Dal bullismo al cyber-bullismo, l’assassino invisibile

//   12 aprile 2013   // 0 Commenti

bullismo

Giovedì scorso una giovane 17 canadese (Rehtaeh Parsons) ha tentato di suicidarsi, impiccandosi nel bagno della sua casa dopo mesi di continuo tormento, prima fisico poi psicologico (quest’ultimo avvenuto tramite i social network). I genitori domenica sera hanno deciso di staccare i macchinari che la tenevano in vita. Una della cause del suicidio si più far risalire ad un fatto di stupro accadutole nel 2011 e compiuto da parte di 4 giovani ragazzi. Nessuna accusa e stata fatta a questi ultimi dopo l’aggressione perché le autorità avevano archiviato il caso per mancanza di prove.
Su una pagina di un noto social network (Facebook) la madre spiega come è cambiata sua figlia dopo l’aggressione e racconta che quel giorno la ragazzina si è raccatta con un amico a casa di un’altro amico, qui è stata violentata dai 4 ragazzi presenti ed uno di questi gli scattò anche una foto (che pubblicata successivamente su Facebook e mostrata ai suoi amici diventa la vera causa di morte). All’età della violenza Rehtaeh aveva 15 anni e da quella volta la sua vita è cambiata, viene emarginata dai compagni di scuola (frequentava lo stesso istituto degli stupratori), allontanata da quelli che dovevano essere i suoi amici e le sue amiche (questi le mandavano messaggi provocanti ed offensivi).
Così i suoi genitori hanno deciso di trasferirsi da Cole Harbour a Halifax per aiutare la figlia. Qui la ragazza si è fatta nuovi amici ed ha ripreso i contatti con i vecchi compagni di scuola.
Però quella foto fatta il giorno dello stupro, fatta girare per la scuola e su Facebook fa crollare la ragazza (la porta a tentare il suicidio). Nel frattempo segue una terapia specifica ma è ancora poco stabile. La madre sostiene che sia stato un atto improvviso, dato da uno dei frequenti cambiamenti d’umore e che la figlia non voleva realmente morire.
Rehtaeh esprimeva la sua tristezza anche su Facebook, il 3 marzo scorso pubblicò un post con scritto “Alla fine, ricorderemo non le parole dei nostri nemici, ma il silenzio dei nostri amici”.
Quando si utilizzano i social network, strumenti importantissimi per comunicare, mantenere vivi i rapporti con amici e persone lontane, conoscerne di nuove, bisogna fare molta attenzione perché spesso delle semplici foto pubblicate per gioco e le parole pesanti scritte e messe alla vista di tutti possono essere le cause per compiere atti irrazionali, imprevedibili come il suicidio di Rehtaeh che purtroppo non è la prima vittima di questi nuovi e tecnologici bulli, ma si spera sia l’ultima.


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