Tassa patrimoniale, otto ragioni per dire no

//   21 novembre 2011   // 1 Commento

tassa patrimoniale imposta 2011

di Ugo Arrigo – ilsussidiario.net

Dalla Cgil alla Confindustria, dalla sinistra radicale al Financial Times, l’ipotesi di un’imposta patrimoniale in Italia sta ottenendo crescenti e insospettate adesioni da parti sociali e commentatori solitamente molto distanti tra loro. Stupiti per le numerose personalità che hanno, a nostro avviso in maniera superficiale, avvalorato l’idea che un’imposta patrimoniale sia soluzione praticabile e consigliabile per aggredire il problema del debito pubblico, non ci dispiace risultare in controtendenza rispetto a queste opinioni. La patrimoniale non è realizzabile, almeno se si vuole salvaguardare l’equità, ed essa non è in ogni caso consigliabile per una molteplicità di motivi:
1 – Se costruita col vincolo dell’equità non è praticabile, e, in conseguenza:
2 – Si può realizzare solo in maniera non equa. Inoltre:
3 – Non è risolutiva, né realizza miglioramenti significativi per i problemi della finanza pubblica.
4 – I vantaggi che apporterebbe alla finanza pubblica sono conseguibili con provvedimenti alternativi non dirompenti.
5 – La patrimoniale è recessiva.
6 – La patrimoniale aumenta l’incertezza e (probabilmente) anche lo spread.
7 – La patrimoniale distoglie da una corretta via di riforme.
8 – La patrimoniale ricapitalizza uno stato “good company” (per riaffidarlo a una classe politica spendacciona), trasferendo la “bad company” ai contribuenti.

Patrimoniale? Su quali patrimoni?
Un’imposta patrimoniale ha per definizione il suo imponibile nello stock di ricchezza anziché nel flusso di ricchezza rappresentato dal reddito. La ricchezza è costituita da differenti tipologie di asset:

1) Immobili (terreni, abitazioni, uffici, negozi, stabilimenti produttivi);
2) Valori mobiliari (depositi bancari, titoli pubblici, obbligazioni, azioni);
3) Beni mobili registrati (auto, barche, aeromobili);
4) Beni mobili di valore (preziosi, arredi, quadri, altre opere d’arte);
5) Bisogna inoltre considerare i debiti, i quali rappresentano ricchezza di segno negativo.

Questi asset appartengono sia a persone fisiche che a persone giuridiche. Applichiamo dunque la patrimoniale a tutti gli asset e a qualunque soggetto appartengano? Chiediamo a tutti i contribuenti di compilare uno stato patrimoniale e applichiamo un’aliquota di prelievo al valore netto di ognuno? Siamo sicuri che Confindustria sia ancora d’accordo se applichiamo la patrimoniale anche al patrimonio netto delle imprese? Temiamo di no: si dirà che si tratta di patrimoni funzionali alle attività produttive. Bisognerebbe quindi restringere la patrimoniale al patrimonio delle persone fisiche escludendo le persone giuridiche. Ma in tal modo esentiamo anche i patrimoni privati che sono detenuti in forma societaria, escludendo dall’imposta proprio la parte più ricca della popolazione, quella che può permettersi la costituzione di società per detenere la sua ricchezza e magari utilizza scatole cinesi con la capofila in paradisi fiscali. Non ci sembra una grande idea redistributiva.
Bisogna inoltre considerare che i beni mobili non registrati sono difficilmente assoggettabili, mentre le abitazioni principali non sembra invece opportuno assoggettarle, trattandosi di “ricchezza” a uso obbligato. Se le fabbriche servono per produrre Pil forse anche i lavoratori dovranno abitare da qualche parte. O no? La destra storica ottocentesca, che aumentò molto le tasse per raggiungere il pareggio, tassava i terreni, ma non le abitazione rurali che erano evidentemente necessarie per ospitare chi i terreni lavorava. E in secondo luogo, quale valore utilizziamo per tassare gli immobili? Quello catastale, che è datato, irrealistico e disomogeneo tra immobili edificati in epoca diverse? Oppure il valore di mercato? Ma se la nostra abitazione principale è triplicata di prezzo a causa del boom immobiliare noi non siamo in grado di trarne alcun vantaggio dato che non disponiamo dell’opzione di venderla.
Vediamo così che, da un lato, è molto difficile disegnare una patrimoniale equa e che, dall’altro, tenuto conto delle ragionevoli eccezioni e di insuperabili impedimenti, l’imponibile di un’eventuale patrimoniale è destinato ad assottigliarsi notevolmente rispetto alla totalità dei patrimoni e non sarebbe pertanto in grado di produrre gettito significativo a meno di non applicare aliquote elevate e penalizzanti.

