La difficile convivenza dei cristiani copti in Egitto

//   12 ottobre 2011   // 0 Commenti

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Francesco Saverio Di Lorenzo Presidente ASSOCIAZIONE CULTURALE ONLUS “CARPE DIEM, nata in Calabria, sodalizio che ha nel proprio DNA la cura della legalità e la crescita civile dei cittadini.

Autore del libro UNA VITA IN PRESTITO – COME D.I.A. COMANDA

Il bilancio degli scontri avvenuti in Egitto è pesantissimo: 24 morti e oltre 200 eriti. Tra le vittime ci sarebbero almeno 4 soldati. Un’enorme tragedia da quando sono iniziate le rivolte anti-Mubarak dal febbraio scorso. Il Primo Ministro Egiziano, Essam Chataf, ha dichiarato che l’Egitto sarebbe in pericolo. E’ iniziata la caccia ai cristiani che da quelle parti sono copti.

Il termine “copti indica gli egiziani di religione cristiana, che per la maggior parte si riconoscono nel Patriarcato copto-ortodosso di Alessandria. Questa Chiesa, separatasi dagli altri patriarcati per il rifiuto del Concilio di Calcedonia – convocato nel 451 e che ha stabilito la dottrina cristologica relativa alle due nature (umana e divina) in una persona, così condannando la posizione monofisita di Eutiche (378-454), secondo la quale in Cristo, dopo l’incarnazione, vi è una sola natura e una sola persona, divina –, ha dovuto subire nei secoli un progressivo processo di arabizzazione e dominazione islamica, che ne ha fatto una minoranza cristiana perseguitata e, al tempo stesso, paradossalmente forte e tenace.

La valutazione del numero dei copti è un compito di una certa difficoltà. Tale numero è tenuto forzatamente basso dalle statistiche ufficiali egiziane; il censimento del 1986, per esempio, ne dichiarava 3.300.000. Di fronte alle manipolazioni degli addetti al censimento, e alle strategie di riservatezza degli stessi copti per assicurare la protezione dell’anonimato, gli stessi studi specialistici sulle minoranze cristiane in Medio Oriente non riescono a trovare un accordo e presentano cifre che oscillano fra i quattro e gli otto milioni, ovvero fra il sei e il dieci per cento della popolazione, vicina agli ottanta milioni di abitanti.

L’immigrazione egiziana in Italia è valutata attorno alle centomila persone, delle quali la popolazione copta – anche in ragione delle difficoltà dei copti in Egitto, che sono state uno stimolo molto pressante alla diaspora – rappresenta circa un terzo, ossia un numero prossimo alle trentamila persone, distribuite su tutto il territorio nazionale, ma con forte presenza nell’area milanese. Tale presenza ha cominciato a farsi sentire dalla metà degli anni 1970, che hanno segnato anche l’inizio di attività pastorali.

Dal 1982 è iniziata una presenza a Milano, con una crescita a ritmo esponenziale, che vede oggi due vescovi copti residenti in Italia, un monastero – sede episcopale – a Lacchiarella presso Milano, una ventina di parrocchie regolarmente funzionanti, e altre parrocchie e comunità in formazione. Nel 1995, inoltre, ha preso vita una seconda realtà organizzata della comunità copta ortodossa in Italia, pure essa in comunione con il Patriarca Shenouda III in Egitto, ovvero la diocesi di Torino, Roma, Firenze e dintorni, divisa in quattro macroaree – Roma, Firenze e Perugia, Bologna e Reggio Emilia, Torino (oltre a centri distaccati a Genova,La Speziae Bari) – e con sede a Roma, sotto la guida del vescovo Barnaba El Soryany.

La Chiesacopta, che trova in Italia un ambiente cristiano non ostile, mostra tutta la vitalità di una minoranza cristiana che ha dovuto fare tesoro di secoli di persecuzione: oltre a un’intensa vita liturgica, centrata sull’esperienza radicale del monachesimo del deserto, ha un attivo interesse per il mutuo supporto dei fedeli in vari campi di vita sociale e familiare; in campo ecumenico, vede con favore il dialogo teologico fra i cristiani e le iniziative di sostegno alle minoranze cristiane in Medio Oriente.

“La nazione è in pericolo a seguito di questi eventi. Questi eventi ci hanno riportato indietro, invece di andare avanti per costruire uno Stato moderno su delle sani base democratiche – ha detto Charaf in un discorso trasmesso dalla televisione pubblica”.

Le dichiarazioni del Primo Ministro, sebbene rassicuranti non appaiono credibili, perché i copti sono convinti dell’esistenza di un accordo tra i militari – che detengono il potere in Egitto dalle dimissioni dell’ex presidente Mubarak – e la confraternita dei Fratelli Musulmani, l’unica forza organizzata in grado di partecipare alle elezioni legislative, fissate per il 28 novembre prossimo. Un tempo insufficiente per organizzare campagne elettorali ai gruppi che hanno promosso e portato avanti la rivoluzione del 25 gennaio scorso, tra questi appunto i copti.

L’Auspicio che la ragione prevalga come è avvenuto per lunghi anni in Egitto dove è stato possibile che religioni diverse potessero convivere in fraterna tolleranza. La chiave di lettura, probabilmente va visto nel sistema totalitario imposto da Mubarak, per cui le diverse comunità sono state costrette a sopportarsi a vicenda.  Oggi che le maglie si sono allargate ed i controlli sono meno rigidi, le proteste e l’intransigenza potrebbe prendere il sopravvento e minacciare la minoranza cristiana.

Mala tempora currunt!


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