DEGROW contro GREEN ECONOMY & GREEN GROWTH?

//   23 aprile 2014   // 0 Commenti

green foto 997x1024La prima Conferenza di Rio fu definita come “un momento chiave nel processo di globalizzazione imminente”. Il focus centrale  della Conferenza Rio 2 si è basato sul “come soddisfare le esigenze dei popoli, senza compromettere la capacità delle generazioni future di saziare i propri bisogni”.  Fin dall’inizio apparve chiaro che sradicare la povertà sarebbe stata la più grande sfida globale, da affrontare in contemporanea uno sviluppo sostenibile che integrasse gli aspetti economici, sociali e ambientali, in nome della sicurezza umana, come le Nazioni Unite hanno più volte rimarcato.

Nel CIVICUS 2012 di Montreal, si è sottolineato quanto i popoli stiano affrontando molteplici e convergenti crisi, dovuti alla crescente disuguaglianza, ai governi non democratici, a un sistema finanziario fallimentare e al cambiamento del clima. Aspetti che obbligano alla ridefinizione di un quadro globale  futuro, con obiettivi più ambiziosi di quelli definiti nei Millennium Development Goals per il 2015.

Pochi mesi fa, il segretario generale dell’ONU Ban Ki-moon, promotore del progetto “Sustainable Energy for All” (www.se4all.org), ha dichiarato che più di 60 Paesi vi hanno aderito, impegnando a oggi oltre 50 miliardi di dollari, che aumenteranno di anno in anno fino al 2030.

Attraverso le Hight Impact Opportunities (HIOs) e le Hight  Impact Initiatives (HIIs), si potranno creare sinergie e collaborazioni lavorative, ma anche presentare progetti e sviluppare nuove tecnologie per i Paesi emergenti.

Gli obiettivi da raggiungere entro il 2030 sono da considerarsi un passo enorme, e le chiavi del successo sono basate sulla maggiore possibilità di accesso alle energie sostenibili, sul raddoppio la produzione di energie rinnovabili e il miglioramento della loro efficienza.

Riusciremo a raggiungere questo traguardo, quando ancora oggi ben un 1,3 miliardi di persone sognano di beneficiare dell’energia elettrica di base e altri 2,7 miliardi per riscaldarsi dipendono ancora dalla combustione del legno, dal carbone e anche dallo sterco?

Nel 2012 la World Bank ha previsto 8 miliardi di dollari investiti in progetti energetici, con un aumento annuo di 16 miliardi di dollari, usati per fare leva a progetti pubblici, privati, bilaterali e multiratlar.

I finanziamenti per le varie iniziative energetiche dovranno pervenire da sorgenti multiple, creando politiche e contesti normativi che incoraggino gli investitori del settore privato, come a esempio il World Banks Settore Energy Program ( ESMAP – www.esmap.org) per la mappatura delle risorse energetiche rinnovabili nei paesi in via di sviluppo, per identificare le opportunità commerciali dedicate allo sviluppo delle nuove fonti energetiche.

Possiamo certamente sostenere l’aspetto positivo di queste iniziative nell’assistenza finanziaria e professionale per l’aumento delle fonti di energia rinnovabile, in modo diffuso, riconoscendo la formula “Green Economy & Green Growth”. Allora dove si celano i timori di molti?

Se la vendita di tecnologie energetiche, da parte dei finanziatori ombra, come la Cina e la Russia, verso Paesi in via di sviluppo, costituisse invece un aumento dell’indebitamento di questi ultimi, con il fine premeditato di una nuova forma di dominazione del capitalismo di mercato, destinato ad arricchire solo una parte della popolazione?

I rappresentanti delle superpotenze sostengono la “Green Economy & Green Grow” come modello per lo sviluppo di una società futura sostenibile, considerandola come una nuova rivoluzione industriale, legando l’aspetto energetico diffuso alla possibilità di crescita economica. 

Gli scienziati non appaiono così concordi, in quanto dobbiamo confermare anche la visione che una più intensa crescita possa equivalere a maggiori consumi e quindi divenire tutti parte di un circolo vizioso, dove per possedere di più si debba aumentare la produzione, con conseguente maggiore danno al Pianeta.

Allora ho chiesto a Erik Assoudourian, del Worldwatch Institute di Washington, il quale percorre la tesi della “decrescita”, perché questa loro direzione controcorrente:

“L’eccessiva crescita delle società industrializzate e la rincorsa del benessere di quelle in via di sviluppo, sta provocando un impatto ambientale e umano catastrofico. La visione della decrescita si basa su una prosperità incentrata sul vivere con meno e con una distribuzione del benessere che supporti le classi meno agiate e di fatto restringa i divari fra i ceti sociali”.

In pratica fare un passo indietro per molti equivarrebbe a farne uno in avanti per altri, eliminando il sovraconsumo e mettendo in pratica una nuova forma di globalizzazione, quella delle suddivisione, consumando in modo sostenibile.

Condividere in molti questo nuovo Pianeta globale, appare arduo come invertire la traiettoria di un sasso, lanciato con forza verso un futuro che calamita costantemente nuove tecnologie, divenendo sempre più selettivo nel chi può possederle, bloccando la fame di potere e di supremazia sulle terre di conquista come l’Africa e il Sud America, colpevoli di possedere risorse naturali e strategiche che ancora attraggono per il loro possesso in una corsa inarrestabile.

Esiste comunque una via di mezzo, quella di migliorare il Pianeta, attraverso il sostegno positivo delle risorse energetiche sostenibili che consentiranno ai popoli di emergere, nella speranza che lo facciano in modo individuale per loro stessi, sostenendo le aziende e le tecnologie a seguire questa direzione utilizzando gli incentivi finanziari, le partnership e possibilità di presentare progetti di sviluppo, creando sinergie internazionali. Purtroppo, non sempre le Nazioni, incluso la nostra, si occupano di formare professionisti e organizzazioni in grado di aiutare le aziende nell’intricato labirinto di normative per accedere ai fondi, disperdendo ogni anno decine di miliardi.

 

 

 


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