O Capitano, o mio Capitano!

//   11 ottobre 2011   // 0 Commenti

berlusconi bersani

Con lo splendido incipit della poesia di Walt Whitman dedicata a Lincoln, intendo avviare una riflessione, senza retorica e senza slogan, sul declino di una fase politica in cui si è riconosciuta la maggioranza dell’Italia moderata, prima che si moltiplichino i distinguo opportunistici e i «non so, non ho visto, se c’ero dormivo». La crisi finanziaria dell’Occidente, ruvida, violenta, lunghissima, strutturale e non congiunturale, sta facendo rapidamente declinare un ciclo economico, culturale, politico; un ciclo apertosi nel 1994, quando l’Italia moderata chiese con un supplemento d’anima, libertà, modernizzazione, normalità, rinnovamento della politica, sviluppo, deburocratizzazione; respingendo con fermezza gli ideologismi antistorici della «gioiosa macchina da guerra», l’intolleranza giustizialista del “circo mediatico-giudiziario”, il moralismo conformista, la palese pervasività del potere giudiziario rispetto all’equilibrio dei poteri.
E si aprì per il Paese una prospettiva di rinnovamento profondo e di sviluppo, un nuovo élan vital, una idea condivisa di futuro. Ora, la profondissima crisi economica sta mutando i connotati di quegli scenari; però non si può, nell’analisi, non tenere conto sia delle contraddizioni e delle resistenze della realtà italiana, sia delle inadempienze e delle valutazioni errate del nostro lavoro politico e della nostra azione di governo. Non ci servono né il disfattismo strumentale del “tutto sbagliato” e del “tutto da cambiare” né la retorica tronfia ed autocelebratoria di una fase politica come «età dell’oro». In verità, fin dall’inizio, il bipolarismo berlusconiano è stato sottoposto ad un intenso lavorio di logoramento, fatto di delegittimazione, di criminalizzazioni, di logiche conflittuali, di rissosità esasperate, di faziosità e populismi.
L’establishement sociale economico culturale del Paese ha scelto fin da subito la difesa ad oltranza delle rendite di posizione e dello status quo; la sinistra giacobina ed ideologica ha fallito l’integrazione socialdemocratica europea ed ha condotto con moralismo una violenta battaglia di delegittimazione, cercando alleati ovunque e comunque; il centralismo soffocante e la burocrazia hanno impaludato gli sforzi di rinnovamento del Governo; il gioco al massacro del “circo mediatico giudiziario” ha fatto passare nel Paese la vulgata di una magistratura soterica ed escatologica ed ha consolidato un pervasivo squilibrio dei poteri; la crisi dello Stato si è aggravata ed estenuata nella moltiplicazione delle istituzioni e nella frammentazione delle linee decisionali del potere. Questo lo scenario degli ostacoli, sia di quelli storici sia di quelli determinati dalle strategie dell’opposizione; poi ci sono le inadempienze e gli errori nostri su cui sarebbe autolesionista tacere.
Per combattere il “teatrino della politica” abbiamo dato fiato alla retorica dell’antipolitica; un teatrino sguaiato, chiassoso, superficiale, emotivo, a tratti anche intollerante e giustizialista, che ha frantumato il rapporto di fiducia tra i cittadini e i partiti, non salvando nessuno neanche i corifei dell’antipolitica; la conseguenza principale è stata che il mondo moderato non ha saputo costruire un’egemonia culturale sul Paese, stabilendo con la società un rapporto fragile ed emotivo, fatto di sondaggi e di miti nuovistici, di annunci, di promesse, di slogan. La nuova classe dirigente messa in campo è stata ben presto soffocata da una “cultura di corte” e di apparatnik, maturata alla scuola della casualità, dell’improvvisazione, dell’effimero, del virtuale, della congiura di palazzo, dei veleni dei gossip e delle veline.
Il disegno riformatore dello Stato, chiave di volta di ogni rinnovamento, si è estenuato in annunci, in proclami, in polemiche, perpetuando il devastante squilibrio dei poteri e la soffocante oppressione del burocratismo; anche il fondamentale disegno federalista si è sostanziato più degli umori lividi della rivalsa che dei valori sturziani della sussidiarietà, della solidarietà, della responsabilità. Anche la rivoluzione liberale nell’economia si è ben presto cristallizzata in una fiscalità dirigista e centralista senza una visione economica ampia: il mito della tenuta in ordine dei conti ha consolidato il lunghissimo inverno della crescita fragile ed esangue. Per di più, il gruppo dirigente del PdL si è suicidato inseguendo il mito illuministico del bipartitismo, costruendosi una fortezza in cui si è arroccato, isolandosi ed allontanandosi nella sostanza dai valori del PPE (il Predellino, la rottura con l’UDC, l’espulsione di Fini…).
In una deriva così drammatica tutti ci sentiamo coinvolti, ma le responsabilità degli errori devono essere distribuite in relazione alle funzioni svolte. Ora siamo in una fase di equilibrio stagnante: il governo è fragile ed in difficoltà; le opposizioni non hanno un progetto, non hanno un leader, non hanno un programma. E la frattura tra i cittadini e i partiti, tutti i partiti, si allarga continuamente. Quelli che sognano il “cupio dissolvi” del Paese invocano le elezioni anticipate. In questo frangente delicatissimo, il popolo dei moderati chiede al suo Capitano, a cui ha consegnato una vastissima massa di consenso e di fiducia, di perseguire due obiettivi con strenua volontà e generosità: costruire dal basso il PPE italiano e avviare finalmente una politica di sviluppo, riprendendo la guida del Paese. Ma lo sviluppo non è un semplice decreto legislativo, per di più a costo zero. L’anima dello sviluppo è la vitalità, il desiderio di futuro di un popolo: bisogna privilegiare l’investimento rispetto alla rendita, il lavoro rispetto al consumo, il risparmio privato rispetto al debito pubblico, il duraturo rispetto all’effimero, il reale rispetto al virtuale, il desiderio rispetto al godimento, il rischio rispetto alla indifferenza ed al cinismo, il coraggio della vita rispetto all’appagamento, l’innovazione e la modernizzazione rispetto allo status quo. Se il popolo dei moderati è ancora capace di elaborare questa prospettiva di senso condiviso, allora sarà ancora protagonista del futuro del Paese.

Gianstefano Frigerio
Membro dell’Ufficio Politico del PPE


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