Doni ai poveri e pubbliche intimità d’un poetico Natale

//   19 dicembre 2011   // 0 Commenti

rappresentazionenatale 225x300Anche quest’anno, nonostante l’imperversante crisi, non mancano i mille luccichii a ricordare le imminenti festività natalizie. Illuminazioni che ricorrono “tra un cielo sgombro / e l’uniforme, conforme grigio / all’ultimo orizzonte percepito”, luci che, a dire il vero, mi abbagliano e affaticano la vista.
Anche quest’anno, come da diversi anni addietro, ci sarà una famiglia dimentica della mia persona e il Natale, grazie a Dio, lo passerò vicino alla mia anziana madre, rifuggendo da vetrine e dalle tante luci colorate; ma frequenterò più chiese, cercandone di sempre più essenziali e scarsamente illuminate. Ricorderò ancora e sarò vicino nelle mie preghiere a quei morti a me più cari, a partire da quella dolce figura paterna perduta nel lontano ’77, anno di rivoluzioni e lutti. Sarà un ulteriore solstizio superato a fianco di una brillante novantenne che, con amore e dedizione, seguo da tempo.
Anche quest’anno, nonostante le tante goliardie che girano con Facebook su fame e carestie a seguito dei provvedimenti salva-Italia del governo Monti, giochi di parole che non esitano a presagire presenze di massa nelle mense Caritas anche da parte di chi un lavoro già ce l’ha senza una famiglia da mantenere, permane, di fatto, quella cruda realtà per cui già molti italiani sono costretti a frequentarle per concrete necessità, a partire da quei tanti padri separati ridotti sul lastrico.
Anche quest’anno passerò il mio Natale povero ma sincero, come quello tra i tanti bimbi incontrati quest’oggi, sabato 17 dicembre, alla Casa del Povero, presso la struttura sita alla Borghesiana (Roma) in Via Grammichele, 8. L’appuntamento per raggiungerli è con l’energica suor Marta che ci attende nei pressi di Santa Croce in Gerusalemme per condurci a vivere un’esperienza del tutto singolare, di quelle che segnano il cuore per semplicità e immediatezza. A gestire la struttura dove ci rechiamo in visita per portare doni e dolciumi ai bimbi bisognosi che vi risiedono c’è padre Serafino, subito distinguibile dalla tunica bianca e guarnita di macchie che, a guardarlo negli occhi, si percepisce che sono tutt’altro che un segno di trasandatezza, bensì di passione e amore che lo coinvolge a tempo pieno su più fronti e continenti, avendo da gestire altre due case di accoglienza del tutto simili nella stessa capitale ed altrettante comunità nel lontano Perù. Porta sandali francescani, anch’essi bianchi ed altrettanto tinteggiati da chiazze di chi si sporca non solo le mani ma anche i piedi per tenere in piedi tutto questo senza troppi giochi di parole. E del lontano paese andino e le sue mitiche alture si scorge immediato il gusto dell’essenzialità e dei colori che vivificano la piccola cappella adibita in seno alla comunità. Ci parla subito di Madre Teresa di Calcutta e, da lì, si evidenziano nitidi quei riferimenti a cui si è ispirato: accogliere, accogliere tutti pur di non lasciare alcuno sulla strada. Davvero ispirato è il suo rosario come pure la partecipazione dei suoi vivaci bimbi che scorrazzano all’interno del luogo sacro. Ispirata è pure la sua Via Crucis dei Bambini, che ci propone in un libricino che lui stesso ha curato. È proprio con l’umiltà dei bambini che bisogna avvicinarsi al mistero commenta Antonino Bambara che ne ha curato una breve ma significativa prefazione. Ma il momento più commovente, dove a stento ho trattenuto lacrime, è stata la recita del Natale di quei piccoli salvati da indubbia pessima fine e assai lontani dai nostri sempre meno quantitativamente ma nondimeno sempre più viziati e corrotti figli naturali. Per la cronaca, chiunque volesse, può inviare un’offerta di sostentamento alla struttura sul CCP 70781000 intestato alla Casa dei Poveri ma, a dire il vero, quel che penso è che la cosa migliore da farsi sia recarsi lì, rendersi conto di persona di certe situazioni e mai lavarsi le mani elargendo a distanza: amare è presenza e mai assenza.
Ho gli occhi di Nicholas che mi sbirciano lanciando lunghi sorrisi da un lato, non resisto a fotografarlo per capire, in un solo istante, che il mio Natale è tutto lì, in quel momento, vicino a lui, a quel gioioso bimbo nero che mi riempie il cuore. Caro Gesù, vorrei poter tornare un infante anch’io e scriverti che, da grande, quel che desidero è avere un bimbo come lui da condividere con una sincera e leale compagna. (“Nacqui un dì d’agosto, / non privo di calore, / rosseggiando il sole / avvampava il crepuscolo. / Nacqui scarno, cianotico / di dirompente, disperato pianto / venni al mondo pressoché morto. / Nacqui un dì d’agosto, / nell’oblio d’un cassonetto, / laddove il gemito si fece cupo / allertando i passanti di turno”). Poi torno al presente, al mio essere adulto e mi dico che, anche se la mia compagna indugia opererò con pazienza, fede e cristiana rassegnazione sopperiranno.
