Cortina Incontra – Liberiamo l’economia

//   10 agosto 2011   // 0 Commenti

cortina incontra 2011

Cortina d’Ampezzo (BL), 9 agosto 2011 – “Liberiamo l’economia” questo il titolo dell’incontro questo pomeriggio a “Cortina InConTra” che ha visto protagonisti sul palco dell’Audi Palace Giuseppe Mussari, presidente Monte Paschi Siena e presidente Abi, Antonio Catricalà, presidente Antitrust, Fabio Cerchiai, presidente Atlantia e Ania, Enrico Giovannini, presidente Istat, Innocenzo Cipolletta, presidente Università di Trento, autore de “Banchieri, politici e militari” (Laterza). L’incontro è stato moderato da Enrico Cisnetto.

Giovannini: “Lo tsunami finanziario in corso è nato dall’incertezza sul debito sovrano di molti Stati e sul rallentamento della crescita americana ed europea, con la prospettiva di minori investimenti e minor propensione al rischio, e ha provocato ulteriore incertezza. La domanda è: questo rallentamento della crescita e questa ondata di incertezza può innescare una nuova recessione? Nessuno in questo momento è in grado di rispondere, se un rallentamento c’è in tutta la seconda parte del 2011 si entrerà molto lenti nel 2012. Questo comporterà meno occupazione, crisi sociali più probabili. In molti paesi il numero dei senza lavoro sta crescendo e questo mette a dura prova la coesione sociale . Se questa situazione dovesse permanere per altri due tre anni la situazione potrebbe diventare esplosiva come vediamo sta già succedendo in Inghilterra”.

Mussari – “Siamo uno dei pochissimi paesi in Europa e nel mondo in cui ai contribuenti le banche non sono costate una lira perché nonostante la crisi non anno avuto bisogno di aiuti di Stato. Continuano a essere sufficientemente sane e robuste e a non avere nessuna polvere o peggio sotto il tappeto. Questo si è dovuto a due fattori, il ruolo esercitato dalla Banca d’Italia, e l’alta qualità della sua azione di vigilanza. Se uno guarda ai risultati degli stress test si può constatare la buona salute finanziaria delle banche italiane, il crollo delle quotazioni non ne tiene conto ma le aziende sono sane”. “Siamo dentro una fase economica nuova – continua Mussari – non siamo dentro una crisi. Dall’89 in poi debito privato e pubblico hanno guidato la crescita. Poi, questi due parametri di sviluppo sono entrati in crisi, non ci sono più, o si capisce che siamo in fase nuova o si rischia il declino”.

Catricalà – “Dopo la crisi 2007-2008 nessuna decisione di carattere strutturale è stata presa, si è superata una situazione difficile, ma ora sono stati aggrediti i debiti sovrani. Era naturale che succedesse: se non si fanno riforme strutturali, il mercato segue sue logiche e aggredisce come può, cioè con logiche ispirate a valori del massimo profitto, non a valori sociali. Mussari ha ragione, non possiamo più sperare su interventi pubblici in economia, come c’è stato negli anni passati: è impensabile- Dobbiamo immaginare nuovi strumenti, nuovi relativamente: le autorità tecniche li indicano da tantissimo tempo. Abbiamo avuto l’umiliazione che quello che diciamo da moltissimo tempo ce lo dobbiamo sentir dire oggi dalle autorità internazionali. Eravamo degli umili suggeritori, ma lo dicevamo da 7-8 anni che andavano fatte alcune manovre strutturali. Ma andavano fatte per tempo, perché per esempio i benefici delle liberalizzazioni arrivano con gli anni, e bisogna scegliere cosa liberalizzare e quando e in che ordine. Questo è un Governo che difficilmente riuscirà a fare queste cose. Ci vorranno almeno 5 anni per riconquistare quel consenso che intacca certi privilegi. Come per il malato: quando si deve intervenire a cuore aperto, in emergenza è più difficile, a volte impossibile. Ne abbiamo viste troppe in questo periodo, fallire imprenditori che si proponevano di combattere monopoli, categorie che si trinceravano dietro la loro forza parlamentare, abbiamo assistito a forme di così bieca conservazione che adesso da dove venga questo vento innovatore, purchè venga, è ben accetto”.

