Così l’Italia può guadagnare dalla guerra dei dazi tra Usa e Cina. “I dazi Usa e Cina? Così l’Italia potrà guadagnarci”

//   27 settembre 2018   // 0 Commenti

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“È illusorio pensare che ci saranno vantaggi per le nostre imprese sul mercato cinese, ma se l’acrimonia commerciale tra Usa e Cina aumenterà, forse potremo provare a tornare in alcuni settori, quello che eravamo: i cinesi d’Europa, specialmente nei confronti degli Usa e dell’area Nafta.” È la prospettiva delineata da Alberto Forchielli, presidente del fondo Mandarin Capital Partners, che anche pro domo sua- sta guardando con molta attenzione all’escalation della guerra commerciale in corso. Un contenzioso che ieri ha fatto segnare una nuova svolta con l’entrata in vigore di dazi Usa del 10% su import dalla Cina per 200 miliardi di dollari- oltre a quelli già in corso su 50 miliardi- , ai quali Pechino ha replicato con tariffe immediate su altri 60 miliardi di dollari di import dagli Usa. Lasciata la base di Hong Kong, Forchielli ora fa la spola tra Bang Kok e Boston, dopo aver posizionato il fondo verso il sud-est asiatico e gli Stati Uniti. Proprio sui dazi ha fatto una sua scommessa, “la mia decisione di promuovere un polo italiano sulla ceramica alto di gamma – spiega- si è basata sia sulla tutela del settore arrivata dai dazi europei sull’import cinese, che hanno contribuito a preservare Sassuolo e dintorni, sia sulla previsione di quanto sta effettivamente accadendo, al 10% non cambierà molto, ma se i dazi statunitensi arriveranno al 25%, allora la ceramica italiana potrà riconquistare sensibili posizioni sul mercato americano, dove il 30% dell’import, ossia 60 milioni di mq viene dalla Cina”. Un’evoluzione potenzialmente estensibile agli altri comparti. “La tendenziale divaricazione delle catene del valore tra una “occidentale” e una asiatica – afferma Forchielli . potrebbe favorire anche il settore dei macchinari, dove l’insidia cinese si è fatta molto forte: qui potremo tenere le posizioni e magari recuperare qualcosa, così come in alcune fasce del settore abbigliamento-calzature o nei mobili-arredamento, che tanto hanno sofferto”. A suo parere, invece, è da scartare l’idea che per noi si possano creare vantaggi competitivi sul mercato cinese: “Anzitutto , le esportazioni americane in Cina riguardano categorie come l’aerospace, l’elettronica e le commodity agricole, dove non possiamo entrare in senso sostitutivo  – osserva – , in secondo luogo, altri sono meglio attrezzati di noi. Le imprese italiane sono piccole e Piccolo in Asia non è bello, quando finisci in concorrenza con coreani, giapponesi, indiani, taiwanesi. E soprattutto cinesi”. Quest’ultima è una dinamica più recente ma è il fattore più importante: “L’attrattiva del mito del miliardo e 400 milioni di consumatori è un miraggio: i cinesi hanno imparato a produrre sempre meglio le cose che servono loro. Ne è una riprova il fatto che ormai non sollecitano più joint venture, cosa che una volta era all’ordine del giorno. La competitività sul mercato è diventata altissima. E che può fare una qualsiasi azienda di Occhiobello da pochi milioni di fatturato?”. Lo scetticismo di Forchielli si estende alle attività pubbliche di Promozione o a “fantasiosi” grandi disegni. Secondo lui – e lo dice con un linguaggio ancora più colorito del solito – in Cina le visite istituzionali possono produrre ben poco, visto che “il driver del nostro export non è certo politico. Sono, per quanto possono le PMI”: se la partecipazione alle numerose fiere commerciali difficilmente può sboccare in risultati all’altezza delle aspettative, l’idea di un efficace inserimento italiano nella maxi-iniziativa Belt&Road sarebbe ancora più aleatoria. Infine, per Forchielli sarà comunque impossibile, per noi e per altri, minare il surplus commerciale di una Cina che è riuscita a salire nelle catene del valore e che non si metterà – come alcuni insistono a sperare – a importare a più non posso: “se mai i cinesi riusciranno a correggere gli aspetti di squilibrio legati alla loro avanzata commerciale, sarà a livello di bilancia dei pagamenti, grazie a una forte crescita del loro turismo all’estero.


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