Per un capitalismo di valore

//   26 gennaio 2012   // 0 Commenti

Capitalismo 300x225Guido Rossi, del quale condivido spesso analisi e terapie, sabato scorso nel suo consueto articolo settimanale su “Il Sole 24 Ore” ha affrontato il tema del lavoro scrivendo che «il lavoro inteso nell’ampio senso di attività umana, come capacità di imparare e applicare la conoscenza ai processi di produzione e di consumo, è alla base della “ricchezza delle nazioni”»….«“E poi non è un caso che “la priorità del lavoro sul capitale” sia anche alla base della dottrina della Chiesa Cattolica, dalla famosa dichiarazione di San Tommaso d’Aquino «nummus non parit nummos» (il denaro non genera denari) all’Enciclica Labor Exercens ed alla più recente Caritas in Veritate, passando attraverso la Rerum Novarum. Il capitalismo dei mercati finanziari ha rovesciato completamente la priorità e, considerando la moneta e persino il debito come strumenti di ricchezza, ha causato l’attuale crisi, producendo disoccupazione, povertà, diseguaglianza e profonde ingiustizie sociali. Il capitale stesso ha poi perso la sua identità e funzione, tant’è che la formula rovesciata e invocata, nonché variamente motivata, è: “La priorità della speculazione sul lavoro”».
Quando infatti al risparmio non si attribuisce più un valore etico e sociale e quando non lo si considera più una virtù non può non accadere tutto quello che evidenzia Guido Rossi.
Il valore morale e sociale del risparmio è conseguenza di una duplice valenza: esso è in primo luogo una forma di responsabile previdenza di cui l’individuo si fa carico; questo “lavoro del passato”, mutandosi in credito e capitale d’investimento e combinandosi di nuovo col lavoro del presente e del futuro, è il fattore imprescindibile dell’ulteriore sviluppo economico e del benessere della comunità.
Questo sana concezione del risparmio non da oggi è travisata e distorta, così come il concetto di investimento.
La crescita smisurata della sovrastruttura finanziaria sull’attività economica finisce infatti quasi col configurare un’economia virtuale che si sovrappone e a volte si contrappone a quella reale. “Ricchezza artificiale che sacrilegamente è battezzata coi nomi santi di risparmio e di capitale”, denunciava già negli anni ’20 l’economista italiano Francesco Avigliano.
In questa “economia virtuale” i redditi spesso niente altro sono che trasferimenti a somma zero: i guadagni dell’uno sono infatti la perdita dell’altro. E gli “investimenti” sono solo un frenetico susseguirsi di puntate al gioco delle Borse mondiali.
La prima grande crisi finanziaria del nuovo millennio ha evidenziato la cancrena che ha corroso l’intero mondo finanziario costruito sui castelli di carte di una finanza “creativa”, quanto virtuale.
Anche prima che esplodesse la crisi, però, gli effetti sull’economia di quel fenomeno definito “turbo capitalismo” è stato quello di spostare reddito dal fattore lavoro verso il capitale, con la conseguenza che la ricchezza è andata sempre più concentrandosi nelle mani di pochi, creando gravi forme di ”ingiustizia sociale”. «L’enorme quantità di moneta transitata dai mercati e dagli istituti finanziari, sia quelli regolamentati, sia quelli fuori d’ogni controllo – scrive ancora Guido Rossi – non ha per nulla aumentato, bensì ha diminuito, la capacità produttiva delle economie reali. Il capitale è stato diretto, infatti, verso operazioni ad alto rischio, ad oltraggiosi e stratosferici compensi ai protagonisti di una nuova e fortunosa elìte, nonché alla creazione di irrealistici valori di titoli finanziari infettati da bolle speculative». Anche per questo i capitali tendono ad allocarsi in zone ove sia garantita o la minore tassazione, ovvero l’anonimato. In tal modo enormi consistenze di reddito vengono sottratte alla politica di ridistribuzione dei redditi poste in essere dagli Stati mediante la leva fiscale. Questo fenomeno appare tanto più odioso in un tempo in cui i Governi devono reperire risorse enormi per assicurare il salvataggio dell’economia, dei posti di lavoro ed il rilancio dello sviluppo.
I rischi del resto insiti in un capitalismo svincolato da principi etici e valori di responsabilità sociale, ma obbediente solo alle leggi di mercato erano già stati evidenziati da importanti documenti del magistero sociale della Chiesa Cattolica, ed in particolare nell’enciclica “Centesimus annus” Giovanni Paolo II scrive: «E forse questo il modello [capitalistico] che bisogna proporre?»……. La risposta è ovviamente complessa. “Se con «capitalismo» si indica un sistema economico che riconosce il ruolo fondamentale e positivo dell’impresa, del mercato, della proprietà privata e della conseguente responsabilità per i mezzi di produzione, della libera creatività umana nel settore dell’economia, la risposta è certamente positiva, anche se forse sarebbe più appropriato parlare di «economia d’impresa», o di «economia di mercato», o semplicemente di «economia libera». Ma se con «capitalismo» si intende un sistema in cui la libertà nel settore dell’economia non è inquadrata in un solido contesto giuridico che la metta al servizio della libertà umana integrale e la consideri come una particolare dimensione di questa libertà, il cui centro è etico e religioso, allora la risposta è decisamente negativa”.
Queste parole scritte venti e più anni fa appaiono oggi profetiche e non solo valide per quanti professano la fede cristiana, ma per tutta l’umanità. Credenti e non credenti.

Riccardo PEDRIZZI
Presidente Regionale UCID Gruppo Lazio


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