Cerchiai – “Credo che la percezione della gravità del momento ci sia, ma si tenda a ricacciarla dentro la pancia. Perché gli interventi da fare sono estremamente complessi. Noi come parti sociali per la prima volta abbiamo condiviso un protocollo comune per trovare una proposta su temi di largo spessore e rivolgerla al governo. Il problema non si risolve soltanto con i provvedimenti di emergenza, l’urgenza della situazione richiede anche riforme strutturali. Il Paese Italia e il Paese Europa hanno bisogno che le istituzioni recuperino fiducia. La medicina è nella crescita, ma la crescita non viene da sola. Primo dei settori su cui puntare per rilanciare la crescita è quello delle infrastrutture. L’incontro di domani col governo riprenderà questi temi, ci andremo con atteggiamento fiducioso, ci aspettiamo che ci sia una percezione compiuta del momento complicato che viviamo”.

Cipolletta – “Negli ultimi 10 anni abbiamo avuto la maggior crescita mondiale dal dopoguerra in poi, malgrado l’attentato alle Torri Gemelle con il rischio della recessione mondiale e con la grande crisi che abbiamo alle spalle. Ma la crescita nel mondo c’è stata, ed è stata anche una crescita sana, che sta aiutando i poveri a uscire dall’indigenza, è cioè il miglior tipo di crescita del mondo. Infine: si parla tanto di politica low-cost, ma io preferirei una politica high quality. E invece… A questo riguardo, c’è sullo sfondo il grande tema della riforma elettorale: il Paese si deve ribellare a un sistema elettorale che elegge persone scelte da segretari di partito, o per evitare la prigione o per favorire l’amico…” Giovannini – “Le imprese italiane stanno andando all’estero e stanno creando posti di lavoro all’estero, un milione e mezzo di posti lavoro sono stati creati dagli imprenditori italiani in giro per il mondo. Non è delocalizzazione, non dobbiamo spaventarci di questo, piuttosto dobbiamo domandarci perché non vengono da noi. Abbiamo una forza lavoro abbastanza ben formata, con delle competenze solide, un luogo nel quale è piacevole vivere, siamo al centro di una rete infrastrutturale che in Italia non è il massimo ma comunque è centrale rispetto all’Europa. Perché non c’è la file per venire a lavorare da noi? Alcuni anni fa, durante le liberalizzazioni, le imprese internazionali si affacciavano e dicevano: è troppo complicato, lasciamo perdere. Il federalismo non aiuterà molto, la comprensibilità di un sistema economico e la sua stabilità a medio o lungo termine sono fondamentali perché le imprese vengano ad investire. Accanto a questo, ma il Paese non l’ha ancora capito, esiste uno squilibrio intergenerazionale forte, determinato da 10 anni di crescita inesistente. Dieci anni sono tanti e sono soprattutto tanti nel momento in cui – questa è una critica alla classe politica – è stato somministrato un anestetico lento a dosi continue, che cioè c’era sempre una qualche ragione esogena che spiegava perché noi non crescevamo. Invece di far passare il vero messaggio, che cioè senza crescita non c’è prospettiva, soprattutto per future generazioni. Riuscire a dare prospettiva: è questa la sfida vera verso i giovani. Ci sono tanti giovani in gamba che vanno all’estero non perché sono esterofili ma perché vi trovano più possibilità. In Italia troppo spesso conta la conoscenza “di chi” e non “di che”, per fare strada. Il fraintendimento di come funziona il mondo oggi determina il ritardo di un Paese che si è adagiato. Bisogna liberare un sistema che sembra ormai troppo bloccato”.

