Corsi e ricorsi storici dell’economia capitalistica occidentale

//   2 gennaio 2012   // 0 Commenti

LIMPERATORETIBERIO1 1 200x300Per vedere quel che accade oggi, sarà bene rileggere un po’ di storia relativa all’apogeo e alla caduta dell’Impero Romano, in quella parte della “STORIA D’ITALIA” SCRITTA DAL CELEBRE COLLEGA INDRO MONTANELLI il quale ha saputo raccontare della nascita e caduta dell’impero romano da par suo nell’edizione della Fabbri del 1994 capitolo sesto: “IL SUO CAPITALISMO.” “Roma non era una città industriale”. La fonte principale di ricchezza dei signori romani erano l’intrallazzo nei corridoi dei Ministeri e il saccheggio delle province, (come oggi lo è delle Regioni n.d.r.). Gulio Colummella e Plinio ci hanno lasciato il ritratto di questa società latifondista e dei criteri che seguiva per lo sfruttamento delle fattorie. Tuttavia le uniche industrie condotte con criteri  moderni erano quelle estrattive. Proprietario del sottosuolo era lo stato (demanio) che però ne affidava lo sfruttamento ai privati. L’interesse guidò costoro a scoprire lo zolfo in Sicilia, il carbone, in Lombardia, il ferro all’Elba, il marmo in Lunigiana. I costi di produzione erano minimi perchè il lavoro nei pozzi era affidato esclusivamente agli schiavi e ai forzati, ai quali non si doveva pagare nessun corrispettivo e che non era necessario assicurare contro nessun infortunio. Eppure molti servizi erano meglio organizzati allora che nell’Europa del settecento. L’impero aveva centomila chilometri di strade e la sola Italia possedeva quattrocento grandi arterie sulle quali si svolgeva un traffico intenso e ordinato. La posta non era pubblica sebbene si chiamasse cursus publicus ed era veloce (spesso più veloce di oggi n.d.r.). Il telegrafo era costituito da segnalazioni luminose attraverso fari posizionati sulle alture ed è rimasto tale sino ai tempi di Napoleone. La posta privata era costituita e gestita da compagnie private, oppure affidata ad amici e gente di passaggio. Ma i gran signori come Lepido, Apicio, Pollione avevano un servizio per conto loro e ne erano fierissimi. Ad ogni chilometro c’era un capitello che indicava la distanza dalla città più vicina. Ogni dieci chilometri c’era una stazione di servizio con trattoria, camere da letto, stalle cavalli freschi da affittare. Ogni trenta chilometri c’era una bella “mansione” con tutto quanto sopra e in più un bordello. Il turismo fioriva magari meglio che ai nostri tempi (anche se la Brambilla si da da fare n.d.r.). Plutarco ironizzava sui globe trotter che infestavano le città. La pirateria era scomparsa (ci voleva il 21° secolo per vederla riapparire e subirla senza che un solo Stato abbia impiegato drastici provvedimenti  per eliminarla  n.d.r). E’ difficile dire fino a che punto lo sviluppo economico di Roma, e del suo Impero fu dovuto all’iniziativa privata e fino a che punto, allo Stato. All’ingrosso si può dire che era uno stato più liberale che socialista che lasciava persino all’iniziativa dei suoi generali il diritto di batter moneta nelle province dell’Impero da essi governate. Il complesso sistema monetario che ne derivò, fu la pacchia dei banchieri che vi basarono sopra tutte le loro diavolerie, libretti di risparmio, cambiali, assegni, ordini di pagamento. Essi fondarono istituti appositi con succursali e corrispondenti in tutto l’Impero, e questo sistema rese inevitabili i boom e le crisi, come accade oggi… (ed eccoci al conquibus n.d.r.) mario monti premier151111 300x180La depressione di Wall Street del 1929, ebbe il suo precedente a Roma quando Augusto, tornato dall’Egitto con l’immenso tesoro di quel Paese, lo mise in circolazione