Fenomenologia del commiato

//   28 luglio 2017   // 0 Commenti

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Una lettura mi ha costretto a riflettere sulla categoria del tempo e sul fenomeno del commiato. Più precisamente, sul concetto di ‘scia spazio-temporale’. La scia spazio-temporale è la biografia di ciascuno di noi; quel cunicolo composto, appunto, da un paio di coordinate: l’estensione fisica lungo la quale si dispiegano i nostri corpi e quella cronologica attraverso cui si dipana la nostra memoria. In base a questa visione, l’universo intero – ciò che impropriamente chiamiamo ‘uni-verso’ – è in realtà un ‘pluri-verso’: una sconfinata congerie di scie spazio-temporali raffigurabili come gli innumerevoli budelli scavati dai tarli in un tronco. La vita, osservata da questa prospettiva, suggerisce una serie di domande: perché la mia scia si incrocia con quella di altri, fino a sovrapporvisi? Perché, poi – per un lasso di tempo variabile (a volte biblico, altre  fulmineo) – talune scie procedono appaiate? E perché, a un certo punto, declinano in oblique traiettorie? Tali quesiti richiamano le nozioni di ‘fedeltà’, ‘commiato’ e/o ‘tradimento’, tre esperienze connotanti la vita di ogni uomo in quanto animale sociale. Nella migliore delle ipotesi, la segnano, la marcano. Nella peggiore, la mutilano o addirittura la bruciano, facendone cenere. Il commiato (sotto forma di distacco o di tradimento, inflitto o patito) non è nient’altro che la biforcazione irrimediabile di due scie spazio-temporali: una prende il largo, l’altra l’entroterra. O viceversa. Perché succede? Perché, all’improvviso, certi scintillanti matrimoni implodono, certe amicizie di cemento si sbriciolano? Perché il marito va a Nord e la moglie a Sud? E perché l’amico, il fratello, l’amante, il compagno –  il gemello persino –   marciano a Oriente, mentre la nostra storia ci porta in Occidente? La teoria con cui mi sono confrontato suggerisce una risposta consolante: non ci sono responsabilità individuali, colpe soggettive, pene da espiare, vittime e carnefici. Le scie spazio-temporali hanno tutte una data di scadenza. Sono tenute insieme (incollate) da un brulicare di pensieri, parole, opere, omissioni, sensibilità, interessi, bisogni, vibrazioni, sentimenti, credenze e miliardi di minutaglie quotidiane aderenti come ventose. Sono questi tiranti  – spesso impercettibili – a garantire la sincronica deriva di esistenze differenti. Quando essi si scollano, le scie parallele collassano e divergono, sospinte altrove da correnti contrapposte. Quindi, il commiato, la cesura, il capolinea di un rapporto non sono (solo e sempre) un supplizio che scegliamo o che subiamo. È una morte senza colpevoli, piuttosto. Un accadimento che si sceglie da sé, o da cui siamo scelti, per così dire. Ma, non di rado, vi opponiamo un’ostinata resistenza e vi ricaviamo un’acuta sofferenza. Eppure, dovremmo essere assolti tutti, traditori e traditi, separanti e separati. Per non aver commesso il fatto.

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