“Diario dell’Apocalisse” di Francesco Carraro

//   22 febbraio 2013   // 0 Commenti

banner libro 4 198x300Mi è stato chiesto di parlare del romanzo ‘Diario dell’Apocalisse’ di Francesco Carraro, quel poliedrico ‘giovin signore’ che svolge molteplici attività: dalla principale di avvocato a quegli indirizzi che rientrano nella scienza della formazione, di cui tiene corsi di tecniche, strategia della trattativa, gestione del tempo, nonché ‘arte dell’eloquio’, che conosciamo attraverso i suoi interventi pubblici in tv e in altri contesti. E scrive. Come scrive? Come fosse la sua attività primaria. E sembra proprio che le molteplici occupazioni, convergenti in una complessiva funzionalità, (beato lui!) gli riescano tutte bene!.. Avevo letto il suo ‘I nove semi del cambiamento’ (Trasforma la tua vita con il pensiero) dove, a dominare e controllare i mutamenti nell’esistenza umana, sono l’ottimismo della volontà e la forza del pensiero positivo. Partendo da questo saggio di ‘utilità’ finalizzato a credere in sé stessi e nella possibilità di sapersi orientare verso l’approdo alla felicità, mai avrei pensato che lo stesso autore amasse viaggiare in un immaginario adolescenziale che non abbandona mai ciascuno di noi, anche se molti sono troppo ‘seriosi’ per ammetterlo.

Diario dell’Apocalisse”: nel giugno del 2017 qualcosa di impalpabilmente sconvolgente accade: iniziano a sparire misteriosamente le persone. Un avvocato, Ruggero, ci racconta gli avvenimenti attraverso un diario, dalle prime emozioni fino alla fine… Ciò che colpisce nella narrazione è lo sguardo di una mente fanciulla che li osserva con paura ‘virtuale’ poiché ha troppa voglia di vita per pensare che qualcosa possa fermarla anzitempo e, a lato, la visuale adulta che avverte il pericolo di una tragedia vicina, ma accantona il timore per affrontare, come nulla accadesse, il vivere quotidiano (compresa la partita a calcetto con l’amico di sempre). Il creatore dell’opera, pur nell’immaginario di un fanta-thriller-paranormale, non ha voluto creare un ‘eroe dai sublimi ardimenti’ come in migliaia di racconti di fantasia, nei quali il protagonista vince sui nemici, sugli elementi e chi scrive cerca sovente, in quelle straordinarie vittorie, una catarsi dalle proprie debolezze o delusioni. Nella prima parte del romanzo ci mostra piuttosto un uomo autentico, in una situazione inverosimile (ma eventuale?) con il coraggio, la fragilità e la paura in tutta la loro verità. Mentre si snoda il racconto (con linguaggio goliardico, talora esilarante) si affacciano co-protagonisti e comprimari di quell’ultimo stralcio di un mondo che sta per dissolversi; persone che hanno connotazioni del tutto comuni ma, nei successivi capitoli, ci riserveranno sorprese.

Un primo fatto eclatante riguarda Mauro, il collega e amico investigatore che faceva per l’avvocato ricerche utili alla difesa dei suoi assistiti. Durante una passeggiata con Ruggero il detective sta per essere ‘assorbito’ nella famigerata auto nera, una grande berlina senza autista che ‘attira e aspira’ le persone che poi spariscono. Entrambi sfuggono alla ‘cattura’ ma Ruggero non ritrova più il brillante, efficiente e prezioso coadiutore, amante delle donne, ma un omone, canuto dal terrore, e regredito in una coesione di infanzia-adolescenza. L’autore descrive, con apparente ironico cinismo, tutti i comportamenti del pupone che Ruggero si ritrova accanto; tuttavia l’autentica amicizia che li lega vieta all’avvocato di comunicare l’accaduto alle autorità o di affidarlo ad una struttura ospedaliera, dove diverrebbe una cavia imbottita di farmaci. Da quel momento se ne prenderà cura come di un figlio subnormale.