Quanto rende la patrimoniale? E quanto ci farebbe risparmiare di interessi?
Ammettiamo pure che le criticità precedenti siano superabili e che la patrimoniale possa essere adottata. Quanto gettito potrebbe apportare? Di quanto potremmo ridurre in conseguenza lo stock del debito? Non essendo in grado di dirlo, ipotizziamo un importo molto elevato e assai poco realistico: 190 miliardi di euro, pari esattamente al 10% del debito. Si tratta di una cifra consistente: ipotizzando che la patrimoniale tocchi il 25% più agiato delle famiglie italiane corrisponde a circa 40.000 euro di esborso medio per famiglia. Di quanto migliorerebbe il nostro bilancio pubblico per effetto di questo provvedimento? Risparmieremmo gli interessi sul minor debito, quindi, alle condizioni attuali di ricorso al mercato, piuttosto deteriorate, un po’ meno del 6,5% all’anno su 190 miliardi, corrispondente a circa 12 miliardi. Abbastanza poco se si considera che è appena un quinto delle dimensioni complessive della manovra estiva di Tremonti e che un risparmio analogo sugli interessi si potrebbe ottenere qualora, attraverso una credibile politica economica complessiva, si potesse ridurre di 100 punti base in via permanente lo spread con i titoli di stato tedeschi. Un gettito analogo si potrebbe inoltre ottenere attraverso dismissioni di asset pubblici. Vale la pena di mettere in piedi un provvedimento di questa portata e con effetti difficilmente prevedibili per conseguire un risultato finanziario ottenibile per vie assai meno traumatiche?

Come paghiamo la patrimoniale?
Purtroppo la patrimoniale non può essere pagata in natura, cedendo al Tesoro qualche metro quadro di casa nostra o un po’ di attività finanziarie, ma richiede di utilizzare liquidità. Se non se ne dispone in misura sufficiente, come è probabile, occorre vendere asset, evidentemente asset finanziari dato che anche nei confronti del mercato non possiamo vendere qualche metro quadro di casa nostra. Gli asset finanziari possono essere di emittenti privati o pubblici e venderli in massa sul mercato deprezza il loro corso; quelli pubblici saranno poi ricomperati col gettito della patrimoniale, ma il settore privato sicuramente ha tutto da perdere da questa operazione. E se qualche cittadino, ad esempio una giovane coppia, non dispone di attività finanziarie perché ha appena finito di pagarsi l’abitazione che cosa fa? Deve indebitarsi per pagare la patrimoniale?

La patrimoniale riduce lo spread o lo aumenta?
Se guardiamo all’unica esperienza italiana di provvedimento straordinario di finanza pubblica avente carattere patrimoniale, la manovra Amato del luglio 1992, troviamo ulteriori e consistenti argomentazioni contrarie a questo tipo di provvedimenti: il prelievo straordinario del 6 per mille sui depositi bancari (ma non sulle altre attività finanziarie) e l’imposta straordinaria sugli immobili (Isi poi divenuta Ici) al 4 per mille, prima casa compresa, non fu in grado di salvare la lira dalla speculazione finanziaria che condusse all’espulsione della nostra moneta dallo Sme solo due mesi dopo. Lo spread rispetto ai Bund tedeschi salì notevolmente nei giorni immediatamente successivi alla manovra, da poco più di 500 punti base a quasi 600, e nei mesi successivi arrivò sino a quasi 800. L’adozione di una patrimoniale rappresenta una sorta di confessione ai mercati finanziari che non si è in grado di tener sotto controllo la finanza pubblica con strumenti ordinari. Si tratta di un segnale che non è proprio il caso di dare. Superfluo ricordare che l’aumento dello spread bruciò in maggiori oneri per interessi un multiplo del gettito dei provvedimenti ricordati: le tasse straordinarie pagate dagli italiani con la manovra Amato finirono rapidamente nelle tasche degli speculatori internazionali e di esse al bilancio pubblico non rimase neppure una lira.

La patrimoniale distoglie dai veri problemi: assenza di crescita ed eccesso di spesa pubblica
Pur di elevato in valore assoluto (il quarto al mondo dopo Usa, Giappone e Germania) e in percentuale del Pil, non è la consistenza del debito pubblico il problema principale, bensì il fatto che esso continui a crescere nel tempo più rapidamente del Pil. Il problema principale della finanza pubblica italiana si chiama dunque mancata crescita, la grandezza che sta al denominatore del rapporto. Per risolvere il problema sono quindi necessarie maxi -riforme pro-mercato attraverso provvedimenti estesi di liberalizzazione, non tasse patrimoniali. In attesa che si ottengano effetti in tema di crescita del Pil bisogna tuttavia rallentare e arrestare la crescita del debito. I governi degli anni ‘90 usarono come strumento le politiche di privatizzazione: vendere asset pubblici, non asset privati, per evitare debito pubblico. Purtroppo il termine privatizzazione è scomparso da almeno un decennio dal vocabolario economico dell’Italia contemporanea e non vi è stato sinora segno di poterlo riprendere. Accanto all’assenza di crescita vi è il problema altrettanto grave dell’eccesso (e inefficienza) della spesa pubblica.

Si può sostenere in conclusione che ricostituire uno Stato “good company” attraverso la patrimoniale sia come ricapitalizzare il figliol prodigo pensando che questa scelta possa essere un buon viatico sulla strada della frugalità e della parsimonia. E un errore intellettuale imperdonabile.


Articoli simili:

1 COMMENT

  1. By AM, 21 settembre 2017

    Il parere è eccellente e condivisibile. Vorrei aggiungere che vi è il problema dei beni (soprattutto immobili) all’estero che sono di difficile individuazione e valutazione. Se poi alla patrimoniale debbono sottostare anche gli immigrati che hanno residenza, e in qualche caso cittadinanza, in Italia la cose si complicano. Secondo un calcolo approssimativo alcune centinaia di migliaia di immigrati (su circa 5 milioni) che vivono in Italia possiedono immobili o quote di immobili nei paesi di origine e sono tenuti a dichiararli nel Quadro WR dell’Unico. Pare tuttavia che sinora ben pochi lo hanno fatto.

    Rispondi

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *