Facciamola nuova, la politica

//   17 gennaio 2012   // 0 Commenti

berlusconi monti

Discutere sullo stato di salute della Destra dopo la caduta del Governo Berlusconi e la nascita di quello Monti non è facile.
Proviamo a farlo pacatamente, seriamente, apertamente e con esclusivo spirito costruttivo.
Va detto immediatamente che il tentativo di rilanciare la Destra, e più in generale uno schieramento di Centro-Destra moderno, agguerrito e veramente competitivo non potrà, a mio avviso, dispiegarsi compiutamente se quello spaccato di società civile che ha costruito l’immagine e la sostanza di quella coalizione che fu il Polo nel 1994 non potrà, di nuovo, essere chiamato a concorrere a definire i contenuti e ad esprimere una classe dirigente che abbia e ricopra sempre più responsabilità e potere decisionale al centro, come alla periferia.
La ricerca di un consenso il più possibile “calibrato” sul territorio e sulla sua composizione sociale, l’esigenza di consentire all’eletto e al movimento che lo esprime di divenire centro di un vasto segmento d’interessi, assicurando, così, il radicamento della rappresentanza nel territorio, pongono problemi inediti nell’organizzazione delle strutture politiche in questa particolare fase della storia del nostro Paese.
Questo tipo di approccio è destinato a caratterizzare il rapporto tra una qualunque struttura ed un qualunque riferimento istituzionale (dal parlamentare al Sindaco, all’eletto a qualunque livello). Il problema non è quello di creare nuove clientele o di gestirne di “vecchie” ma quello di creare le condizioni perchè il popolo, in questa fase, diventi la base ed il riferimento per una nuova egemonia.
Non può non rilevarsi, infatti, che sul territorio le strutture organizzative del PDL siano risultate in molti casi sclerotizzate; che esistono, alle volte, solamente sulla carta; che piuttosto che essere un elemento di raccordo e d’espressione della realtà sociale, siano servite solo in funzione di controllo del territorio; che la logica che ha animato la scelta dei dirigenti e dei vari responsabili territoriali sia stata quella della cooptazione sulla base del grado di fedeltà e di amicizia personale; che non sono esistite, spesso strumenti di raccordo politico tra chi opera nelle sedi istituzionali e la struttura delle varie organizzazioni.
Si è oscillato, tanto per fare un esempio, ove siano al governo degli enti locali (specialmente nelle Regioni), tra la gestione ordinaria e la difesa aprioristica delle decisioni prese dalle giunte, dal Sindaco, al Presidente della Provincia o della Regione, rinunciando a fornire elementi, se non altro in termini di stimolo critico, all’operato delle Amministrazioni.
L’evidente risultato di questa latitanza della progettualità delle classi dirigenti del partito è la debole immagine che queste Amministrazioni tuttora presentano.
Nessuna fa – o riesce ad essere – da punto di riferimento per le altre.
Altro nodo da sciogliere è quello della tentazione che ha avuto il PDL di rappresentare tutti gli interessi per poi, ovviamente, rischiare come è capitato, di scontentare molti, se. non tutti. La destra nasce come forza politica di riferimento di ben definite aree sociali, che sono, in larga parte, quelle della borghesia cittadina, del mondo delle professioni, del commercio, della piccola e media impresa, degli agricoltori, ma anche dei lavoratori dipendenti e del cosiddetto polo degli esclusi, dei non garantiti, che rappresentano oramai sempre più la base sociale del nostro Paese.
Allora, se proprio non vogliamo rinunciare a nessuna di queste aree, occorrerà creare i necessari strumenti di raccordo e di indirizzo.
Dare vita a luoghi di confronto, di mediazione, con le organizzazioni di categoria, pensando anche alla rappresentanza degli esclusi (per esempio ai precari, ai pensionati e agli studenti) in un percorso articolato di progetti mirati, fattualmente concreti, potrebbe davvero creare quella sinergia tra la società e partito politico, tanto auspicata da tutti, ma poco praticata da molti.
Nessuno oggi può pensare di avere acquisito un diritto naturale al consenso; il grado di fluidità e di mobilità, e non solo in termini elettorali, è enormemente cresciuto.
Singoli e gruppi sociali difficilmente concepiscono più il rapporto con la politica in termini di fedeltà.
