Le bugie referendarie sull’acqua: i paradossi della fantomatica ri-pubblicizzazione

//   13 luglio 2011   // 0 Commenti

referendum

La vittoria dei sì per il quesito numero 1, riguardante l’abrogazione le “Modalità di affidamento e gestione dei servizi pubblici locali di rilevanza economica” (ovvero l’art.23bis del c.d. decreto Ronchi), non rappresenta un grosso problema gestionale per il mercato idrico, in quanto l’obbligatoria apertura del mercato dei servizi era stato introdotta dal Governo avvalendosi della facoltà, prevista dal quadro legislativo vigente della UE, di implementare a livello nazionale le direttive comunitarie enfatizzando il principio di libera concorrenza.
Il ripristino del quadro regolatorio previgente di fatto ci riporta alla situazione prevista dalla legge Galli del 94, ad una situazione cioè che, pur con una serie di criticità, non aveva comunque impedito di arrivare a circa il 40 % del mercato con gestione affidata, in gran parte a società miste pubblico/privato. Del resto già con il regolamento attuativo dell’art.23bis del decreto Ronchi (il c.d. regolamento Fitto) si era ottenuta una indiscutibile ri-apertura, sebbene implicita, alla gestione interamente pubblica, in condizioni particolari e limitate.
Nulla di particolarmente preoccupante, quindi.
La vittoria dei sì al quesito numero 3, riguardante l’abrogazione, in sede di determinazione della tariffa di una “adeguata remunerazione del capitale investito”, presenta aspetti più problematici e meno scontati, sotto diversi punti di vista.
Da un lato, rimanendo comunque il principio della “copertura integrale dei costi di investimento e di esercizio” assieme alla confermata natura commerciale/societaria del soggetto gestore, l’obiettivo fortemente voluto dalla compagine referendaria di pervenire ad un servizio idrico “assolutamente estraneo a logiche tariffarie, ponendo i relativi costi a carico della fiscalità generale” non può che considerarsi scongiurato.
Dall’altro lato è indubbio che il venire meno della “adeguata remunerazione del capitale investito” dal computo delle tariffe determina una fase di incertezza reale e diffusa, con possibile perdita del valore delle aziende e assai probabile blocco degli investimenti.
Su questo occorre fare molta chiarezza, perché da parte dei propositori del referendum si è volutamente imputato, del tutto erroneamente, alla remunerazione del capitale il presunto incremento delle tariffe avvenuto in questi anni, dimenticando che tali tariffe, ancora oggi e pur non in presenza di enormi quantità di risorsa, continuano ad essere le più basse a livello europeo.
Occorre al contrario finalmente accettare, senza inutili demagogie, che le gestioni in economia, di stampo comunale, presenti prima del 94 ed ancor oggi vive e vegete in qualche parte del nostro Paese, ci hanno lasciato delle reti che sono degli autentici colabrodo, ed in più una vergognosa situazione fognaria e depurativa. Se volevamo avere acqua pulita e non subire le giuste multe della UE sul mancato trattamento delle acque reflue, era necessario quindi spendere di più, in termini di investimenti e di manutenzione, ed era quindi logico che le tariffe aumentassero. Il fatto vero, purtroppo, è che non sono aumentate armonicamente con l’aumento della qualità del servizio, e questo, paradossalmente, proprio a causa, tra le altre cose, di un metodo di calcolo delle tariffe, elaborato a livello statale nel 1996 e mai cambiato, che reputava l’adeguata remunerazione del capitale investito la panacea di tutti i mali aziendali e gestionali, dimenticando che, affinché le gestioni potessero essere realmente efficienti ed attrarre le necessarie liquidità dal mondo bancario, la prima cosa veramente necessaria sarebbe stata l’immissione nella tariffa dei costi sostenuti per accedere ai mutui bancari e per sostenere gli investimenti, con il mantenimento dell’attivo circolante. L’aver ritenuto che la remunerazione avrebbe da sola garantito un equilibrio economico finanziario si è rivelato un clamoroso errore normativo e amministrativo, come la storia di questi ultimi 17 anni (1994-2011) ci insegna: basta guardare ai risultati, assai problematici, delle gare per l’affidamento, in qualunque forma, del servizio idrico avvenute negli anni passati, spesso andate deserte per la manifesta impossibilità a garantire il pagamento degli interessi sui capitali investiti tramite i soli introiti tariffari.
Del resto se già nella corrente situazione gli Istituti di Credito hanno qualche difficoltà a garantire i necessari finanziamenti, con il referendum la chiusura del rubinetto del credito è il minimo che ci si possa aspettare. Forse è per questo che Vendola, strenuo fautore del sì al referendum e governatore della regione Puglia, ente proprietario di Acquedotto Pugliese, smentendo se stesso, non intende eliminare in futuro la voce “remunerazione del capitale investito” dalle bollette consegnate ai cittadini. Ci troviamo dunque in una situazione paradossale: non solo la tariffa non ha mai garantito l’equilibrio economico finanziario delle gestioni, ma adesso si dovrebbe eliminare finanche l’unico strumento, peraltro drammaticamente insufficiente, che il metodo lasciava per coprire gli oneri finanziari ed il costo del debito. Si capisce bene il clamoroso e demagogico errore dei referendari, tanto più grave se si pensa che le risorse economiche a fondo perduto previste dai diversi piani d’ambito sono del tutto insufficienti a garantire da sole gli investimenti non raggiungendo il 12 %, ed ancora meno ingenti potranno essere nei prossimi anni, a causa dell’enorme debito pubblico del nostro Paese.

Cosa fare quindi?

Semplice e complicato allo stesso tempo: occorre una seria riforma governativa, meglio se bipartisan, che, sia pur non facendo leva diretta sulla remunerazione del capitale investito, a causa dell’esito referendario, garantisca alle aziende, pubbliche e private, quanto meno la copertura totale dei costi, compresi gli oneri finanziari necessari agli investimenti, nonché margini di profitto legati, ad esempio, alla capacità di assicurare nei tempi previsti, o addirittura in anticipo, i miglioramenti degli standard di servizio previsti nelle convenzioni di gestione e nei piani d’ambito. Sarebbe forse tutto sommato una scelta sobria ed oculata a tutto vantaggio degli utenti, e non intaccherebbe l’esito referendario e la volontà espressa dai cittadini.

 

Di Guido Cace*

E’ attualmente Componente della Commissione

Nazionale di Vigilanza delle Risorse Idriche

( dal 24 settembre 2009). Già Vice Presidente di FederUtility dal 2005 al 2008. Già Vicepresidente della FederGasAcqua

dal 2000 al 2005, Già Presidente di Acegas Spa di Trieste dal 2002 al 2004 ( azienda quotata in borsa).ACQUA orizzontale 10X15


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