Le Ong e l’umanitarismo marinaro

//   5 maggio 2017   // 0 Commenti

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L’aspetto più singolare del caso delle Organizzazioni non governative che operano nel Canale di Sicilia e fanno sbarcare quotidianamente nei porti italiani migliaia e migliaia di migranti è che hanno una vocazione umanitaria dai confini fin troppo delimitati. Queste Ong si preoccupano di salvare i disperati che sfidano la sorte sui gommoni e sulle barche scalcinate libiche. E per svolgere questo compito impiegano una grande massa di denaro la cui provenienza assicurano essere quella dei contributi e delle elargizioni volontarie di privati cittadini. Ma il loro impegno umanitario va dalla costa libica ai porti italiani. Si manifesta in mare e si limita al mare. La sorte dei migranti sbarcati sul territorio italiano non è compito loro. Diventa delle istituzioni del nostro Paese che hanno il compito di accogliere, curare e sfamare i disperati salvati dalle onde e che a questo fine sono costretti ad impiegare alcuni miliardi prelevati dalle casse dello Stato.

Perché mai la virtù umanitaria delle Ong è solo marinara e non si allunga e allarga a quei Centri di raccolta dei migranti che Papa Bergoglio ha giustamente definito “campi di concentramento”? Chiedere chiarimenti in proposito costituisce un peccato mortale da scontare non si sa bene in quale purgatorio o inferno di punizioni politicamente corrette! Eppure, a dispetto dello sdegno, della condanna e dell’esecrazione che i dirigenti delle Ong e i sostenitori dell’accoglienza senza se e senza ma manifestano senza limitazione alcuna nei confronti di chi osa avanzare un quesito del genere, non si può non insistere nel chiedere di fare luce su questa singolare bizzarria. Non solo per dare una qualche spiegazione ai miliardi che, prima di essere tolti dalle casse dello Stato, sono prelevati dai portafogli dei contribuenti. Ma soprattutto per capire se dietro il pretesto della virtù umanitaria non si possa nascondere un qualche obiettivo che con la solidarietà nei confronti dei migranti non ha nulla a che spartire. Magari quello di accentuare le difficoltà di un Paese che non riesce ad uscire da una crisi economica devastante e che potrebbe finire in bancarotta ed essere esposto alle speculazioni finanziarie di qualsiasi tipo a causa dell’aggravio di spese dovute a una accoglienza non gestita e irresponsabile.

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