“Don Carlo” di Verdi per “Prima delle Prime” degli “Amici della Scala”

//   11 gennaio 2017   // 0 Commenti

Don Carlo, Prima delle Prime - ph Masha Sirago

Terzo appuntamento del ciclo “Prima delle prime” Stagione 2016/2017 degli “Amici della Scala – Teatro alla Scala”. Nell’incontro “Amore e Potere” con ascolti e video, ha parlato del “Don Carlo” di Giuseppe Verdi (libretto di François-Joseph Méry e Camille Du Locle) Alberto Bentoglio, professore di Storia del teatro e dello spettacolo nell’Università degli Studi di Milano. L’incontro si è tenuto al Ridotto dei palchi “A. Toscanini” mercoledì 11 gennaio 2017 alle ore 18, con ingresso libero,

Don Carlo (Don Carlos in origine) è una delle vette del genio poetico verdiano – lo dice un poeta, Montale – ma è anche la più complessa e monumentale delle sue opere. Quante modifiche in più riprese, quanti tagli, in cinque atti poi in quattro, quindi ancora in cinque, con libretto dapprima in francese poi in italiano!

La gestione dell’opera fu lunga e laboriosa. Nel 1864 Verdi aveva ricevuto da Parigi la commissione di un Grand-Opéra che richiese tre anni di lavoro, tanto che Don Carlos musicato sul libretto di François-Joseph Mery e Camille Du Locle, tratto dall’omonima tragedia di Friedrich Schiller, poté andare in scena – in cinque atti e in francese – l’11 marzo 1867 a Parigi nella Salle Le Peletier del Théâtre de l’Académie Impériale de Musique de Paris. L’opera fu subito tradotta da Achille de Lauzières-Thémines, ma la prima versione in italiano apparve dapprima, nello stesso anno, nel Regno Unito, nell’attuale Covent Garden e in seguito, Il 27 ottobre – sempre del 1867- nel Teatro Comunale di Bologna. Il tormento della creazione tuttavia non si esaurì tanto che nel 1872 Verdi, intervenne nell’opera con alcune modifiche minori, valendosi della collaborazione di Antonio Ghislanzoni. Ma la revisione più importante fu realizzata dieci anni dopo con l’eliminazione dell’originario primo atto, l’Atto di Fontainebleau. Verdi, forse condizionato dalla scarsa tolleranza dei teatri per un’opera tanto lunga, non vi provvide con molto entusiasmo. Se ne fece una ragione: “Il Don Carlo è ora in 4 atti… Più concisione e più nerbo”. Due anni dopo se ne pentì e Don Carlo andò in scena nel Teatro Comunale Nuovo (oggi teatro Luciano Pavarotti) di Modena in una nuova versione in cinque atti.

In quest’opera dalla trama assai tormentata, la musica racconta mirabilmente, seguendo due linee che si intersecano, drammi personali e vicende storiche. Tre sono le tematiche evidenti in Don Carlo: il contrasto tra padre e figlio, ossia tra Filippo II e Don Carlo, sia sul piano intimo sia su quello politico; il contrasto tra due concezioni politiche diverse rappresentate da Rodrigo, marchese di Posa (“Verdi ha fatto di lui un eroe non un baritono”, così ancora Montale) propenso a idee liberali e Filippo II, incarnazione della monarchia assoluta; il conflitto tra Stato e Chiesa.

Nel 1977 Claudio Abbado, con la regia di Luca Ronconi, presentò alla Scala il Don Carlo nella versione in italiano, in cinque atti. Alla Scala prima di Abbado avevano scelto quest’ ultima versione Toscanini, Votto e Santini; dopo nessun’altro. Ora dopo 40 anni la versione con il primo atto torna al Piermarini con un grande direttore verdiano del nostro tempo, Myung-Whun Chung e la regia di Peter Stein. Non mancherà allora l’incontro trasognato di Elisabetta e Carlo nella foresta di Fontainebleau.

(Foto © copyright Masha Sirago/ReportersAssociati&Archivi, mashasirago@gmail.com)

 


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