Cattiva comunicazione:il problema dell’Italia non è la crescita industriale ma la stampa

//   5 luglio 2011   // 0 Commenti

stampa 1 150x150Sono sempre più convinto che l’informazione stia svolgendo un ruolo fondamentale nell’orientare l’opinione pubblica in modo estremamente negativo. Ho riflettuto a lungo prima di arrivare a questa conclusione. Non immagino congiure dei poteri forti, che pure sono scesi in campo contro il governo. Sicuramente è vero che una grande parte dei media è schierata politicamente e non rinuncia a condurre la sua battaglia. Ma la spinta allo sfascio è troppo generalizzata e diffusa per affidarsi a nuovi teoremi. Sono persuaso, invece, che vi siano delle logiche autonome, interne al mondo della comunicazione in forza delle quali si ritiene che solo un certo tipo di notizie facciano audience. Col tempo un certo modo di presentare le cose si è trasformato nel campionario degli stereotipi, nel trionfo dei luoghi comuni. Fanno notizia i precari, non i giovani (sono ancora la maggioranza) che lavorano. Fa parlare la Fiom, non la maggioranza dei sindacati – appartenenti alla stessa Cgil – che continuano a svolgere il loro compito in modo responsabile. E’ trendy parlare  il declino del Paese, del suo apparato produttivo, della disoccupazione degli italiani, senza accostare tale fenomeno al caso del lavoro rifiutato e lasciato alla crescente presenza del lavoro straniero.  Nei giorni scorsi ho partecipato alla presentazione del report sugli scenari industriali del Centro studi della Confindustria. Ho ascoltato le relazioni e l’intervento conclusivo di Emma Marcegaglia. Il giorno dopo, sui quotidiani, ho avuto l’impressione che venisse raccontato un convegno diverso da quello a cui avevo partecipato. Secondo il Centro studi di viale dell’Astronomia – che si è guardato bene dal fare concessioni ad un ottimismo ingiustificato – l’Italia ha pagato un prezzo elevato ad una crisi con le caratteristiche di una <svolta storica>, ha davanti a sé tante difficili sfide, ma può contare sulla solidità e sulla capacità di innovazione di un’industria manifatturiera che impiega, direttamente o indirettamente, più di 8 milioni di lavoratori,  alla cui attività sono dovuti un terzo del Pil e il 78% delle esportazioni. Da queste considerazioni della Confindustria traspare, non già un sentimento di solitudine, ma un certo orgoglio manifatturiero: il che è sicuramente positivo. Inseguendo i suoi bizzarri <idola fori>, la stampa si è accanita a mettere in evidenza la limitata perdita di posizioni nella classifica mondiale della produzione industriale. Tra il 2007 e il 2010, quasi tutti i Paesi di più antica tradizione industriale  hanno registrato significativi arretramenti. L’Italia è scesa dal 4,5% al 3,4%  sul valore della produzione industriale, passando dal 5° al 7° posto nel mondo, restando però al 2° in Europa subito dopo la Germania e davanti a tutti gli altri Paesi di recente come di antica adesione alla Ue. A conferma, dunque, della vocazione industriale del nostro apparato produttivo pur all’interno di un mercato globale che ha cambiato punti di riferimento, se si pensa che, nel periodo considerato, i paesi emergenti dell’Asia hanno conquistato quasi 9 punti percentuali nelle quote di produzione industriale mondiale salendo al 29,7%. Che senso ha allora denunciare, con un mix di ironia e di impotenza, che la Corea del Sud ci è passata davanti? La sola Cina è al 21,7% (+7,6 punti) ponendosi così al primo posto. Che cosa dovrebbero dire, allora, gli americani? Nell’ economia globalizzata, i Paesi di più antica industrializzazione sono stati in grado di resistere grazie alla capacità di esportare  nelle aree del mondo che hanno continuato a crescere. Quanto alle linee di azione per il futuro, il rapporto fa giustizia di tanti luoghi comuni riguardanti le sfide dell’apparato produttivo. L’innovazione non richiede una spiccata diversificazione produttiva (che anzi è rischiosa) ma può benissimo dispiegarsi all’interno dei prodotti tradizionali magari ampliandone la gamma. Relativamente al tema ricorrente della dimensione delle imprese, non ha senso lamentarsi di un tessuto costellato di milioni di aziende micro e piccole, ma è più opportuno avviare e ravvivare delle esperienze <reti di imprese> in grado di cooperare tra di loro. La Confindustria ne ha costituite 54 e punta a 200 entro la fine dell’anno. I costi di produzione restano un problema, ma vengono dopo gli aspetti attinenti alla qualità del prodotto se le aziende intendono garantirsi del potere contrattuale nella determinazione dei prezzi sui mercati internazionali. Resta l’handicap dell’approvvigionamento delle materie prime  e delle fonti energetiche: un tema che induce ad interrogarsi – in tempi di irresponsabili consultazioni referendarie – su come garantire il fabbisogno nel prossimo futuro, quando saranno ancor più allineati gli standard produttivi e gli stili di vita. Adesso, un indiano consuma energia pari ad un quarto di quella di un cinese, il quale usa la metà di quella di un europeo, che  impiega, a sua volta,  metà della quota di un cittadino americano. Sarebbe il caso di fare un pensiero su questa lacerante contraddizione. Soprattutto in tempi di referendum.


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