Grecia nel caos dopo il sì ai tagli. Atene salva dal default ma non dalla recessione

//   13 febbraio 2012   // 0 Commenti

atene in fiamme

Atene – Con 199 sì e 74 no il Parlamento greco ha approvato il nuovo piano di tagli che dovrà salvare il Paese ellenico dalla bancarotta, ponendo fine ad una delle giornate più drammatiche della recente storia ellenica. Una decisione inevitabile, arrivata dopo un lungo e acceso dibattito che ha visto l’espulsione di 43 deputati contrari ai tagli, nel corso del quale i rappresentanti del governo hanno evocato scenari drammatici nel caso di bocciatura del piano di austerità, necessario per ottenere una nuova (indispensabile) tranche di aiuti da 130 miliardi di euro.

A farne le spese sarà ancora una volta il popolo greco, 3,3 miliardi di tagli che colpiranno a morte welfare e stipendi. Il salario minimo scenderà del 22%, in un anno verranno licenziati 15 mila dipendenti pubblici, primo atto di uno ‘snellimento’ che prevede il taglio di 150 mila impieghi statali entro il 2015. Sì anche ai tagli nel settore della difesa (300 milioni) e alla riduzione del 30% dei costi del sistema sanitario. Il programma prevede poi una massiccia campagna di privatizzazione degli assets statali per un totale di 50 miliardi di euro da completare entro tre anni. A giugno, infine, l’esecutivo ellenico dovrà stilare un nuovo piano di austerità da 10 miliardi da realizzare tra il 2013 e il 2015. Se mercoledì arriverà l’atteso nulla osta europeo (e l’accordo con i creditori sarà completato) il default sarà scongiurato.

Nel frattempo, però, la rabbia del popolo greco è esplosa in tutta la sua violenza. Quasi 200mila manifestanti sono scesi in piazza Syntagma ad Atene per protestare contro il nuovo piano di austerity, partecipando all’iniziativa indetta dai sindacati. Presto le strade della Capitale sono state messe a ferro e fuoco dai black bloc, che hanno provato anche a fare irruzione nel palazzo del municipio. Altre città del Paese sono insorte, mentre Anonymous ha bloccato molti siti governativi, tra cui quello del primo ministro Papademos. Il primo bilancio parla di 120 feriti, ma in questo momento è sicuramente l’ultimo dei problemi.

Se la Grecia ha sventato il default, il futuro è a tinte foschissime. L’ennesima ondata di tagli alimenterà ulteriormente il vortice di recessione in cui è affondato il paese, con conseguenze immaginabili. La classe media greca sparirà, scivolando nella povertà, mentre i poveri di oggi si ritroveranno a combattere per la loro stessa sopravvivenza, in uno scenario terzomondista. Uno dramma inaccettabile per il popolo greco, che ha sfogato tutta la sua rabbia, ma arrivati a questo punto anche l’esecutivo, schiavo delle decisioni di creditori, UE e FMI, può far ben poco. L’alternativa all’austerity, e quindi agli aiuti esterni, si chiama default. Non quello selettivo già in programma (che costerà ai creditori almeno il 70% del valore nominale dei titoli), ma quello conclamato. Una bancarotta disordinata che scatterebbe già il prossimo 20 marzo, alla scadenza di quei 14,5 miliardi di bond che la Grecia non è oggi in grado di liquidare e che imporrebbe l’addio all’Euro. Verrebbe reintrodotta la vecchia dracma che si svaluterebbe in un attimo facendo esplodere l’inflazione. Il sistema bancario nazionale, primo creditore dello Stato, andrebbe incontro al collasso congelando i risparmi dei cittadini. La valuta estera abbandonerebbe il Paese e lo Stato, incapace di finanziarsi sui mercati attraverso nuove emissioni, sarebbe costretto a stampare una valanga di denaro alimentando il circolo dell’inflazione. Un disastro senza fine.


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