Davigo: la continuità della magistratura

//   13 aprile 2016   // 0 Commenti

01 davigo i1Heri dicebamus. Colpisce che nella fase politica del trionfo della rottamazione torni sulla scena pubblica del Paese, nelle vesti di nuovo presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati, quel Piercamillo Davigo che nella prima metà degli anni Novanta è stato uno dei componenti del Pool di “Mani Pulite” manifestando la convinzione che le inchieste giudiziarie avrebbero rivoltato l’Italia come un calzino.
Ma Davigo non è un fuoriuscito che torna in patria dopo più di vent’anni di esilio e riprende il progetto del rivoltamento del Paese con gli strumenti della giustizia dopo essere stato costretto ad abbandonarlo per la reazione vittoriosa degli avversari. Nei due decenni passati il nuovo presidente dell’Anm ha continuato a svolgere tranquillamente la sua carriera all’interno della magistratura. E, anzi, l’ha condotta in maniera rigorosa, brillante ed onorevole senza cedere di un millimetro alle suggestioni della politica a cui altri esponenti del famoso Pool di Milano non hanno saputo e voluto resistere.
Per questo la scelta dell’Anm di scegliere un rappresentante con il nome e la storia di Davigo colpisce. Perché il personaggio in questione non è un simbolo di rottura rispetto al percorso seguito dalla magistratura nel corso degli ultimi vent’anni, ma di piena continuità rispetto alla cosiddetta rivoluzione giudiziaria avviata all’epoca della rottamazione della Prima Repubblica.
Nel lustro passato la magistratura non è stata marginalizzata o costretta a fuggire, ma è stata protagonista assoluta della scena pubblica del Paese incidendo in maniera determinante in tutte le diverse fasi politiche italiane. Dopo la Prima ha eliminato anche la Seconda Repubblica non limitandosi ad applicare il proposito rivolto da Antonio Di Pietro a Silvio Berlusconi (“io quello lì lo sfascio”), ma colpendo anche gli uomini del polo alternativo a quello del centrodestra. E oggi l’artefice della rottamazione, alla vigilia di avviare la Terza Repubblica con un riforma istituzionale ritagliata sulle sue spalle, lamenta che anche su di lui e sul suo governo il contropotere giudiziario abbia in corso un’operazione di intenso logoramento.
In tutti questi anni passati, inoltre, la magistratura ha dominato la scena pubblica esercitando un’egemonia culturale che oltre a provocare la conservazione ed il potenziamento della legislazione emergenziale ha convinto larghi settori dell’opinione pubblica che solo la via dell’azione e della repressione giudiziaria può portare alla guarigione dei vizi nazionali.
Davigo è il simbolo della magistratura che mentre tutto è cambiato in Italia e nel mondo rimane fedele alla rivoluzione giudiziaria della propria giovinezza bocciando, ad esempio, l’intera legislazione anticorruzione che pure la sua egemonia ha ispirato negli ultimi vent’anni. Il ché preoccupa. Non perché vanno messe in conto nuove offensive giudiziarie contro l’attuale od altri governi. Ma perché tanta continuità mette in luce che vent’anni di egemonia culturale giustizialista sono riusciti solo a dimostrare l’inefficacia della repressione giudiziaria se ad essa non si affianca lo smantellamento per via politica della fabbrica della corruzione rappresentata dallo stato burocratico-assistenziale.


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