Etica fiscale

//   11 ottobre 2011   // 0 Commenti

di Carlo Sandrin

riforma fiscale 300x180E’ tematica di stretta attualità, il giro di vite ministeriale su evasione ed elusione fiscale. A voler essere onesti, è ancora più sollecitato il dibattito su una riforma fiscale ad amplio spettro. O quantomeno, lo è in intenti manifesti di molti leader politici nazionali, di maggioranza ed opposizione. Un appello in questo senso, viene anche da categorie o corporazioni che nel Belpaese hanno da sempre una influenza politica rilevante, Confindustria come esempio fra tutti.
Ebbene, questa riforma dovrà ridisegnare, giocoforza, il futuro assetto delle finanze pubbliche che impatterà inevitabilmente nel “life style” di quella “generazione precaria”, che sin d’ora sta pagando la miopia e gli errori politico/economici degli anni 70′ – 90′ che hanno portato il nostro paese a primeggiare nella classifica dei debiti pubblici mondiali.
Dunque riforma sia. Già..ma come? Con che criteri? E soprattutto, da dove partire? Da un lato infatti, incombe il rischio che la spirale concertativa fagociti i buoni intenti trasformandoli in un nugolo di provvedimenti stile “mille proroghe” che assomigliano all’annuale assalto alla diligenza della finanziaria. Dall’altro tuttavia, c’è una intera generazione che percepisce e vive le cosiddette “conquiste sindacali”, come un fardello enorme sul proprio futuro, che giocoforza sarà privo di quelle tutele che fino ad ora sono sempre state considerate “irrinunciabili”, tra tutte il diritto alla pensione pubblica.
Tra l’incudine ed il martello vi è il VERO nodo da sciogliere, enorme e da sempre considerato sostanzialmente incomprimibile, cioè la SPESA PUBBLICA. Immorale infatti, è l’evasione o l’elusione fiscale, almeno tanto quanto lo è, una poco attesa ed irresponsabile amministrazione del denaro dei contribuenti. In buona sintesi, i cittadini non sono più disposti a pagare tasse e stringere la cinghia, a fronte di una dinamica della spesa pubblica inalterata. Proprio da quest’ultima infatti, non deve prescindere una riforma complessiva della finanza pubblica Italiana. Senz’altro la pressione fiscale ha raggiunto una soglia depressiva, e va abbassata drasticamente tanto ai redditi da lavoro quanto ai redditi d’impresa, ridando perciò respiro agli ormai critici bilanci familiari. Occorre per finanziare ciò, un taglio netto della spesa corrente, uno snellimento strutturale dell’apparato amministrativo statale, ivi compreso il massiccio ridimensionamento del numero di dipendenti pubblici che ne fanno parte. Ancora secondo logica e lungimiranza, serve incentivare DAVVERO la crescita. E tanto più lo stato si “allontana” dalle dinamiche produttive lasciando spazio alla libera iniziativa non ostacolandola con burocrazia inefficienza ed inutili regolamenti, tanto più la crescita e la creatività imprenditoriale ne è incentivata. Ancora una volta, meno stato e più società.


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