So di averla tanto amata e attesa, giorno e notte, arrivando a sommare cinque lunghi mesi di assenza ad altrettanti anteposti di scandito allontanamento terapeutico per un venerdì santificato da farmaci e carenze d’affetto. So di averla amata forse più della mia stessa vita, volendo parafrasare il grande Catullo, certamente come non ho mai fatto, ma so anche che, se alla lunga persevererà tenendomi in sospeso, senza assumersi le dovute responsabilità, vuol dire che il suo amore non era poi così profondo e maturo, bensì più un ludico piacere a rincorrermi fin tanto da sapermi conquistato.
So che l’amore è coerenza e ben altro che uno stato di guerra. L’amore è perdono, “valore aggiunto”, “viatico per l’altro” e, al contrario di Catullo, non formulo invettive bensì persevero pregando affinché il Signore le illumini il cuore, se non più per me sarà per farle trovare un’autentica fede fondata sull’amore migliorando taluni suoi stadi infantili, “amazzoni ascendenti” e il suo “sorriso”, poiché avrei voluto amare e proteggere per sempre il suo lucente bel volto da bambina intimorita.
Ho scritto per lei un libro, un mezzogiorno dell’animo che comunque mi ha traghettato altrove. Un libro che, nei variegati e multiformi registri proposti sul dolore, non conosce acredini o rancori, neppure nella sezione dedicata al contrappunto, limitandosi a qualche giocosa ironia nella sezione degli scherzi interposta agli inevitabili e prevalenti toni elegiaci. Comunque e ovunque sono sempre versificazioni e prose vincolate a una volontà di crescere e maturare, laddove possibile, ancora insieme, ma anche saldamente ferme nel prendere opportune distanze da ogni possibile forma d’ambiguità che rimanda risposte per fare scelte, prendere posizioni.
Continuo a interpretare i miei versi, quasi mi fossero ancora ignoti mentre li scrivevo, ed ora meglio intendo quel “tramite te, / riconducendomi a Dio” per cui nulla è invano e ogni cosa è strumento del divino. I progetti di Dio non si comprendono subito, anzi talvolta lasciano nel dubbio, ma a Lui bisogna affidarsi, ritrovando quella chiave esegetica che, nello stesso Natale, riconduce all’uomo, ai suoi limiti, per attraversarli con umiltà e amore. Ed è così che, tornando ancora su altri versi del mio libro, quelli di “epica è l’anima, eroe colui / che la percorre concludendo / un ciclo, l’esistenziale / ragione d’essere celata”, finalmente comprendo di essere rinato una volta ancora risanando ogni ferita e debito in sospeso e, dunque, di essere pronto a nuova vita.
Si conclude così un ciclo iniziandone un altro, che parte dall’epilogo di un ulteriore ancora divenendo pressoché escatologico. È quello di CicloInVersoRoMagna 2011, una manifestazione di poesia e bicicletta che, nel corso degli anni, insieme a Gloria Scarperia ha visto alternarsi anche Ugo Magnanti, Daniela Fargione, Andrea Ingemi, Vittoria Arena e Andrea Bisighin tra gli altri. Li ringrazio tutti e, con loro, ringrazio tutti gli amici, di ieri e di oggi, poiché è grazie anche a loro, alla loro presenza nelle difficoltà attraversate nonché al loro partecipe affetto se sono ancora vivo. Amici diversi, pluralisti nella loro espressioni di pensiero, sia di destra che di sinistra, ma anche laici, ebrei, musulmani, cristiani e induisti. Amici che non hanno mai intaccato le mie capacità critiche. Amici che mi consentono di continuare a pensare con la mia testa, per quanto, a tutti gli effetti, questo risulta essere il peccato più grave nel nostro gerontocratico paese, poco incline al ricambio e assecondante di yesman, dove merito e creatività permangono in una lunga tradizione di esili oppure emarginazione.
padreserafino 225x300È il nostro un paese dove arrivare al mezzo secolo pieni di risorse e volontà significa essere scartati a priori da un mercato del lavoro che poi pretende di mandarci in pensione poco prima di una presunta morte e, perché no, con tanto di badante pronta a cambiarci il pannolone nelle restanti pause produttive. Di fatto, nella mia memoria adolescenziale, resta ancora traccia di quella bonaria coppia che risponde ai nomi di Peppone e Don Camillo. Due agguerriti amici-nemici, ma probi e onesti, sempre pronti a collaborare in nome degli interessi dei loro paesani come fine ultimo pur restando fedeli a un loro punto di vista divergente, da un lato social-cattolico e dall’altro laico-socialista. Ho nostalgia di quei tempi e di quell’Italia, poco incline all’esotismo e alle degenerazioni di un capitalismo senza più frontiere ed eticità, pronto a divorare tutto e tutti, anche mascherandosi di spiritualità alla moda teatralizzate in nome del successo e dell’affermazione. Forse è andata per sempre perduta non solo una certa tradizione politica ma anche la conoscenza storica di grandi statisti del calibro di Turati e di Sturzo, che tanto hanno concretamente operato per i più deboli sia pure partendo da diverse concezioni e riferimenti.
