Un’Epifania dall’esperienza artistica alla libera riflessione spirituale

//   10 gennaio 2012   // 0 Commenti

img005 300x217Si è conclusa, con la serata del 6 gennaio, una singolare esperienza che ha visto esordire illusionismo e poesia attraverso un canovaccio realizzato appositamente per condurre l’evento in un bar. Uno spettacolo che si basa su due avventori, il mago e il poeta, che entrano ed escono dal locale per interagire direttamente con quanti frequentatori dello stesso luogo. Un’esperienza che ha visto, in primo luogo, la possibilità d’intrattenimento di molti bambini insieme a un pubblico più maturo e altrettanto coinvolto nell’essenziale ma efficace strutturazione dialogica innestata sui versi estrapolati dal recente Mezzogiorno dell’animo. Una proposta intessuta, in questo modo, rendendo organica e reale l’azione tra i due protagonisti. Ne è emersa quindi anche una storia, sia pure abbozzata, ma nella stessa sua intenzione di essere traccia aperta nonché emblematica di quella che potrebbe essere una comune vicenda umana di tanti habitué di un luogo. Qualcosa che trova valenza e riconoscimento dell’amicizia nella ricerca di un senso di famiglia che, in qualche modo, viene surrogato da una presenza più o meno continuativa all’interno dello stesso bar. Nonostante il traffico e la successiva giornata di ponte che ha invogliato molti ad andarsene fuori, numeroso e coinvolto è stato il pubblico che ha seguito per intero la performance. A completare la serata si è prestato Amedeo Morrone che, con la sua chitarra, ha accompagnato lo spettacolo ed allietato il pubblico presente con alcune sue composizioni sia all’inizio che alla fine della rappresentazione. Come annunciato, Iolanda La Carrubba ha curato la ripresa integrale dell’evento che, a seguire, nella stessa dimensione di convivialità, incontro e confronto tipico di un bar, ha visto anche un’informale e spontanea conversazione del gruppo laico cristiano degli Amici di Gesù da poco nato in seno a Facebook. Gruppo anche promotore della stessa iniziativa artistica. Un confronto che è stato, prima di tutto, una grande testimonianza di antitesi ad ogni settarismo che, oggigiorno, è purtroppo ormai diffusa sotto diverse forme. Una dialettica comunque capace, perlomeno tra i più, inclusi alcuni atei presenti, di riportare all’amore come concetto di base, a partire tanto dal pensiero quanto dalla sua manifestazione. Del resto, la stessa filosofia, etimologicamente altro non è che amore per la conoscenza dove desiderio e coinvolgimento sono motore, spinta all’oltre dell’ideale platonico che, anche con Aristotele, trova riferimenti tra sensibilità e intelletto per trascendere. Un dibattito che, naturalmente, continua sul profilo del gruppo: www.facebook.com/groups/gliamicidigesu/. Personalmente trovo assai interessante e stimolante riportare una riflessione di Walter Kasper estrapolata da un altrettanto significativo articolo sull’Epifania dello scorso 6 gennaio di Don Mario Colavita tratto da Primonumero.it e segnalato in un post da Albina Serembe, un’amministratrice e attiva protagonista del gruppo: “Sta tornando veramente Dio o stanno ritornando, in realtà, gli dèi o gli idoli? Non si tratta forse, semplicemente di un narcisistico innamoramento di se stessi che cerca il divino in noi ma non Dio al di sopra di noi?”. In sostanza, si “deve fare i conti con il ritorno ambivalente alla religione di molti uomini”, così come precisa lo stesso autore dell’articolo. In effetti sono in molti e sotto diverse forme, purtroppo, che pensano di agire in nome di armonia ed equilibrio come pure del benessere e della compassione ma, in realtà, dimenticano od omettono spesso di mettere avanti la parola amore e, nei fatti, il cuore. Il pathos è sostanza del verbo e, a mio modesto parere, riconoscere questo nei nostri tempi di torpore significa dare sostanza a quanto divide il falso dal vero. Vi è un senso di percezione, in questo presunto ritorno alla spiritualità, che palesa una tangibile carenza d’intenzioni a donarsi completamente all’altro, al fratello, che è chiunque incontriamo