Dibattito “Una comunicazione di parola”: il Card.Angelo Scola ha incontrato i giornalisti e gli operatori della comunicazione in occasione della festa del Santo patrono Francesco di Sales

//   24 febbraio 2015   // 0 Commenti

1 Una comunicazione di parola-copyright Masha Sirago

Come di consueto in occasione della giornata del Santo patrono dei giornalisti Francesco di Sales, la diocesi di Milano ha organizzato  sabato 21 febbraio (l’incontro era previsto il 31 gennaio, ma l’elezione del Presidente della Repubblica ha costretto gli organizzatori a posticiparla) con inizio alle ore 10.30 presso l’Istituto dei Ciechi a Milano in via Vivaio, un incontro dal titolo “Una comunicazione di parola”,  rivolto ai giornalisti e gli operatori della comunicazione, presieduto dal Cardinale Angelo scola, arcivescovo di Milano invitando Mario Calabresi, direttore de La stampa e scrittore e Alessandra Sardoni, presidente dell’Associazione stampa parlamentare, giornalista del tg e conduttrice di omnibus su La7 che ha moderato l’incontro.

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Card.Angelo Scola- foto copyright Masha Sirago

“Per un giornalista, riflettere sulla parola è un po’ come interrogarsi sull’aria: pare un tema scontato”, ha esordito don Davide Milani, direttore dell’Ufficio comunicazioni diocesano.

Al centro del dibattito ciò che è alla base della comunicazione: la parola.

Mai come in questo periodo la cronaca costringe a riflettere sul valore e sul peso delle parole nei processi di comunicazione mediatica, sul loro legame con la verità, le idee, la vita.

Che tipo di parola riesce a generare comunicazione? Quale è capace di recare un dono, un “guadagno” per chi la legge e ascolta? A che condizioni mette in relazione le persone? Quella attuale è una “comunicazione di parola”? In che relazione devono stare le parole ai fatti, alle idee, alla vita? Questi i temi e le domande sulle quali è stata impostata la mattinata di riflessione.

“Le parole sono troppe quando non sono vere” ha iniziato il suo discorso il cardinale Angelo Scola. Il compito dei giornalisti è risvegliare la parola.

Per risvegliare le parole c’è un’unica strada: che comunichino la realtà, che le parole non siano qualche cosa che pretendono di fare la realtà. Credo che il nostro mondo geopoliticamente assai complesso, esposto a una possibilità di tragedia non più così lontana, in un’Europa così smarrita, deve trovare un nesso tra l’uso delle parole, e in un certo senso, semplificare”.

Interviene Calabresi: “Chiamare le cose per nome. Penso che sia perso il valore della parola legato al suo significato. A volte usare parole aderenti alla realtà siano più forti di altre.

Ad esempio oggi non si usa più la parola “testimone”. Sui giornali si usa maggiormente la parola “supertestimone”. Senza questa enfatizzazione sembra che non si possa raccontare un evento. Restituire il valore alla parola ritengo sia fondamentale.

Abbiamo scambiato spesso la quantità con la qualità. Una quantità di parole a scapito della qualità dell’utilizzo delle parole. Dobbiamo restituire all’informazione italiana la centralità della parola”.

Riprende il Card. Angelo Scola: “La necessità che la parola non tradisca i fatti. Dare spazio alla paura, alla rabbia, che uno non può non raccogliere soprattutto nelle grandi situazioni di forte contraddizione come quelle dei quartieri popolari di Milano, per esempio con le case occupate, situazioni inimmaginabili prima di vederle e toccarle per mano.

Il compito è quello di una etica della responsabilità. Legare le parole ai fatti significa dare le sue ragioni. Credo che lo scavo inesorabile dei fatti per chi come voi fa questo mestiere di giornalista è di assumersi la responsabilità di fare emergere il ragionevole, e impedire che la rabbia si trasformi in rancore di fronte a certi fatti.

La comunicazione è sempre narrazione, ma è comunicazione se dà le ragioni”.

Ricordando l’attentato alla redazione del giornale parigino Charlie Hebdo, l’Arcivescovo ha osservato che “Nulla può giustificare l’eccidio di Parigi” e inoltre che “La lettura di una tragedia simile è che non si può contrapporre la libertà di espressione alle libertà religiose e al rispetto delle religioni. Le libertà sono plurali e chiedono di essere ascoltate e di essere realizzate tutte contemporaneamente.

La chiave è il criterio e la responsabilità. La responsabilità è di chi passa all’atto, e in questo caso di chi fa le vignette”.

E inoltre: “Per me il problema è: Europa. E noi ci stiamo rendendo conto della fatica che stiamo facendo come Europa nel concetto di progresso e identità, della fatica di voler essere cittadini europei nel Terzo Millennio. Occorre chiedersi chi vuole essere il cittadino europeo: vuole continuare nella strada di un individualismo esasperato? Perseguire quel nichilismo gaio per cui non ci sono più valori comuni? La realtà impone un cambio di passo. Occorre che l’Europa ricominci ad esercitare – non più per colonialismo – quella funzione che ha avuto nella storia di accogliere tutte le culture”.

Circa i pericoli rappresentati per l’Italia dell’affermarsi in Libia del terrorismo islamico, l’Arcivescovo di Milano ha sottolineato inoltre che paghiamo lo scotto «della mancanza di conoscenza di quella realtà a causa soprattutto della sostanziale indifferenza culturale nei confronti l’Islam. Per affrontare la crisi libica dobbiamo avere una classe politica che sappia tenere lo sguardo su un grande insieme di fattori perché è la vita buona di tutto il popolo emerga e trovino espressione di libertà specifiche”.

Alessandra Sardoni, nel suo intervento, ha mostrato come «l’aspetto negativo della comunicazione appare quando le parole utilizzate sono tante, ma svuotate del loro significato di corrispondenza alla realtà. Una dinamica provocata anche dalla necessità continua di attirare l’attenzione: spesso il pubblico cambia canale se alla cronaca dei fatti non si affianca la drammaturgia della narrazione”.

(Masha Sirago, masha.sirago@mondoliberonline.it)


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