Come distruggere una città

//   16 marzo 2012   // 1 Commento

degrado bologna centro storico

Distruggere civilmente e moralmente una città antica non è facile, ma certo ci si può provare. Lo spunto per questo scritto mi è stato dato dalla rassegnata disperazione di un esercente dell’area centro storico di Bologna, costretto a trasferirsi altrove per l’impossibilità dei clienti a raggiungere il suo altrettanto storico negozio. Dato che il fenomeno è in crescita esponenziale in tutta l’area antica della città, ho pensato di renderlo leggibile attraverso la semplice descrizione della catena di cause ed effetti, magari poco percepibili ma inevitabili, che lo determinano.
Questo breve scritto è destinato in particolare a coloro che sono impegnati nella distruzione delle città storiche, ma anche a coloro che, vedendo progressivamente scomparire la vita dalla propria città, non se ne stupiscano troppo , sviluppando magari un più attento giudizio critico.

Come si comincia a distruggere una città? In primo luogo occorre intervenire sulla mobilità, facendo in modo che l’accesso al centro storico (il “cuore” pulsante della città) venga ostacolato quanto più possibile. Gli ostacoli infatti tendono a distaccare anche affettivamente i cittadini dalla propria città, che non viene più percepita come tale. La mancanza di amore per i luoghi della memoria divenuti irraggiungibili è tra gli strumenti più efficaci per la disgregazione socio-economica delle città storiche.
Per accelerare la distruzione del centro storico si consiglia di inserire negli strumenti urbanistici alcune disposizioni chiave, apparentemente poco visibili ma particolarmente efficaci:

1) Obbligare al rispetto di norme inapplicabili, incomprensibili, e possibilmente in contraddizione tra loro; tale metodo ha anche il non trascurabile vantaggio di mantenere un certo controllo sui cittadini, esclusi dalla “certezza del diritto” e quindi permanentemente ricattabili.
2) Rendere i cambi di destinazione di edifici od aree difficili o troppo costosi (ad esempio obbligando a reperire parcheggi o aree verdi anche nel centro storico -come a Bologna-, dove tali aree sono, ovviamente, irreperibili).
3) Creare vaste aree pedonalizzate in assenza di forti attrattori diurni e notturni (negozi, bar, musei, ecc.), in quanto dove le vetture non possono circolare o i pedoni non sono incentivati a farlo, lo spazio vuoto viene subito ripopolato da una umanità non gradita, che riduce l’appetibilità della zona e contribuisce a ribassarne il valore.
4) Ridurre al minimo le concessioni per l’occupazione di suolo pubblico da parte di bar e ristoranti, in quanto potrebbero rivitalizzare aree che, al contrario, desideriamo degradare.
5) Evitare accuratamente di eseguire una periodica ripulitura della città dai manifesti abusivi e dagli scarabocchi eseguiti con bombolette spray. Manifesti e scritte non rimosse rappresentano, per chi le esegue, una sorta di “marcatura”del proprio territorio, e se non vengono cancellati questo si estende a danno del nostro.
6) Disincentivare con decisione il turismo, che crea confusione ed arricchisce i mercanti, operando anche una pericolosa contaminazione culturale.
7) Non consentire il riutilizzo ad abitazione dei fabbricati industriali abbandonati, anche se in rovina.

Per ottimizzare il degrado del centro storico , inoltre, occorre non concedere ai negozi il cambio d’uso (bastano pochi articoli del regolamento d’igiene..); in tal modo l’esercente non trova chi rilevi la licenza e non può aprire una nuova attività per la normativa troppo rigida. Cessata l’attività, l’esercizio, che ovviamente si è deprezzato, resta chiuso e diventa uno spazio vuoto di fronte al quale tende a raccogliersi gente poco raccomandabile, non fosse altro perché non ha niente di meglio da fare. Allora, gli edifici limitrofi perdono clientela e a loro volta chiudono. Lo spazio abbandonato si allarga e viene occupato da altri nullafacenti, creando ai cittadini comuni i ben noti problemi di pulizia e di sicurezza. A questo punto gli esercizi commerciali vengono ceduti a prezzi stracciati a varie etnie di extracomunitari, spesso in guerra tra loro (Vedi a Bologna, Via Zamboni , Via Petroni e zone adiacenti). Si comincia così a formare il primo nucleo di un nuovo ghetto urbano: gli occupanti degli alloggi sovrastanti si sentono meno sicuri e si trasferiscono nei nuovi nuclei periferici, dove (forse non casualmente) la stragrande maggioranza dei supermercati sono gestiti dalle Coop, che si arricchiscono mentre i piccoli negozi del centro, resi inaccessibili, chiudono.
L’impossibilità di parcheggiare in zone vicine al proprio luogo di lavoro crea inoltre l’allontanamento delle funzioni rare e direzionali proprie del centro storico. Gli edifici abbandonati, sempre più numerosi, si deteriorano e l’assenza dei residenti consente ai graffitari di deturparne ulteriormente le facciate . Le zone deturpate e deteriorate attirano altri nullafacenti, che contribuiscono ad aggravare il degrado. Il ghetto nel frattempo si allarga e, come a Parigi, si salda, con esiti assolutamente imprevedibili. Il centro storico, perdendo funzioni e residenti, diventa così una quinta, cioè una pura rappresentazione di città: la città-museo.
Per terminare l’opera è necessario impedire l’accesso al centro storico tramite mezzi di trasporto veloci (che nelle zone dense deve essere sempre interrata perchè in superficie è tra i piedi) come ad esempio una metropolitana di collegamento tra poli logistici e parcheggi di interscambio . A Bologna ne era stata prevista una che avrebbe connesso parcheggio Staveco, centro, stazione ferroviaria ed autocorriere e Fiera, ma questa opportunità, che avrebbe consentito ai visitatori della Fiera di trasferirsi rapidamente in centro e portare un po’ di aria nuova ad una città che sta ormai soffocando è stata – sciaguratamente – abbandonata.
Attualmente circa un terzo di Bologna è ridotta ad un ghetto indesiderabile da residenti, turisti e persino dagli studenti universitari, le cui iscrizioni all’”Alma Mater” sono in netto calo da anni.
Così Bologna resta come congelata e rattrappita su se stessa sia dal punto di vista culturale che produttivo. Un consiglio, maneggiate questo manuale con cautela: potrebbe esplodere.

Arch. Claudio Bertolazzi per Tea Party Bologna- Verso la città liberale


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1 COMMENT

  1. By sara, 30 maggio 9546

    infatti le automobili sono state inventate nel medioevo, è risaputo.
    In quell’epoca i centri storici erano più vissuti dal cittadino anche perché si usava parcheggiare la propria macchina proprio davanti ai negozio per fare la spesa e si evitavano mezzi più ecologici come la bicicletta o il cavallo.

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