Ddl Concorrenza, rischiamo un telemarketing selvaggio?

//   10 maggio 2017   // 0 Commenti

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Sta facendo molto discutere una disposizione contenuta del Ddl concorrenza, licenziato dal Senato lo scorso 3 maggio, che sembrerebbe aprire la strada al telemarketing selvaggio con una liberalizzazione delle chiamate a fini promozionali.

Il testo in contestazione così recita:

All’articolo 130 del codice in materia di protezione dei dati personali, di cui al decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196, dopo il comma 4 sono inseriti i seguenti:

“4-bis. Gli operatori e i soggetti terzi che stabiliscono, con chiamate vocali effettuate con addetti, un contatto anche non sollecitato con l’abbonato a fini di invio di materiale pubblicitario o di vendita diretta o per il compimento di ricerche di mercato o di comunicazione commerciale hanno l’obbligo di comunicare all’esordio della conversazione i seguenti dati:

a) gli elementi di identificazione univoca del soggetto per conto del quale il contatto avviene;

b) l’indicazione dello scopo commerciale o promozionale del contatto.

4-ter. Il contatto è consentito solo se l’abbonato destinatario della chiamata, a seguito della comunicazione di cui al comma 4-bis, presta un esplicito consenso al proseguimento della conversazione”.

Voci critiche hanno fatto rilevare come la disposizione summenzionata, pur animata dalla volontà di tutelare l’utente, finirebbe per produrre un risultato diametralmente opposto: egli, infatti, sarebbe comunque raggiunto dalla chiamata indesiderata, salvo poi negare il consenso al suo proseguimento.

La stessa Autorità Garante per la protezione dei dati personali, tramite il suo presidente, Antonello Soro, ha stigmatizzato l’intervento normativo in commento, evidenziando come “ancora una volta il legislatore intervenga sul Codice della privacy nel segno dell’estemporaneità, rendendo ancora più difficile l’attività di contrasto delle incontenibili violazioni in questo settore”.

Orbene, se è innegabile che la formulazione della disposizione non sia tra le più felici e rischi di creare aree grigie di cui l’interprete dovrà necessariamente farsi carico, va anche detto che una lettura sistematica dell’articolo 130 del d.lgs. 196/2003 (c.d. codice privacy) porta ad escludere, ad avviso di chi scrive, gli scenari maggiormente catastrofisti che vengono prospettati.

Come noto, infatti, il predetto articolo 130, rubricato “comunicazioni indesiderate”, prevede al comma 3-bis una peculiare disciplina per le chiamate effettuate con l’intervento di un operatore a fini di invio di materiale pubblicitario o di vendita diretta o per il compimento di ricerche di mercato o di comunicazione commerciale: tali chiamate sono consentite, senza necessità di espresso consenso, nei confronti di chi non abbia esercitato il diritto di opposizione mediante l’iscrizione della numerazione della quale è intestatario in un registro pubblico delle opposizioni.

Non potrà certamente sfuggire la circostanza che il comma 4-bis che si vorrebbe introdurre faccia esplicito riferimento proprio a tale tipologia di telefonate, andando dunque a specificare ed arricchire il precetto e la portata del comma 3-bis, ma non certo ad introdurre una disciplina ulteriore e distinta rispetto a quest’ultima.

In buona sostanza, a seguito della sua eventuale entrata in vigore, l’utente non iscritto nel registro delle opposizioni (e che, dunque, già ora potrebbe essere contattato senza alcun consenso preventivo) potrebbe ricevere ulteriori informazioni in merito alla finalità della telefonata ricevuta e, a quel punto, decidere di non darle corso.

Concludendo, la disposizione, lungi dal voler modificare l’attuale impianto dell’articolo 130 del codice privacy, determinerebbe un ulteriore adempimento informativo a carico degli operatori commerciali così da introdurre una sorta di “consenso di secondo livello”, diverso da quello prestato (esplicitamente o implicitamente) dall’utente per la ricezione della chiamata e che atterrebbe, invece, alla prosecuzione della conversazione.

Fonte: ItalianDigitalRevolution

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