Un altro personaggio accanto a Ruggero è Nadia alla quale non lo unisce un grande amore né una passione travolgente, ma una felice (e soddisfacente) predisposizione alla ‘ginnastica da camera’… Nadia è una donna ‘tranquilla’ che sembra non accorgersi di quanto sta accadendo e smorza ogni enfasi, positiva o negativa, di Ruggero. Forse lo ama, forse vorrebbe sposarlo, ma si limita a vivere  così, senza fare, apparentemente, investimenti nel rapporto. In quella relazione, pur fisicamente appagante, qualcosa manca: l’innamoramento, la dimensione del sogno, i battiti del cuore, quelle piccole apnee che ora sembrano concretizzarsi in Monica, una bellissima vicina di appartamento conosciuta casualmente. Così i pensieri dell’avvocato si muovono tra desideri statici della vita ‘normale’ vissuta fino a quel momento e il volere assolutamente indagare, sapere, capire che cosa stia accadendo e, prima che ‘tutto finisca’, ricercare le ultime emozioni che la vita può ancora riservare, trascorrendo il tempo che rimane in una spontaneità che il ruolo, le regole, il costume non consentivano di applicare appieno. Inoltre Ruggero è convinto che gli alti vertici del potere, politico e religioso, sappiano quanto accade e abbiano scelto di tenere la popolazione all’oscuro, con il solito atteggiamento ipocritamente protettivo, lavorando nell’ombra per far scoppiare la bomba quando ormai non saranno riusciti a risolvere nulla. Perciò si impegna a scrivere a testate giornalistiche, pur temendo che tacciano anche coloro che parlano per mestiere.

Iniziano per l’avvocato gli ‘incontri ravvicinati del 3° tipo’: invia una e-mail ad un quotidiano e, immediatamente dopo, riceve la telefonata di un tale che gli chiede un appuntamento al caffè vicino. Si troverà di fronte a qualcosa tra un uomo e un rettile (o soltanto un individuo brutto come la fame) il quale, dopo un serpentino sarcasmo, gli lancia una frase misteriosa e se ne va; da quella frase Ruggero deduce che quel tipo o è tra ‘coloro che sanno’ o è già un ‘altro’.

 

Intanto le scomparse hanno raggiunto numeri spropositati, sia nel nostro che negli altri paesi e le notizie, contrariamente all’enfasi adottata in passato dai media, da principio vengono comunicate con banale piattezza, in seguito, con l’incalzare dei fenomeni, il governo decide di ufficializzare lo stato delle cose e, per le strade, aumentano gli assembramenti di militari mentre la tv a reti unificate, invitando alla calma, denuncia le numerose scomparse a livello mondiale, ma nessuna rivelazione su ‘chi-come-cosa’…

A questo punto desidero sottolineare la capacità dell’autore di ‘far vedere’ gli avvenimenti, fatto essenziale nella narrativa e, trattandosi di paranormale, riuscire a dare quel brivido che si prova di fronte all’ignoto. A questo si aggiunga il retaggio infantile di svellere i paletti che gli adulti pongono per segnare un confine che non deve essere superato… E dunque vediamo il protagonista muoversi nel dualismo tra manifesto terrore per eventi minacciosi e sfida all’occulto (le passeggiate notturne)… La vita ‘normale’ prosegue: Nadia, con la congenita intuizione femminile, si è accorta della nuova passione di Ruggero e lo lascia (momentaneamente…) con ‘coloriti improperi’. La nuova situazione amorosa è già talmente radicata nei sentimenti del nostro eroe da traslare in un sogno, nel quale le due donne si trovano, in posizioni differenti, ad affiancarlo nello sgomento che dilaga: Nadia è la cattiva che lo vuole morto e Monica l’angelo salvifico….

Questa ‘cosa’ che sta accadendo (soluzione finale di chi vuole sfoltire il sovrappopolamento o fine del mondo o evanescente assedio alieno?) ha risvegliato in Ruggero valori primari come l’amicizia: per esempio in don Sergio, giovane prete conosciuto da poco. In lui trova, fuori dai ruoli, un amico con cui condividere stupori, paure, nostalgie e, raccontandosi la vita recente e le ansie del momento, mentre l’uno invidia la fede del sacerdote, questi invidia all’amico l’amore delle donne della sua vita. Insieme hanno trovato, nello scantinato di casa, un’infossatura dove nascondersi e la paura fa ormai dimenticare l’identità sociale, nonché il contegno e il decoro: il prete impreca e l’avvocato non riesce ad impedire che, dal proprio corpo, esca ogni possibile umore acqueo… Poi c’è la famiglia: gli anziani genitori il cui affetto si esprime (come già quando tutto era ‘normale’) nella cucina della mamma e nella carezza incerta di un padre con la mente ormai immersa nella malattia… E Nadia è tornata; non più distaccata come un tempo, con mille scuse per la grintosa scenata e il bisogno di placare le sopraggiunte ansie (alla buon’ora!) nelle braccia che l’hanno tenuta stretta tante volte…

