 inglesi e i 773 francesi e i magistrati sono i più pagati del mondo con un salario medio di 122.278 euro.
Sanità.
Abbiamo un numero spropositato di ospedali e di pronto soccorso ed in alcune strutture sanitarie i lavoratori dipendenti sono superiori ai pazienzi.
Le Province.
Questo Ente, con un costo complessivo di 115 miliardi, doveva essere eliminato con l’avvento delle regioni. Purtroppo continua a offrire sessantamila poltrone a politici di serie B, particolarmente raccomandati. E quanti altri enti ed istituzioni dovrebbero essere eliminati! E quanti benefit tributari sotto forma di deroghe, esenzioni, deduzioni, detrazioni non sono più finanziariamente sostenibili!
Conclusioni.
Da quando sopra è di tutta evidenza che per far crescere il valore aggiunto che è la trippa, al premier Berlusconi, se non vorrà suicidarsi alle prossime elezioni, non resta che avvitare sul simbolo del suo partito l’immagine ben visibile di una motosega e provvedere da subito a tagliare, tagliare e ancora tagliare. Perchè, appunto, siamo troppo vicini alla cultura finanziaria della Grecia.
Per cui anche solo immaginare di poter ridurre le imposte, senza prima aver dimezzato la spesa pubblica e colmato la voragine di gettito di 275 miliardi di euro proveniente dall’economia sommersa, semplicemente spostando il prelievo fiscale dalle persone (Irpef-Ires) alle cose (Iva-Irap) e a prescindere dalla stabilità monetaria e salariale, è una favoletta che non diverte nemmeno un uomo di bosco come me.


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