Un pomeriggio di ordinaria follia al Pronto Soccorso

//   22 febbraio 2012   // 0 Commenti

Francesco Saverio Di Lorenzo Presidente ASSOCIAZIONE CULTURALE ONLUS “CARPE DIEM, nata in Calabria, sodalizio che ha nel proprio DNA la cura della legalità e la crescita civile dei cittadini.

Autore del libro UNA VITA IN PRESTITO – COME D.I.A. COMANDA.

policlinico umberto i 300x198La “povera” donna legata mani e piedi alla barella, a digiuno per quattro giorni, al pronto soccorso Umberto I di Roma, in attesa di un posto letto decente, non fa più notizia.

Fatti del genere non sono più un segreto, accadono normalmente, le conosciamo  tutti. E’ sufficiente recarsi in un qualsiasi pronto soccorso della Capitale per rendersene conto.

Non più tardi di qualche giorno or sono, mi sono recato all’ospedale San Camillo di Roma, proprio all’unità di emergenza. L’impatto è stato drammatico. La confusione e l’insoddisfazione degli astanti era palpabile fin dalla piccola sala d’attesa. L’unica impiegata, non riusciva a svolgere adeguatamente il proprio ruolo, divisa com’era tra il telefono che squillava in continuazione, i colleghi che entravano ed uscivano dalla piccola stanzetta dove era relegata e gli assistiti che la bersagliavano di domande.

Sembrava di essere sprofondati in un mondo irreale. Non poteva essere vero,  mi trovavo in una struttura storica della sanità romana o ero nello scenario apocalittico di una guerra medio-orientale, in uno degli ospedali da campo di emergency?

Provai ad attirare l’attenzione dell’incaricata che al di là del vetro rispondeva a più persone contemporaneamente. Venni assegnato al Codice verde.

Con uno scatto elettrico la porta laterale si aprì. Una liberazione, mi parve di aver superato un ostacolo insormontabile. Gli ordini erano stati precisi: avrei dovuto seguire la striscia verde posta sulle pareti laterali del lungo e tortuoso corridoio, dopo di che l’agognato incontro con il medico. Così sembrava, macchè.

L’itinerario si concluse davanti ad una porta scorrevole in continuo movimento, tra lettini che entravano ed riuscivano ed una pletora di persone, anch’esse come me, in trepidante attesa di essere visitate.

Era trascorsa più di un’ora e tutto faceva presagire che il mio turno sarebbe andato bel oltre. Le poche sedie erano insufficienti e nervosamente passeggiavo avanti ed indietro, cercando di non pensare. Giunsero tre autoambulanze contemporaneamente con codice rosso, precedenza assoluta. Una di queste aveva portato uno straniero, un marocchino, con la testa sanguinante, scortato da due vigilanti e due poliziotti in divisa. Entrarono negli ambulatori medici, riuscendo dopo poco. Il malcapitato era stato fasciato alla bella è meglio, avrebbe dovuto attendere altri interventi più urgenti. La tensione era palpabile, il marocchino cominciava a strillare come un ossesso, i poliziotti e le infermiere contro di lui, non c’era da stare tranquilli. Un inserviente venne a pulire il pavimento dalle macchie di sangue che fuoriusciva dal grosso batuffolo di cotone premuto sulla testa dello straniero, divenuto intriso ed inadeguato per la lunga attesa.

Qualcuno pronunciò il mio nome. Mi affrettai. Entrai. Mi dissero di aspettare e dove, pensai?

Mi guardai intorno. Una lunga fila di barelle erano parcheggiate da una parte all’altra del corridoio antistante gli studi medici con pazienti in attesa di essere medicati o assistiti. Perplesso, mi infilai tra due lettighe, tra chi si contorceva e chi respirava affannosamente.

Un andirivieni di medici, infermieri e barellieri si incrociavano, prestando assistenza a questo ed a quello, in maniera sconclusionata, senza un ordine preciso. L’attenzione si concentrò sulla flebo di un signore anziano disteso su una barella. Il liquido non defluiva. Avrei voluto avvertire qualcuno.

Altra chiamata, ero negli ambulatori, una lunga sala divisa con separé del tutto improvvisati in spazi angusti ed insufficienti, dove le visite mediche venivano praticate senza la benché minima privacy.

L’intervista che mi fecero si concluse in pochi minuti, notizie veloci, generiche. Ero stato inserito nel programma informatico dell’ospedale, ma non potevo essere ancora curato, le urgenze si susseguivano. Dovevo  uscire. Guadagnai  il posto tra le due barelle ancora disponibile, mi riposizionai. Altra chiamata, no, si scusarono nuovamente.

Guardai quel flacone, il liquido era statico, non gocciolava. Arrivò l’ennesima barella, gli spazi tra ilettini vennero serrati ed io venni spedito al di fuori ldella porta elettrica, tra i parenti dei malati che pressavano per avere notizie dei parenti. Venne il turno del marocchino, seguito da tutti gli altri.

La barella del signore anziano fu rimossa, la riconobbi quando mi passò davanti. Indicai la flebo alla portantina che mi lanciò uno sguardo velenoso e senza batter ciglio proseguì come se nulla fosse.

Guardai l’orologio, realizzai che quattro ore d’attesa erano veramente troppe. Mi avviai lungo il corridoio, mentre qualcuno pronunciava il mio nome per l’ennesima volta, inutilmente. Stavo guadagnando l’uscita.

Ero andato via con un nulla di fatto, stanco e depresso, ma felice di essere in piedi ed in discrete condizioni intellettive.

Più che prevedibile, il giorno successivo mi beccai l’influenza!


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