Il mondo, ormai lontano dalla cultura della condivisione, divenuto individualista in forza di un benessere che non lo appaga mai, sente nuovamente il bisogno di creare gruppo, di solidarizzare, di sentire il calore e la vicinanza dell’altro. Vi è fermento in città, si sparge la voce che un gruppo di poliziotti siano alla caccia di individui particolari che si sono introdotti in qualche casa; il panico si diffonde e, nello stesso palazzo di Ruggero i coinquilini escono dagli appartamenti, dove erano rintanati da giorni, per convergere in un mutuo soccorso.

E con Monica? Prima di riuscire a dirle del ‘ritorno’ di Nadia, consolidano la loro attrazione con un appassionato intimo incontro…

Ruggero vede lontani anni luce i tempi in cui progettava il futuro, dal più vicino fine-settimana al ‘cosa farò da grande’. Oggi è l’oggi… e basta; con la sola ricerca di vita normale, compresa la rapida fuga extra-coniugale con Monica, incontrata nel sottoscala…

Ad un tratto il paranormale si affaccia con inquietante realismo: un amico di Don Sergio che lavora in Prefettura, ha segrete notizie da rivelare e, quando con Ruggero si recano da lui, ciò che trovano è la sua sedia a rotelle che gira vorticosamente reggendo un raccapricciante fantoccio di plastica, con i tratti del Fantini, in una smorfia di dolore tanto realistica da suscitare apprezzamento per la ‘tecnica’ di realizzazione.

Risultano evidenti altri stravolgimenti in persone conosciute, al punto di vedere rovesciati i valori ‘classici’: la buona educazione ha finito di esistere, tutti sono intrattabili, villani e inclini alla violenza; riguardo alla morale (o pruderie, perbenismo, conformismo e simili) ogni legame clandestino di un tempo si mostra sotto gli occhi di tutti… ‘Domani forse scompariremo! Nessun progetto, nulla da costruire, nessuna salvezza da attendere… E dunque ‘cui prodest’ non vivere liberamente tutto ciò che ‘prima’ era all’indice per la morale vigente?!’ Un bel giorno spunta un personaggio, tale Perlingioni, antico cliente (scontento) di Ruggero che non si capisce come sia arrivato lì e, cosa assolutamente strabiliante, il pupone Mauro, quando lo vede, sembra stramazzare per l’orrore… Come mai? Perché tanta paura per un tipo così qualunque?… Questo ambiguo personaggio mi darà filo da torcere (e forse anche ai lettori) riguardo alla comprensione di fatti e protagonisti del romanzo…

Nella schizofrenia degli avvenimenti e conseguente dissociazione dei comportamenti umani Ruggero ha un grave cedimento al quale seguiranno ‘rimonte’ e ancora indebolimenti (‘picchi e dirupi’). Ad impedire che la parte più fragile di lui non resista a lottare ‘fino all’ultimo’ è il suo ‘angelo salvifico’ che, ancora una volta, gli risveglia quella parte dell’essere che ci fa sentire più vivi: il desiderio. Nei vari ambiti i desideri rappresentano le mete, le realizzazioni, gli istanti di felicità che riusciamo a raggiungere nell’arco dell’esistenza. Nel’attuale circostanza l’abbandono totale al piacere, l’estasi della voluttà coprono completamente ogni altra cosa (perfino il terribile assordante rumore dell’Apocalisse che incombe) per protendersi verso l’infinito, oltre l’umano…

