Gli occhi tremendi

//   29 gennaio 2020   // 0 Commenti

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Nel ristorante “Le sei stanze” si faceva fatica a parlare, le voci dei clienti arrivavano confuse e assordanti al tavolo dove sedevano Dina, Rosaria, Enrico, Giovanni e Philippe. Avevano preso posto da poco, erano affamati, ma soddisfatti per il film che avevano visto.
Rosaria sedeva di fronte a Dina, si guardò intorno, poi si diede una ravviata ai capelli. Scorse tra un pensiero e l’altro il viso disteso dell’amica. Se ne sentì sollevata ricordando come soltanto qualche ora prima le fosse apparsa inquieta forse per via dell’aria pesante, mista a quella modaiola, che si respirava sulla terrazza dell’hotel Excelsior dove i cinque amici si erano dati appuntamento per bere un succo speciale di pesca. Era il preferito di Dina e a ogni festival del Cinema ritornava al Lido di Venezia con il desiderio di berne diversi.
Rosaria osservava l’amica con attenzione. Il rossetto le colorava le labbra di rosso, le guance erano quasi dello stesso colore, una sfumatura più tenue le illuminava il volto. Agli angoli degli occhi un lieve tratto di kajal. Un foulard verde acqua al collo disegnava delle pieghe morbide. I capelli scuri e forti le incorniciavano l’ovale perfetto.
Più coglieva alcuni dettagli sul viso di Dina e più Rosaria ricordava delle scene a cui aveva assistito nelle ultime ore al Lido. Di colpo rivide l’hostess che avrebbe dovuto accompagnare lei e Giovanni alla mostra di un pittore contemporaneo, la ragazza li aveva accolti con una freddezza inenarrabile, né un sorriso né uno sguardo curioso, ma aveva farfugliato tra sé solo un freddo ‘buonasera’. I due erano rimasti in auto per tutto il viaggio in silenzio con l’autista e la donna. Rosaria aveva pensato che certe donne provano un’antipatia immediata per le altre, per quelle vestite bene in particolare.
“La ferocia di alcune donne è insopportabile,” disse improvvisamente Dina. E Rosaria si sentì nuovamente al sicuro. L’amica sembrava avesse indovinato tra i suoi pensieri il più pungente, ed era lì con lei a condividere un presente differente, sincero e senza noia. A quel punto Rosaria si rivolse sottovoce ad Enrico: “Mi ha colpito la frase di Dina. Chissà quanta invidia attira una donna bellissima e di successo come lei.” E lui prontamente: “Ho assistito a delle scene assurde, puoi provare soltanto a immaginare quante…”
Lei pensò tra sé che era vero, che era tutto vero, la bellezza di Dina, il ristorante avvolto dal frastuono delle voci dei clienti, i visi di Dina, Enrico, Giovanni e Philippe, il film stupendo che avevano visto quella sera. Ma, soprattutto, era vera la ferocia delle donne di cui, giorno dopo giorno, faceva esperienza perché elegante lo era, e questo disturbava la più parte delle donne scialbe che le capitava d’incrociare.
Come se Dina fosse stata il suo specchio, le diede di nuovo un’occhiata. Le venne in mente la stalker che la perseguitava da anni, che assillava Dina con lettere d’amore e frasi deliranti alle quali lei non aveva mai risposto. A ogni conferenza pubblica di Dina si presentava anche la stalker che a fine serata finiva per farle, con e-mail, il report amoroso di come l’aveva trovata o sentita nei suoi confronti in quell’occasione. La povera amica subiva il delirio, non rispondeva mai alle missive, non la denunciava per timore che potessero rinchiuderla da qualche parte. In fondo ne provava compassione.
Ecco, amata e detestata! La frase che Dina aveva detto – “La ferocia di alcune donne è insopportabile” – tra i pensieri di Rosaria era insistente e riusciva a dare alle parole persino dei volti e dei nomi femminili. Dina e Giovanni parlavano, sorridevano, mentre Philippe era al telefono con sua moglie. Rosaria si rivolse ancora a Enrico: “Ha ragione, la ferocia di alcune donne è insopportabile. Tutte nemiche, altro che complicità! Anch’io potrei raccontarti dell’ambivalenza che ho conosciuto molto da vicino, un giorno ti amano e un altro ti odiano. Molte hanno sempre bisogno di qualcuna da detestare, una sulla quale gettare il peggio di sé, una da guardare di traverso.” Enrico sollevò le spalle, era d’accordo perché vivendo di fianco a una donna invidiata registrava di continuo i malumori del mondo femminile e non aveva esitato a confessarglielo.
Rosaria ricordò di una volta che in un bar, nel cuore di Milano, aveva chiesto a una signora se poteva prestarle il giornale che aveva appena richiuso e finito di leggere e la donna aveva ribattuto stizzita: “Le edicole sono aperte.” Per tutta risposta aveva messo il broncio e si era allontanata. Poi ricordò di un’altra che dal parrucchiere le faceva delle smorfie e lei dallo specchio non aveva potuto evitare di vederla. Ricordò di un pomeriggio al supermercato quando, mentre stava pagando, una le si avvicinò alla cassa e le disse a muso duro di fare due passi avanti perché quello spazio era suo. Poi ripensò alla moglie del direttore di un circolo culturale che aveva incontrato all’ingresso dell’edificio e le aveva dato un’occhiataccia terrificante. “Gli sguardi di giudizio di certe donne sono inqualificabili,” appuntò su un foglio.
Rosaria guardò nuovamente Dina: era della sua stessa razza, non temeva niente e nessuno. Poco prima l’aveva accompagnata alla toilette del ristorante e come due quindicenni, e amiche del cuore, si erano scambiate cipria e rossetto. Avevano sorriso e chiacchierato. Ritornate al tavolo, entrambe avevano avvertito un’aria leggera, una dose di spensieratezza per pochi istanti era scesa sulle loro vite.
“Tieni,” disse Dina, “è buonissimo. Io amo il pane caldo.” Di colpo aveva diviso il pane e gliene aveva allungato un pezzetto. Rosaria non esitò a prenderlo, di lei si fidava e quel gesto adesso la metteva definitivamente in pace con il mondo oscuro e feroce delle donne che aveva incontrato casualmente negli ultimi giorni. Le sorrise, la ringraziò, e mangiò il pane dell’amata amica, una delle poche donne che conosceva davvero e di cui si fidava. Rammentò all’istante dei versi: con la pioggia spartiremo il pane / il pane, la colpa e la casa. Non ricordava chi li avesse scritti, ma un sentimento di gratitudine misto a gioia l’avvolse dalla testa ai piedi, si sentì parte di quel gesto. Pensò che Dina era una donna che sapeva offrire il pane, la vita, l’amore. Gli occhi tremendi delle donne erano lontani, lontanissimi, almeno per quella sera.

Lucrezia Lerro


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