Crisi politica uguale crisi sociale

//   18 gennaio 2012   // 0 Commenti

Francesco Saverio Di Lorenzo Presidente ASSOCIAZIONE CULTURALE ONLUS “CARPE DIEM, nata in Calabria, sodalizio che ha nel proprio DNA la cura della legalità e la crescita civile dei cittadini.

Autore del libro UNA VITA IN PRESTITO – COME D.I.A. COMANDA.

degenerazione 300x176Alla fine della storia, ci ritroviamo con un pugno di mosche in mano. La storia alla quale mi riferisco è quella Repubblicana. La nostra Repubblica, venuta alla luce per volontà popolare con il primo referendum nazionale, al quale seguì il più importante documento politico-giuridico: la Carta Costituzionale.

Un percorso lungo più di 60 anni, costellato da momenti gloriosi ed entusiasmanti, ad altri deludenti e contrastanti. Abbiamo attraversato e vissuto peripezie ideologiche e lotte di classe, alcune delle quali hanno comportato perdite, anche in termini umane, dolorose ed assurde.

Ci siamo appropriati di conquiste libertarie e liberiste eccezionali, ma abbiamo trascurato la corretta e consequenziale riforma del sistema burocratico-amministrativo statale. Una Repubblica, insomma, altalenante ed instabile, gestita da Governi precari e guidata da Parlamentari e politici dipendenti dai partiti e non più dal legame altamente sociale chiamati a svolgere.

La crisi economica e finanziaria che stiamo attraversando è la conseguenza logica e direi scontata giunta al termine di una storia, appunto, che ci ha fatto scoprire una realtà vuota di valori ed un’idea che solamente la ricchezza ed il potere sono gli elementi che contano. La cultura, l’arte, gli studi, la preparazione, il merito, le capacità, sono stati trascurati troppo spesso dall’establishment nazionale.

Un pugno di mosche dovuto alla scelleratezza ed all’incompetenza di chi ha amministrato il nostro territorio ed i beni pubblici, annullando prima il bum economico costruito con pazienza e sacrifici nel secondo dopo guerra, poi fallendo le politiche  e le scelte di programmazione economica finanziaria fino ai nostri giorni.

Ci ritroviamo, insomma, in un vicolo nel quale la degenerazione sociale sembra farla da padrona. Non è certamente la crisi finanziaria o quella dei conti pubblici la conseguenza di tale dissipazione morale ed etica alle quali ci stiamo abituando così velocemente. 

La popolazione, senza una guida stabile ed autorevole, si è adeguata all’incertezza ed alla confusione sociale. Le sicurezze di una volta si sono incancrenite causando una forte inclinazione dei ruoli stabiliti da regole non scritte delle faiglie italiane.

Una tempo il desco familiare era considerato ricettacolo di saggezza, consigliere formidabile del verbo e saggio protettore  dell’esperienza e dell’autorità genitoriale. La saggezza, l’esperienza, degli anziani, erano sufficienti a districare problematiche anche complesse. La riverenza ed il rispetto che veniva riservato agli adulti erano dovuti all’educazione semplice e del tutto naturale che si riceveva. A  chi possedeva la maturità, gli era riconosciuta una posizioni di preminenza connaturata all’età. Non c’era bisogno di accordi o particolari intese. Si sapeva ed ogni momento era buono per dimostrarlo: a tavola sedevano prima gli ospiti, poi i nonni, quindi i genitori, i parenti e per ultimo i figli, minori compresi. E questo da nord a sud, da est ad ovest, dappertutto il luogo comune era identico.

Un’impostazione di fondo il cui fine era quello di concentrare e relegare in alcune persone la  rappresentanza, nel bene e nel male, del nucleo fondamentale della famiglia, alla quale ci si era uniformati ed alla quale oggi, probabilmente, possiamo ricordare con un  certo rammarico.

L’attualità è di ben altra tendenza. I ruoli sono cambiati, le nostre famiglie si sono trasformate in luoghi rifugio di figli sempre più insicuri e privi di interessi. I mass media ci hanno propinato e bombardato moduli finti, lasciando immaginare chimere  irraggiungibili.

Di pari passo, è seguito uno sviluppo tecnologico ed informatico incredibile. Gli scandali e le responsabilità istituzionali hanno fatto il resto.

In uno sfacelo simile la criminalità ha avuto vita facile. I giovani non sapendo che fare risultano facilmente reclutabili da piccoli, medi e grandi boss, considerati veri e propri  datori di lavoro, in alcuni casi benefattori e consigliori locali.

A ciò si è aggiunto il grande esodo delle popolazioni Africane, comprese quelle dei Paesi dell’Est Europeo o quella del Medio Oriente, una moltitudine umana che si è riversata sul nostro territorio rendendo ancora più difficoltosa la già precaria organizzazione statale.

Una manna caduta dal cielo per la malavita nostrana in crisi di manodopera fresca ed a basso costo. Disperati che non trovando alcuno sbocco e possibilità di lavoro stabile e legalizzato, si vedono costretti a sbarcare il lunario adattandosi ad ogni esigenza e circostanza del momento, compreso quella della commissione di reati.

Il delitto accaduto a Roma nei giorni scorsi ad opera di due magrebini con l’uccisione di un cittadino cinese, della sua piccola figlioletta ed il grave ferimento della giovane moglie, a causa di una rapina a mano armata, non è un caso isolato e dimostra inconfutabilmente il rischio ordine pubblico al quale siamo sottoposti.

Non è un buon momento per l’Italia e per la nostra martoriata società.


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