La guerra in Iraq è finita, il rischio rimane

//   22 dicembre 2011   // 0 Commenti

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Francesco Saverio Di Lorenzo Presidente ASSOCIAZIONE CULTURALE ONLUS “CARPE DIEM, nata in Calabria, sodalizio che ha nel proprio DNA la cura della legalità e la crescita civile dei cittadini.

Autore del libro UNAVITA IN PRESTITO – COME D.I.A. COMANDA.

L’Operazione “Iraq freedom” si può dichiarare ufficialmente chiusa. L’alba del 18 gennaio sarà una data da ricordare. La guerra in Iraq è definitivamente terminata, le truppe americane hanno lasciato il Paese che era stato invaso da George Bush nel marzo del 2003.

L’ultimo convoglio delle forze armate americane con 110 mezzi corazzati e 500 soldati esultanti hanno varcato il confino con il Kuwait. Un ritiro onorevole, sembrerebbe, che mette fine ad un conflitto durato quasi nove anni, costato alla Casa Bianca 800 miliardi di dollari, cominciato con l’invasione ed il rovesciamento del regime di Saddam Hussein e conclusosi pochi giorni or sono.

Il Presidente Americano, Barack Obama, lo aveva annunciato e promesso in campagna elettorale ed è stato di parola, “…i soldati americani torneranno a casa prima di Natale…”.

Un ritiro iniziato gradualmente il 31 agosto del 2010. Sul campo sono rimasti solo, si fa per dire, 50 mila soldati con compiti di esclusiva assistenza e formazione militare, dando di fatto inizio all’Operazione “New Dawn”, come a  sottolineare la natura diversa di quest’ultima.

Ad ogni modo gli Stati Uniti continueranno a giocare un ruolo di primissimo piano nell’area dove sono rimasti uccisi 4.500 soldati statunitensi e circa 150 mila iracheni, una guerra costata agli States quasi un trilione di dollari.

Numerosi sono stati i Paesi che hanno sostenuto gli alleati americani. L’Italia ha partecipato inviando mezzi ed un contingente di 3.200 uomini. Anche noi abbiamo sofferto e pagato un tributo altissimo. Trentanove sono stati i nostri morti (32 militari e 7 civili), tra questi 19 solo nell’attentato di Nassiriya, il 12 novembre del 2003.

Insomma, un ammaina bandiera quello della coalizione che, a ben guardare, risulta un po’ amaro, perché l’Iraq è ancora sconvolto dalle violenze politiche e interconfessionali, con attentati terroristici quasi quotidiani, l’ultimo il 5 dicembre scorso.

E’ giunto il momento in cui l’Iraq deve fare da sé ed è giusto che sia così. Il suo destino dipenderà dai suoi politici, da coloro che dovranno amministrare e ricostruire la nazione, ma anche dalla volontà del popolo, dalla caparbietà di tutti nel saper convivere in un territorio lacerato, è vero, ma ricchissimo.

Una scommessa difficile, rischiosa, non impossibile. Molti osservatori internazionali sono pronti a scommettere sull’incapacità degli amministratori di difendere i propri confini ed a garantire la sicurezza interna a causa del coacervo di interessi tribali e interreligiosi ancora tutti da decifrare. A ciò va aggiunto l’impreparazione delle  forze armate irachene non ancora pronte ed addestrate a sufficienza.

Solo tra molti anni la storia giudicherà e saprà dare un giudizio compiuto su una guerra, nata ufficialmente dalle deliranti invettive di Saddam di voler attaccare il mondo, ma di fatto scaturita da scelte geo-politiche pianificate e studiate a tavolino. Le motivazioni addotte di scovare le armi di distruzione di massa paventate dal dittatore e da questi usate come mezzo di minaccia a più riprese, sono state un’ottima giustificazione.

Si sa, quando i riflettori dei mass media si spengono, l’opinione pubblica poco o nulla riesce a sapere su quanto accade, a meno che si parli di attentati o autobombe che, sempre più spesso, colpiscono civili inermi, donne, vecchi e bambini indifesi. Vittime sacrificali, scelte da registi più o meno occulti con l’intento di seminare terrore, morte e distruzione.

L’Iraq ha sofferto e soffre ancora errori del passato, liberarsi dallo spettro dell’intolleranza, della faziosità, dell’integralismo religioso sarà un’impresa ardua, ma, lo ripeto, non impossibile. Ora, deve provare a camminare con le proprie gambe e con il proprio impegno deve difendere la democrazia, la civiltà, la libera manifestazione dei singoli, come è sempre avvenuto in ogni parte e luogo del pianeta

In questi giorni di speranza e di riti religiosi, mi viene facile augurare al popolo Iracheno un enorme e spassionato “in bocca al lupo!”.


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