Catricalà – “La nostra burocrazia è ancora un freno stringente. Per metter su una società a responsabilità limitata negli Usa bastano 50 dollari e in Gran Bretagna 25 sterline. In Italia servono 10mila euro di capitale sociale. Se 3 giovani vogliono fare un’azienda innovativa su internet o una società di software. devono avere almeno 20mila euro da investire. Andrebbe cambiata questa legge, che sarebbe anche semplice da cambiare: così si libererebbe un settore. Poi c’è la questione degli ordini professionali e degli esami di Stato. Oggi l’accesso a molte professioni è subordinato a una lunghissima trafila: ma è mai possibile che all’interno del nostro sistema universitario non si trovi lo spazio per formare i giovani alla professione portandoli direttamente all’abilitazione professionale, oltre che alla laurea? Ci lamentiamo che ci teniamo i figli in casa fino ai 40 anni, ma dove dovrebbero andare? La situazione, per i giovani, è difficilissima. Molti ordini si potrebbero abolire, altri innovare, è necessario per gli avvocati che ci sia qualcuno che li bacchetti, ma lo fanno questo lavoro gli ordini o tutelano solo gli iscritti? Allora riformiamo gli ordini, inserendo tre rappresentanti dei consumatori in ciascuno, con la sicurezza che così saranno meglio tutelati i cittadini”.
Cisnetto fa riferimento a quanto detto da Mieli nei giorni scorsi sul palco di Cortina InConTra, indicando una sola ricetta ovvero: vendere tutto ciò che è pubblico. “Non sono mai per le soluzioni totali – ribatte Cerchiai – credo che si possano fare tante cose, anche questa. Ma anche il principio del vendere bene non è da trascurare, vendere tutto fa massa, ma non si valorizza. Quanto alle pensioni d’anzianità direi che si possono abolire, non più soltanto bloccare per due anni come avrei detto tempo fa”.

Mussari – “Quel che sappiamo della lettera della Bce al governo è che sostanzialmente è identica nei contenuti al documento presentato da noi, un fatto importante per cambiare l’agenda politica del Paese. Prima si parlava di andare in vacanza, anche lontano, dopo la lettera di non andarci, o almeno andarci vicino… Quel documento nasce dalla consapevolezza di una difficoltà in cui versiamo, grave”. Per Mussari, se è vero che il mondo è cresciuto, il nostro Paese non ha fatto altrettanto: “Una bassa produzione per 13 anni porta a una bassa crescita e a una scarsa competitività. La fase attuale ci chiede cose diverse. L’accordo del ‘92 era imperniato sullo strumento della concertazione, oggi lo strumento della concertazione è desueto, se non passi dalla concertazione alla condivisione non ne esci, il che porta a dire che il confine classico tra capitale e lavoro in questo pezzo di economia occidentale non ha più senso e va costituito un equilibrio da cui derivi anche per gli imprenditori più spazio per la ragione strategica dell’impresa. Da parte della forza lavoro c’è la necessità di abbattere tutele e privilegi che non hanno più ragione di esistere, anche perché sono sempre rivolte verso una minoranza di garantiti e mai verso i più giovani.
Dobbiamo dare spazio a chi ha un futuro davanti e non a chi ha un brillante passato alle spalle. Abbiamo un mese, massimo 45 giorni, per confrontarci, poi o si trova equilibrio su questi temi oppure chi ha la responsabilità di decidere, il governo, decida comunque per consentire a questo Paese di attrarre investimenti. Non possiamo più permetterci che il parametro a cui si ancora il salario sia l’inflazione, funzionava quando il Paese aveva in sè i suoi confini, aveva tutte le leve economiche in mano. Questo è finito. Quel parametro che non è legato alla competitività non ha più senso, non ce lo possiamo più permettere, come Paese. I sindacati devono esercitare la loro intelligenza collettiva per comprendere quale sia il profilo strategico dell’impresa, necessario a raggiungere i risultati voluti. Con i parametri vecchi, contro i cinesi, non ce la fai”.

Catricalà – Facendo l’esempio del contact center dell’Antitrust, ben gestito da un gruppo di lavoratori interinali, Catricalà ha sottolineato infine la “ristrettezza di un sistema che crea garanzie, vincoli. Quello era un servizio che veniva reso a costo quasi zero per i cittadini, ora non potendo confermare questi lavoratori in organico dovrò trovare una soluzione diversa per non far scomparire questo fiore all’occhiello. Le leggi in Italia nascono per proteggere e finiscono per danneggiare, sia il datore di lavoro sia l’impiegato”.


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