Cile, la rivolta degli studenti s’allarga a tutto il paese

//   12 agosto 2011   // 0 Commenti

rivolta cile 300x123Santiago del Cile – Una rivolta così non si vedeva dai tempi di Pinochet. Sono giorni e settimane calde quelle che si stanno vivendo in Cile. Negli ultimi tre mesi si sono registrate ben 9 mobilitazioni: a scendere in piazza sono gli studenti, stanchi di un sistema scolastico esclusivo ed elitario. Stufi di veder puntualmente frustrate e disattese le proprie richieste. Ma il malcontento degli indignados si sta allargando a macchia d’olio ad altri settori della società: nel mirino c’è sempre l’operato del reazionario e conservatore governo Piñera.

La rivolta studentesca

I rapporti fra studenti e governo sono tesi da sempre. Ma da quando è salito al potere il conservatore Sebastián Piñera la situazione è peggiorata. I giovani cileni chiedono da tempo un sistema educativo aperto a tutti e democratico, ma Palácio de La Moneda risponde picche. Anzi, inasprisce gli animi. Ad inizio luglio, il presidente ha annunciato la creazione di un fondo di 4mila milioni di dollari (pari a 2797 milioni di euro) per migliorare il sistema educativo, ma nella stessa proposta ha inserito il Gran Acuerdo Nacional por la Educación - l’accordo Gane -, i cui capisaldi avrebbero dovuto essere migliorare la qualità, l’accesso e il finanziamento dell’educazione superiore. Un correttivo palesemente insufficiente per un sistema ‘marcio’ dalle fondamenta. La diseguaglianza tra settore pubblico e privato, anche dopo questa manovra, rimarrebbe comunque abissale: le agevolazioni bancarie per gli universitari sono pressoché nulle, i trasporti carissimi e mal regolati, le municipalità hanno a disposizione fondi insufficienti per le scuole superiori mentre le scuole private non sembrano conoscere crisi.  Un male figlio della massiccia privatizzazione del settore, da sempre sponsorizzata dalla classe dirigente.
La mossa del governo si è tramutata nella classica goccia che fa traboccare il vaso, e così gli studenti, che sinora hanno ottenuto solamente le dimissioni del ministro dell’Istruzione Joaquín Lavín, sono scesi in piazza. O almeno ci hanno provato, visto che le forze dell’ordine hanno impedito che i giovani sfilassero per le vie cittadine con una marcia non autorizzata. Così, il 5 agosto scorso è scoppiata una vera a propria guerriglia in molti angoli del paese. 874 arresti e 90 carabinieri contusi è il bilancio della rivolta che ha paralizzato la capitale e coinvolto diverse città del Cile.
Il comportamento del governo è stato inaccettabile – ha dichiarato Camila Vallejo, presidente della Fech, federazione studentesca cilena – e assolutamente in linea con le minacce continue a cui siamo sottoposti. Ho ricevuto minacce ripetute, chiamate al telefono di casa, con avvertimenti che mi avrebbero picchiata. Sono gruppi dichiaratamente di destra. È preoccupante e sento che in qualche modo stanno tartassando tutto il movimento, concentrandosi in particolare su di me“. E per spiegare le ragioni del malcontento aggiunge: “Riteniamo necessario che oggi il Governo riconsideri nuove misure concrete che permettano al Cile di arrivare a un sistema realmente più democratico, a carico dello Stato, gratuito e di qualità. Il Governo deve organizzarsi per dare una risposta concreta a queste esigenze, cosa che non ha fatto. E come se non bastasse il ministero dell’Interno osa reagire in modi assolutamente inaccettabili. Ha messo sotto assedio il centro di Santiago,violando diritti costituzionali come la libertà di riunione, di associazione, di transito negli spazi pubblici. È preoccupante“.

Il ritorno del “cacerolazo”

Le dichiarazioni della Vallejo esprimono un sentimento diffuso in ampi strati della società cilena. Il malcontento, infatti, si spinge al di là della ‘semplice’ rivolta studentesca: una simile mobilitazione non si vedeva da decenni. La gente è scesa in piazza sbattendo pentole e padelle, rispolverando il cacerolazo (da caserola, pentola)la forma di protesta che Argentina e Cile hanno imparato durante gli anni bui della dittatura. Giorni fa, gli autisti di autobus del trasporto pubblico hanno incrociato le braccia per un’ora e, spontaneamente, coloro che aspettavano alla stazione di partenza, hanno occupato la strada. Un gruppo di tassisti, per protesta contro l’aumento del prezzo dei carburanti, ha bloccato varie strade in varie città. I lavoratori delle due principali imprese minerarie del Paese si sono fermati senza autorizzazione per uno sciopero, chiedendo aumenti salariali, approfittando dell’aumento del prezzo del rame sui mercati mondiali.
Il clima instaurato dal governo destrorso, salito al potere grazie alle divisioni interne della Concertatión, sta soffocando il paese e allargando il gap già ampio tra il ceto medio-basso e l’elite. Il movimento di protesta si sta estendendo in dimensioni e natura delle richieste. Tra queste, sono entrate nell’agenda dei contestatori anche la ri-nazionalizzazione del rame e la riforma del trasporto pubblico nella capitale Santiago.


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