Eduard Mijic l’architetto dalle mille sfaccettature

//   16 dicembre 2013   // 0 Commenti

Palacongressi Rimini_esterno

Lei è professionista di prestigio, laureato in architettura a Darmstadt, ha collaborato con Renzo Piano ed ha firmato molti progetti importanti: come si raggiunge una tale fama è solo bravura?

Intanto devo dirle che non mi reputo un architetto di fama. Sono i grandi maestri con i quali ho avuto il privilegio di collaborare i veri protagonisti della mia storia professionale: Renzo Piano, Volkwin Marg, Thormas Herzog, Günther Behnisch o Johannes Kister. Da loro ho imparato come affrontare una progettazione complessa e come reagire in situazioni difficili. Alcuni di loro sono stati per me un riferimento dal punto di vista umano oltre che professionale e di queste esperienze di vita ho tentato sempre di farne tesoro. Siamo uno studio giovane che ha tanta strada da fare e tanta energia da spendere. Ci piacerebbe poter contribuire con il nostro lavoro al miglioramento dello spazio che ci circonda e nel quale viviamo.

Sulla bravura ritengo che sia meglio lasciare ad altri valutare se siamo bravi o no. Sono gli spazi che progettiamo, con le scelte dei materiali e le finiture, che diventano riferimenti per misurare le nostre capacità professionali; quindi preferisco che si esprimano gli utenti sulla qualità di questi spazi. Loro sono i nostri critici più autorevoli.
Mi viene più facile parlare di fortuna che di bravura. Quando ho iniziato la mia carriera lavorativa, ero intenzionato a far vedere a tutti le mie capacità, e sono convinto che, per realizzare i propri sogni, le stesse siano decisive. Ma oltre a queste ci vuole sempre un pizzico di fortuna, per esempio trovarsi nel posto giusto al momento giusto, e questo non dipende certo dalle nostre capacità intellettuali.

Building Workshop a Genova, il progetto della nuova chiesa di Padre Pio a San Giovanni Rotondo, il progetto per l’ aeroporto di Falconara, il progetto per il nuovo Centro Congressi di Padova, la Nuova Fiera e il Palacongressi di Rimini, si fermerà o continuerà con nuove idee di successo?

Fermarmi? Ma siamo appena partiti…siamo pieni di energia e sono convinto che ci saranno tante avventure e tanti viaggi ancora da affrontare, nonostante il momento difficile che stiamo attraversando. E’ un momento di riassetto della nostra società e di presa in esame dei suoi valori. La crisi non è soltanto economica: è una crisi d’identità della nostra società occidentale. Ho la sensazione che negli ultimi sessant’anni la misura del benessere sia stata troppo orientata verso la crescita economica, la quale si è sviluppata a dismisura rispetto a quella culturale. Si è tenuto poco conto del fatto che l’aumento della ricchezza, se non viene distribuito in maniera più equa, crea disuguaglianza e di conseguenza tensioni sociali. D’altro canto c’è stata una decrescita a livello culturale, e qui mi riferisco in particolar modo alla realtà italiana, dove l’importanza della cultura è diventata marginale e a volte dichiarata apertamente superflua.
Nonostante la realtà che ho descritto prima, ho avuto la fortuna di seguire alcune opere che prima di tutto lasciano un segno culturale non solo qui in Italia. Trasferendomi in Puglia a San Giovanni Rotondo, per la realizzazione della nuova Chiesa di Padre Pio, mi sono reso conto dell’importanza di essere come architetto coerente alle proprie idee durante la fase progettuale e di realizzazione. Sono stato affascinato da questo edificio mentre cresceva: la sua complessità spaziale era impressionante, ma allo stesso tempo mi rendevo conto dell’importanza della cura del dettaglio di questa geometria così complessa. In mezzo a questi due punti di vista, che chiamerei “macro” e “micro”, sta il segreto della qualità architettonica: l’effetto spaziale dell’oggetto insieme ad una attenta elaborazione dei punti di giunzione tra i singoli elementi che lo compongono.

Nel 2005 l’apertura dello studio «Mijic architects» con sede principale a Rimini e a Francoforte e Belgrado. Come mai la scelta di una sede a Rimini? Cosa è considerato di primaria importanza per il suo studio e che non è mai possibile separare da un progetto?