Mi trovo al capitolo ‘3 ottobre, dopocena’ e ho deciso di smettere l’analisi quasi ‘interlineare’ del romanzo. Perché lo faccio? Per diversi motivi, di cui uno è non mancare di rispetto all’autore con la presunzione di scrivere un libro sul libro (è stato fatto con un mio romanzo… e non mi è piaciuto). Ma una ragione domina su tutte: mi trovo di fronte al sovvertimento totale di ogni cosa… che, come un ‘colpo di gong’ accanto all’orecchio, mi procura un certo stordimento… Mancano meno di due mesi alla fine (nei due sensi) e, se rivelassi gli ultimi avvenimenti e (Dio mi guardi!) i colpi di scena del finale, qualora non fosse l’autore a farmi ‘sparire’ (o gli alieni…) lo farebbero sicuramente i potenziali lettori… A questo punto vengono a galla i miei  equivoci riguardo ad intuizioni su eventi e personaggi, della serie: L’amico di oggi può essere il nemico di domani o Non fidarsi delle apparenze o Allevare una serpe in seno, e così via ‘proverbializzando’. Ciononostante non li correggo, non modifico quanto scritto fino ad ora, perché i miei abbagli rappresentano una delle peculiarità di questa singolare opera: confondere le idee per arrivare… ad altre conclusioni. Pertanto mi limito a dire che, dopo angosce, ansie, fiato sospeso, dopo la rappresentazione del crollo di uomini e valori, dopo avere ‘visto gli altri’ con la conseguente ripugnanza per il (troppo) ‘diverso da sé’, ho scorto un lumicino di speranza…

Nell’ultima parte (da me nascosta ai lettori) il vivace abilissimo scrittore mi porta alternativamente dall’attanagliante stupore ad una improvvisa ‘apocalittica’ risata, per come narra gli accadimenti, affiancando lo straordinario al banale, con l’autoironia di chi conosce e non supera i propri limiti. L’ho ammirato per la capacità di penetrare nel mondo ‘più’ femminile fino alla ‘torta al profumo di vaniglia’ anche se ho ‘sospettosamente’ sorriso (non può essere tanto bravo, mi sono detta) non riuscendo ad evitare di pensare, con malizia, che forse, nella parte finale, anche una mano femminile abbia messo le dita sulla tastiera (sarebbe stato lecitissimo, ma ora so che non è così). L’autore è davvero molto bravo nella conoscenza dell’animo umano, senza distinzione di sesso.

Nel finale lo scrittore ha rovesciato ogni convenzionalità. Ho toccato con mano quanto sia vero che il lettore (almeno io) voglia inconsapevolmente ‘condurre e concludere’ gli avvenimenti come egli amerebbe evolvessero. Mi sono sentita tradita (perfino con una punta di magone) e completamente destabilizzata poiché nel mio intimo avevo ‘deciso’ chi dovessero essere i buoni e i cattivi. Tifosa, partigiana, nonché irrecuperabile sentimentale, mi sono addirittura ‘arrabbiata’ con l’autore per avere egli consentito al personaggio da me più detestato già dai primi capitoli, di strappare con violenza ‘l’anima del racconto’ fino a permettergli di… ‘chiudere il tutto’… Nondimeno proprio in questo ho riconosciuto il talento giallistico del narratore che, oltre a suscitare emozioni, toglie al lettore qualsiasi epilogo scontato. Infine, nelle ultimissime righe, l’autore ‘ha fatto la pace’ con il mio disappunto addolcendo il linguaggio che è divenuto morbido come una torta meringata… Bravo.

Il lumicino di speranza cui ho fatto cenno in precedenza si concretizzerà nella catarsi finale, per ogni nefandezza degli umani e degli ‘ibridi’. Questo straordinario racconto si chiude in una proiezione di serenità, attraverso un evento, il più naturale, il più anti-distruttivo degli eventi, il prodigio (certamente non paranormale) che ogni creatura vivente ha sempre saputo compiere con la spontanea naturalezza dell’essere…

Postilla: Non sempre un autore nasconde un messaggio nei contenuti delle sue opere, specialmente se si tratta di immaginario trascendentale. Volendo trovarlo forse Francesco Carraro, oltre a richiamare i già citati detti ‘L’amico di oggi può essere il nemico di domaniNon fidarsi delle apparenze - Allevare una serpe in seno’, ha voluto dirci che, dalla notte dei tempi fino al futuribile, tutti (‘riconoscibili’ e ‘diversi’) possiamo essere, alternativamente, buoni e cattivi.


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