sulla nostra strada indipendentemente dal gruppo di appartenenza, come pure si stenta a riconoscere l’immenso amore che è la stessa natura di un Dio Padre da relegare in una vana, se non addirittura controproducente, ricerca in noi stessi. Una ricerca tale che, a tratti, ripercorre certi usi e consumi utilitaristici per adoratori da vitello d’oro presagendo così una sorta di alleanza da rinnovare. Nell’Esodo 32:1-33, a seguito di questo episodio si riporta: “cancellerò dal mio libro colui che ha peccato contro di me”, dunque non chi ha peccato o lo stesso Mosè che vuole addossarsene le colpe per salvare il suo popolo, bensì un negazionismo o sostituzione dello stesso divino da ridurre e condurre ai propri fini. Il peccare, di per sé, è umano e, lo stesso male, nell’iconografia classica del diavolo, è anche paradossalmente testimonianza indiretta di Dio nel mondo fisico volta a discernente il bene dal male, anche perché sono le vie di mezzo il vero demone che è la mancata espressione degli umani sentimenti, dello slancio verso il qualcosa o qualcuno che fa la differenza. Gli ignavi, del resto, già Dante li aveva messi, non a caso, all’inferno. La stessa apocatastasi, in fin dei conti, non è che un ritorno a tutto ciò che è l’Origine nella sua infinita misericordia e amore. In sostanza, tornando ai nostri giorni, vorrei porre attenzione sul fatto che ciò che è male è assai più travestito e meno distinguibile di quanto sopra descritto attraverso l’indifferenza e, addirittura, anche per mezzo di un presunto bene, felicità o benessere piuttosto che di manifesta cattiveria. Un qualcosa che tende a negare Dio Padre o surrogarlo in altro piuttosto che a contrapporvisi. Un male, dunque, che non è più quel leale “male” che si opponeva a Dio, ma si traveste di armonia e compassione, elevazione ed affermazione del sé fino a sostituirsi a Dio. Il punto, forse, sta in un distinguo tra anime, non quelle mondate, neppure quelle impure, ma quelle vive, quelle che soffrono e gioiscono attraverso le passioni. Ma questo è sempre più un mondo di anime zombie, che pur continuando a vivere non sanno di essere già morte e condannate al nulla eterno della loro ignavia come pure della loro presunzione di equilibri, benessere e armonia ingabbiata e preordinata in uno scaffale da supermercato. È questo, in definitiva, il modello di spiritualità consumato, oggigiorno, da molti. Occorre invece, a mio parere, vivere con profonda intensità , solo così saremo in grado di assecondare ogni disegno di Dio che a Lui poi conduce. Non importa sbagliare, l’importante è agire, assecondare il vivere. Poi arriverà quell’occasione di amore, non importa se sarà dolore, se saremo vinti. Beati i vinti! E questo è esattamente il Cristo, colui che viene per stare tra i peccatori e portare il messaggio di salvezza a tutti noi, indistintamente, scegliendo il martirio in nome dell’Amore. Un’ambivalenza dei tempi pertanto che, volendo scorgere un “mezzogiorno dell’animo” in prima persona, ho pagato con caro prezzo, nel coraggio di una scelta che ho fatto lungo il mio percorso, una scelta d’amore che avrei potuto anche omettere: “del dolore scelsi il percorso / e non più di sopire il cuore / d’incompiuto sentire svanire”. Un’ambivalenza che si riflette in una sorta di Beatrice, in quanto strumento del divino, ma anche di un’anti-Beatrice poiché non più collocabile prossima alla presenza di Dio è colei che si vanifica nel nulla dei tempi. Tratti da alcuni inediti composti successivamente l’uscita della prima edizione, che andranno a corredare una seconda edizione di Mezzogiorno dell’animo con la nascente Fusibilia, alcuni versi qui anticipati, forse meglio di altre parole, rendono ragione dei tempi, tempi ambigui ma anche da colmare nell’azione per una nuova alleanza che riconduca a Dio: “ ‘Gloria in excelsis Deo’. / Ancora il tuo nome / per glorificare Dio. / Ancora quel Dio / da te vanificato / nell’apostasia / dell’Amore”. “Scelsi d’illudermi / per infine salvarmi / tentando di salvarti”.

Enrico Pietrangeli


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