Museo delle Scienze Belgrado 150x150

Parlavamo prima della fortuna di trovarsi nel posto giusto al momento giusto? Ecco, la mia scelta di stabilire la sede principale del nostro studio a Rimini è stata la conseguenza di tante circostanze. Nell’anno 2000 sono stato contattato da parte dello studio “von Gerkan, Marg und Partner” di Amburgo per seguire il cantiere della Nuova Fiera di Rimini. Ho accettato questa sfida trasferendomi a Rimini. Ci sono state una serie di attività successive (la Stazione Ferroviaria di Rimini Fiera, l’ampliamento della Nuova Fiera, l’aeroporto di Ancona) che ho svolto per conto dello studio di Amburgo come referente locale. Quando è partito il progetto per il nuovo Palacongressi di Rimini, ho deciso che questo sarebbe stato il mio centro di azione, dal quale tentare di gestire i vari progetti. Non vedo questa scelta come una soluzione definitiva, perché oggi dobbiamo essere flessibili adattandoci alle nuove situazioni in maniera veloce, ma per adesso sono qua e sono contento di aver preso questa scelta anni fa.
Quello che considero oggi di primaria importanza per il nostro lavoro da architetto è il riferimento tra il progetto e il contesto che lo circonda. Suona un po’ banale, vero? Io invece lo ritengo un argomento di grande attualità, che incide non solo sull’architettura, ma sul nostro modo di vedere il mondo.
La società occidentale era basata fino a poco tempo fa esclusivamente sul consumismo. Con l’introduzione dei mezzi di informazione è stata inaugurata inevitabilmente l’epoca della globalizzazione, nella quale lo scambio di informazioni (oltre a quello delle merci) ha portato ad un incremento notevole di visibilità per imprenditori e commercianti nel settore privato, ma anche per politici nel settore pubblico. Questi protagonisti della globalizzazione, alla ricerca di un nuovo “brand” come segnale inconfondibile del proprio prodotto, hanno incaricato architetti con l’obiettivo di creare oggetti iconici, che spesso – ignorando il contesto – diventavano oggetti autoreferenziali senza nessun tipo di contestualizzazione.
Per cambiare questo atteggiamento di prepotenza, la caratteristica che oggi a noi architetti spesso manca è l’umiltà. Non quella estetica, che comporta un impoverimento creativo e tecnologico, riducendo l’edificio ad una scatola funzionale priva di anima e di emozioni. Intendo piuttosto una umiltà che si manifesta nel confronto con il contesto. L’architettura contemporanea ha bisogno di ali e di radici, proprio come noi uomini. Le ali stanno per la parte creativa in noi e bisogna sempre stare attenti di non rinchiuderle in una gabbia. Le radici invece servono per collocare il progetto nel contesto e per fare questo ci vuole l’umiltà e il rispetto per il luogo. Capire quali sono le caratteristiche del luogo, le sue usanze, i materiali locali, il colore della luce e della terra, il sapore dell’area, i rumori intorno – insomma: analizzare l’ambiente circostante, vuol dire contestualizzare le proprie idee.
L’architettura è come una sceneggiatura teatrale: può essere forte, carica di colori e di oggetti, o minimalista, composta da oggetti elementari e indispensabili. Ma se non c’è un rapporto strettissimo tra il contenuto della trama e la rappresentazione figurativa messa in scena, la performance non è credibile e la conseguenza è una sensazione di immagini confuse che non si sposano con il contenuto.

Trova che in Italia il modo edilizio sia un passo avanti rispetto ad altri paesi?

Purtroppo no. Ritengo che la realtà sia il contrario: l’Italia è un paese che negli ultimi decenni non è riuscito ad andare di pari passo con gli altri paesi nello sviluppo del mondo edilizio. La scarsa ricerca sui materiali e sulla innovazione tecnologica, insieme ad un eccessivo concentramento delle energie creative sul restauro e sul mantenimento delle strutture storiche, hanno fatto si che oggi ci troviamo di fronte a tanti centri storici ben conservati circondati da quartieri urbani con edifici recenti di pessima qualità (per non parlare delle periferie…). Questo atteggiamento “storicizzante” insieme alla speculazione edilizia sfrenata ha soffocato per tanti anni le iniziative per creare un architettura contemporanea di qualità.
Oggi abbiamo una grande opportunità: riqualificare le tante aree dismesse o mal utilizzate, concentrando in questa maniera l’occupazione del suolo all’interno delle città. Questa strategia porterebbe ad una implosione dell’edificazione dentro le città, aumentando la qualità di vita al di fuori dei bellissimi centri storici italiani e evitando allo stesso tempo ulteriori espansioni territoriali.

Le aziende con cui si interfaccia sono facilmente adattabili e duttili alle sue idee o a nuove soluzioni?

Si. Ritengo che la capacità creativa delle aziende italiane e la loro flessibilità al livello operativo siano le due caratteristiche che le distinguono da tante aziende fuori dall’ Italia. In alcuni paesi europei esiste un altissimo livello di know-how e di ricerca tecnologica, ma è difficile trovare una volontà paragonabile a quella delle ditte Italiane di creare un prodotto unico, mettendosi in gioco con la disponibilità di ottimizzare il prodotto fino all’ultimo momento.


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