per rianimare i traffici che languivano. Questa politica inflazionistica lo rianimò, ma stimolò anche i prezzi che salirono alle stelle sin quando Tiberio non interruppe bruscamente questa spirale risucchiando il circolante. Chi si era indebitato contando sul proseguimento dell’inflazione, si trovò a corto di liquido e  corse a ritirarlo dalle casse di risparmio. Quella di Balbo e di Ollio,  si trovò in un solo giorno a far fronte a 300 milioni  di obbligazioni e dovette chiudere gli sportelli le industrie e le botteghe che vi attingevano non poterono pagare i fornitori e dovettero chiudere anch’esse. Il panico dilagò. Tutti corsero a ritirare i loro depositi dalle banche. Anche quella di Massimo e Vibone ch’era la più forte  non potè soddisfare tutte le domande e chiese aiuto a quella di Pettio. La notizia si sparse in un baleno e allora furono i clienti di Pettio che si precipitarono da lui coi loro libretti impedendogli il salvataggio dei suoi due colleghi. L’indipendenza delle varie economie provinciali e nazionali in seno del vasto Impero, fu provata dal contemporaneo assalto alle banche di Lione di Alessandria  di Cartagine e di Bisanzio. Era chiaro che un’ondata di sfiducia a Roma si riverberava immediatamente  in periferia. Anche allora ci furono fallimenti a catena e suicidi. Molte piccole proprietà, sotterrate dai debiti, non poterono aspettare il nuovo raccolto per pagarli e  dovettero essere vendute o meglio svendute a profitto dei latifondi che erano in condizioni di resistere. Rifiorirono gli usurai che il diffondersi delle banche aveva diradato. I prezzi crollarono paurosamente. Tiberio dovette alla fine arrendersi all’idea che la deflazione non è più sana dell’inflazione. Quindi che cosa fece? Con molti sospiri, distribuì sesterzi alle banche perchè li rimettessero in circolazione con l’ordine di prestarli  per tre anni senza interessi (risolvendo trionfalmente il problema n.d.r). ATTENZIONE! IL FATTO CHE QUESTA SOLA MISURA BASTO’ A RIANIMARE  L’ECONOMIA, A SCONGELARE Il CREDITO E A RIDARE LA FIDUCIA, CI DIMOSTRA QUANTO LE BANCHE CONTASSERO. CIOE’ QUANTO FOSSE SOSTANZIALMENTE CAPITALISTA IL REGIME IMPERIALE ROMANO. Quel che si è deciso di fare oggi: la Bce ha iniettato soldi alle banche ma le stesse devono essere obbligate ad investirne una buona metà finanziando le imprese che altrimenti non potranno mai ripartire, si devono immettere miliardi nelle opere pubbliche e fare spendere lo Stato, il quale alzi pure l’Iva ma con la stessa non chiuda i buchi che sono ormai voragini e usi quegli stessi denari per finanziare la spesa in iniziative che diano lavoro alle imprese le quali con dipendenti operosi e stipendiati potranno contribuire all’aumento dei consumi interni e si alimenti l’export dove stiamo perdendo le nostre posizioni, un tempo di grande prestigio. Quando si legge che gli Usa hanno speso centinaia di miliardi di dollari per la guerra si dimentica che quei capitali li hanno ricevuti le fabbriche di armi e i soldati che hanno potuto spendere in patria alimentando i consumi, l’America non ha buttato il denaro ma ha finanziato l’economia del suo Paese. La nostra guerra economica con la speculazione in atto non va combattuta con i pannicelli caldi e medicine che quando sono state somministrate alla Grecia l’hanno fatta morire. Se useremo le stesse cure per il malato Italia la speranza di salvarci sono al lumicino. Che il Dottor Monti cambi terapia al più presto. Indro Montanelli, non ha inventato niente, ha raccontato quel che era l’economia ai tempi dell’impero romano e quel che purtroppo è anche oggi l’Italia.


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