Comandante Alfa: “Vorrei essere un esempio positivo per i giovani”

//   11 marzo 2018   // 0 Commenti

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Il “Comandante Alfa”, “Cigno”, “Old Man”, tanti soprannomi per uno dei cinque fondatori del GIS (Gruppo Interventi Speciali) dei Carabinieri. Ora luogotenente in pensione, il Comandante Alfa ha dedicato oltre quaranta anni della sua vita alla sua missione militare, e al GIS a partire dal 1978. Disponibile come operatore prima ed istruttore poi nel GIS, adesso si dedica alla scrittura di libri, l’ultimo dal titolo “Missioni segrete”, per raccontare la storia di chi ha sacrificato la propria vita per lo Stato e la legalità, ma anche di chi è riuscito ad emergere da una realtà difficile attraverso la volontà e il duro lavoro.

Il colloquio con il Comandante Alfa è stato realizzato durante un suo intervento a Bari presso “Anche Cinema” proprio per parlare dei suoi libri e delle missioni del GIS.

È noto che il GIS nel 1978 sia nato reclutando uomini scelti del Reggimento Tuscania, paracadutisti addestrati, già avvezzi ad una vita militare movimentata. Ma quando e come si è reso conto che accettando il nuovo lavoro la sua vita sarebbe cambiata in modo radicale?

Io le prime due volte in cui mi è stato proposto ho rifiutato l’incarico. Facevo parte di una pattuglia acrobatica che faceva lanci ogni fine settimana, stavo bene non volevo cambiare, ma poi alla terza volta, sa com’è nella vita militare, ho dovuto accettare la nuova avventura, e ho fatto bene. È stata una vita entusiasmante, ho trascorso quarant’anni in quel reparto e non me ne sono accorto, me ne sono accorto quando mi è stata data la Croce d’oro e quando mi hanno dato quella decorazione mi sono reso conto che la carriera era finita. In reparto anche se si aspetta la chiamata ci si addestra si fanno tante cose.

Adesso che è in pensione, continuerà a collaborare con il suo reparto?

C’è un cordone ombelicale che non verrà mai staccato col reparto. I ragazzi mi chiamano, ci sentiamo. I primi tempi sono stati difficili, mi svegliavo la mattina e mi sentivo Fantozzi in quel film in cui era in pensione ma andava a lavorare e gli dicevano “che sei venuto a fare”. Io ho contatti stretti con tutti quanti, li ho addestrati quasi tutti.

Ha degli obiettivi per il reparto e per la sua vita?

Ho degli obiettivi perché non so stare fermo. Sono obiettivi per i giovani di oggi che sono intelligenti ma annoiati, voglio essere un esempio positivo. Io sono nato nel profondo sud so le difficoltà che hanno i giovani per emergere. Io giocavo con i figli dei mafiosi, che erano ricchi a differenza mia,  ma poi vedevo che i miei amici rimanevano orfani, altri finivano in galera, alcuni emigravano in Germania, e tutto ciò più i consigli dei miei genitori e di mio nonno, sono stati fondamentali, mi hanno fatto capire che dovevo scegliere la parte del bene. Un episodio che mi ha “acceso la lampadina” si è verificato quando il “branco” invece che prendersela con me ha infierito contro un cagnolino inerme che mi aveva regalato proprio mio nonno per tenermi impegnato. Poi anche mio padre fu minacciato e allora capì che mi dovevo dedicare a chi ne aveva bisogno.

Tra le sue missioni ce n’è una che l’ha particolarmente scossa ed una che l’ha motivata a continuare il suo percorso?

Noi siamo nati ufficialmente nel 1978 e tutti dicono che il nostro “battesimo di sangue” è stato nel carcere di Trani, ma non è vero. Il battesimo è stato alla ricerca di Aldo Moro, abbiamo lavorato tantissimo ma purtroppo non siamo riusciti a trovarlo in tempo utile. Invece, una missione che utilizzavo anche quando insegnavo come incentivo per i ragazzi che volevano entrare a far parte della nostra famiglia, è stata la liberazione di una bambina di otto anni, non l’operazione in particolare, ma perché alla mia vista si spaventò, io allora mi tolsi il mefisto e le dissi che eravamo Carabinieri, e lei dopo tre mesi circa lontana dalla famiglia mi disse “vi aspettavo”, per questo noi ci dobbiamo addestrare, la collettività ha fiducia in noi.

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