Ringrazio, quindi, soprattutto i poveri, quelli che quest’oggi ho incontrato e che mi hanno sorriso, poiché è nella comune memoria di una condivisione, sincera e disinteressata, che l’amore trionfa scalzando le tenebre. Bisogna sempre ben renderci conto della spontaneità di un sorriso e della luce negli occhi di chi ci è vicino, perché è lì che si ravvisa l’anima, tutto lo spessore di un essere naturalmente umano. Il prossimo 24, dopo tanti anni, finalmente parteciperò a una Messa di mezzanotte e, ne sono certo, sarà un ulteriore appuntamento per un mezzogiorno dell’animo. Un appuntamento che non mi ha trasformato, ma semmai rigenerato. Permango nella mia veste di laico credente, nel solco di una tradizione cristiana della mia famiglia, dialogante di un socialismo liberale, rispettoso dell’individuo e coerentemente impegnato sul sociale, lontano da ogni egoistica realizzazione del sé e di una circoscritta elite comunitaria, da contesti religiosi o presunti tali che, in realtà, celano specchi di un cinico capitalismo rielaborato in congregazioni. Alla stessa stregua ma per altri versi, si potrebbe parlare di uno scientismo empirico rielaborato verso un presunto traguardo metafisico, fino a volerne assumere le veci.
C’è sempre un filo sottile tra il bene e il male come tra il giorno e la notte. C’è un’alba che deve essere svelata per distinguerla dal tramonto e troppe volte il male si traveste da bene nonché confondiamo il bene con il male. L’amore e la tendenza al bello e all’ideale restano comunque un retroterra imprescindibile che, nella salvaguardia del sentire, ci predispongono in percezioni attive e protese verso l’altro. La conoscenza impura è alienazione e lusinga, affermazione di un demiurgico mondo fisico e panteistico sulla trascendenza del metafisico. Ogni presunto stato di atarassia raggiunto su questa terra è antitesi di santità, che è espressione tanto di gioia quanto di dolore nel vissuto. La rinuncia dissennata, come l’ignavia, sono le forme più sibilline e sinistre di ogni manifestazione del male travestite di distacco e beatitudine.
Il Cristo è rappresentazione di conoscenza purificata attraversando il mondo fisico, la passione, e non la sua negazione, nel sacrificio di un percorso assegnato da compiere e affrontare in nome di una salvezza che conduce ad altro attraverso l’altro. L’eden è la perdita della conoscenza primordiale nella genesi di una conoscenza impura e il Cristo è la salvezza pervenuta nel perdono incarnando l’umana natura che, inevitabilmente, deve passare attraverso la consapevolezza del peccato per redimersi in nome dell’amore.
La fede non è mai un rifugio, un ripiego alla morte, tantomeno uno psicologo o sciamanico mantra guaritore. La fede è esperienza di Dio in primo luogo, quell’opportunità che transita, prima o poi, nella vita di ognuno di noi se siamo attenti a coglierla. La fede va mantenuta e continuamente elevata per mezzo di una coscienza critica e, al contempo, pura, fatta cogliendo equilibri che nascono dal cuore. La fede è quindi alimentata da studi e approfondimenti estesi, diffidando sempre da chiunque voglia farci adepti a senso unico. La fede si basa anche e soprattutto sulla ragione e il confronto senza mai scinderne l’apertura del cuore. Quando la fede diviene più inossidabile e meno compulsiva è frutto di studi comparati ed attenti. Occorrerebbe la fortuna di avere un’intera biblioteca laica di storia delle religioni a disposizione e, se possibile, non accontentarsi e andare oltre, nella filosofia, la psicologia e inoltre le lingue e le letterature. È necessario infine prendere coscienza che la religione può basarsi solo su principi etici che riconducono ai fondamenti del pensiero umano, che sono amore e logica. La fede è quell’edificio in grado di accogliere quanto unisce questi due elementi, quanto, allo stato involuto, nella natura delle cose si coglie in contrapposizione. La fede è una consapevolezza che, ne sono certo, sta già dando un profondo senso alla mia vita e ne darà altro, di “valore aggiunto”, su semplici e determinanti scelte fatte di famiglia, lavoro e preghiera per una serena e partecipata preparazione all’oltre, alla salvezza.
Buon Natale e un abbraccio, che è e resta sempre il più grande gesto d’amore.

Itaca

“un sentimento fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo”
C. Kavafis

Compiuto è un ciclo e attendo,
di virtù nel senno, altri frutti,
la sintonia di un moto perfetto.
Itaca non è utopia del sogno
bensì origine per un ritorno.
Poco importa cosa m’aspetta,
dell’isola riprenderò possesso
con chi, nell’attesa, l’opera
accoglie preservando amore.

Nota di Enrico Pietrangeli – 2011

Nota al testo: La poesia Itaca e quanto riportato all’interno dell’articolo tra virgolette è tratto dal libro Mezzogiorno dell’animo.


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