In altre parole, è aumentata la ricerca di soluzioni e di risposte che garantiscano la tutela dei propri interessi morali e materiali. Dobbiamo perciò acquisire la consapevolezza che certi atteggiamenti e comportamenti, anche personali, possono premiare, almeno quanto possono punire.
L’indubbia esigenza di fidelizzare l’elettorato deve perciò comportare necessariamente la capacità non di accontentare tutti, ma di saper armonizzare e contemperare i vari interessi contrapposti, nell’ottica del Bene comune.
Per favorire il passaggio dalla fase di amplificazione dei bisogni, alla fase di rappresentanza, occorre creare e fornire perciò strumenti di composizione e compensazione fra i corpi intermedi della società e le varie sedi istituzionali. Dare vita, in altre parole, a quella democrazia dei corpi sociali che tramuti il bisogno di aggregazione in partecipazione responsabile.
Altro settore strategico da non trascurare è quello giovanile. La gioventù di oggi si muove ed è stretta nell’alternativa tra ribellismo ed omologazione. Per questo, non basta fornire soltanto risposte o chiavi di lettura razionali della realtà. Occorre restituire la forza evocativa delle grandi battaglie, dei grandi temi come dell’approccio concreto ai problemi dell’oggi.
In questo senso, allora, bisognerà rilanciare il tema della cultura, che è poi quello dell’identità della Destra, quantomeno in termini di proposta politica.
Sembra inverosimile che un partito come il PDL oscillante ancora oggi in termini elettorali su percentuali tra il 20 ed il 30 per cento dei consensi, non abbia sentito il bisogno di dotarsi di un progetto culturale, di un progetto per lo Stato nuovo, per la città nuova.
La verità è che nulla praticamente si è fatto per favorire la possibilità di creare, anche non necessariamente come proiezione diretta del partito, strutture in grado, da un lato, di formare e valorizzare figure di operatori, per così dire, professionali del settore e, dall’altro, di creare il punto di vista, quasi “l’idem sentire” della Destra rispetto alla cultura.
Anche solo per scalfire la ormai consolidata ipoteca della sinistra sul mondo della cultura e delle arti, occorre che sul piano dei comportamenti collettivi, dei valori diffusi, venga sempre più percepita la nostra diversità culturale, venga per così dire naturale nel senso comune, pensare a Destra, giudicare con la sensibilità ispirata dai nostri valori di riferimento.
La ultra cinquantennale egemonia della sinistra in campo culturale nasce e si sviluppa proprio in base alla coincidenza, ormai come riflesso spontaneo, tra il senso comune e i valori della sinistra.
Non può allora non comprendersi il significato epocale del nostro tempo, ed è evidente, quindi, come è stato giustamente e autorevolmente sostenuto che occorre, proprio sotto questo aspetto, dare alla Destra diffusa, ancora maggioranza del nostro Paese, l’autorevolezza, il peso, e la rappresentanza nella cultura che la Destra politica ora ancora non ha, che non ha mai avuto e che non è stata capace di creare nemmeno dopo molti anni di governo.
Le classi dirigenti di destra hanno tardato a rendesi conto dell’importanza sempre più grande e determinante della cultura e della comunicazione massmediale, artistica e scientifica che fosse: a cominciare dalla stampa per finire alla cinematografia ed alla televisione.
Nello schieramento di Centro-Destra ha prevalso anche in questi ultimi anni, un atteggiamento di sufficienza nei confronti della cultura in genere e, sopratutto, nei confronti di quegli intellettuali (anche se non ci piace il nome, tanto per intenderci) che non risultassero funzionali all’establischment del momento.
Evidentemente non si vuole sostenere che si debba adottare la logica dell’intellettuale organico, in base alla quale viene conferita dignità culturale solo a quello che serve agli obiettivi politici e, quindi, l’uomo di cultura viene valorizzato solo se al servizio del partito.
E nemmeno si vuol dire che la cultura debba diventare uno strumento per raccogliere il consenso.
Ma si vorrebbe solamente che la cultura, o meglio le culture, che hanno espresso il fronte antiprogressista, cattolico, conservatore, della destra, che dir si voglia, rappresentassero ed indicassero gli ancoraggi ideali indiscutibili ed i grandi orizzonti, le direttrici di vetta, come si diceva una volta, e dessero contenuti e sostanza alla visione del mondo e della vita, che risulta comune alle realtà umane ed ai ceti sociali che vi si riconoscono. Si vorrebbe cioè che la cultura, meglio le culture operassero sistematicamente per creare quella coincidenza (quasi un riflesso condizionato ed automatico) tra senso comune, modelli di comportamento e valori di destra.
In questo modo, senza vedere strumentalizzata e subordinata la cultura alla politica, come avviene da sempre a sinistra, la destra avrebbe il merito di ridare dignità ad una Politica Alta.
Risolvendo, oltretutto, i sui stessi problemi di identità e di iniziativa progettuale.
Per poter far questo dovremmo di nuovo, come facemmo già negli anni sessanta del secolo scorso, iniziare a recuperare tutti quegli autori e pensatori che possono essere ricompresi in una Destra ideale “ed amplissima” come la definiva il grande scrittore Vintila Horia: «A questa “destra ideale” appartengono tutti quei grandi scienziati, filosofi e artisti del nostro secolo (il novecento n.d.a.) che, tra l’altro, hanno distrutto o contribuito a distruggere i principi e le teorie del positivismo, del determinismo, del materialismo dell’Ottocento. In tal modo, questi creatori di una vera rivoluzione del mondo moderno in senso spiritualista e antimaterialista, possono essere tutti considerati come appartenenti proprio ad una “destra ideale”».
Il vero problema consiste nel tradurre, nel trasferire tali idee, cioè la dottrina di questa “destra ideale”, su di un piano sociale o politico ed oggi è aggravato dalla situazione in cui lo schieramento di Centro-Destra è precipitato dopo la nascita del governo Monti.
Perché pochi sembrano ancora essersi resi conto che le condizioni attuali sono profondamente cambiate rispetto al 1994: il grande entusiasmo e la voglia di partecipazione della gente ai cambiamenti ed alla cosa pubblica ha subito un pericoloso riflusso; le paure per “i comunisti al governo” si sono ridimensionate e la consapevolezza di un ventilato possibile nuovo “regime tecnocratico” non si è ancora sviluppata sufficientemente.
Aumenta per di più una sfiducia nei partiti e nella classe dirigente politica, che purtroppo si va allargando pericolosamente in molti settori dell’opinione pubblica che non li ritengono più idonei a risolvere i gravissimi problemi creati dalla crisi economica e finanziaria.
Tutto questo in uno scenario politico complessivo di maggiore instabilità con la prospettiva, non infondata, di poter essere, come paese, espulsi dal concerto europeo e dalla moneta unica.
Non è difficile perciò prevedere per la Destra una fase non breve di difficoltà, se non di opposizione, per la quale nessuno vede che ci si stia in qualche modo attrezzando.
A cominciare dalla definizione di un’immagine forte e di un progetto comune che sia in grado di tenere mobilitate e coinvolte quante più risorse morali ed intellettuali possibili.
Con l’aggravante che il PDL si trova in mezzo al guado; non riesce a formare una leadership e manca ancora di quegli approfondimenti culturali che siano in grado di supportare una strategia ed un programma di lungo termine.
Per giunta nella coscienza degli elettori si va attenuando la esigenza di un compiuto sistema bipolare con la conseguente logica dell’alternanza ed i programmi della Destra e della Sinistra, soprattutto quelli amministrativi, difficilmente vengono più percepiti dall’opinione pubblica come alternativi.
Avviene, in effetti, che la Sinistra e la Destra finiscono per accelerare la corsa verso il centro, attenuando sempre più i rispettivi caratteri distintivi, cessando di essere luoghi di elaborazione di teorie e programmi originali, interrompendo o quantomeno rendendo problematici sempre più i rapporti con la cultura, “castrandosi” ogni possibilità di creare e di fornire al Paese nuove élites, distruggendo i residui di una visione ideale della politica, annullando persino quei minimi di simbologia necessaria a mobilitare la gioventù di tutti i tempi e di tutti i paesi.
E così si accentuano i problemi che specularmente già si presentano drammaticamente ai due schieramenti.

Riccardo PEDRIZZI
Presidente Regionale UCID Gruppo Lazio
www.riccardopedrizzi.it


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