C’è una grande confusione sotto il cielo

//   14 agosto 2011   // 0 Commenti

finanziaria

Un ceto medio sempre più impoverito e con alcune sue  parti ridotte quasi alle soglie della povertà.

Totale assenza di qualsiasi agevolazione per le famiglie e ridicolo compromesso sulla liquidazione delle province per il quale, principale obiettivo della Lega è stato quello di salvare le poltrone degli amici.

Un taglio sulle entrate agli enti locali, soprattutto alle regioni, che, di fatto, come ha subito denunciato il presidente Formigoni, annulla ogni altra possibilità di federalismo fiscale. L’eventuale immediata applicazione di alcuni dei decreti già approvati comporterà un semplice trasferimento della tassazione da Roma alle periferie o il pressoché dimezzamento di alcuni servizi essenziali oggi garantiti a tutti i cittadini.

La stessa decisione, pur meritoria anche se timida, di chiudere una trentina di province, se non si porrà mano a quanto a suo tempo teorizzato da Miglio e recentemente ricordato dallo stesso Presidente della  Lombardia, ossia alla formazione di 5 o sei macroregioni italiane, non permetterà di realizzare né una significativa riduzione delle spese né il concreto avvio di una sostenibile politica di federalismo fiscale.

Insomma si poteva fare meglio e di più e, unica novità nel metodo, l’annunciato mancato ricorso al voto di fiducia,  poiché, anche all’interno della maggioranza non mancano i mal di pancia e i distinguo che comporteranno inevitabili modifiche, auguriamoci in senso migliorativo e della maggiore equità, del provvedimento in sede parlamentare, anche con il concorso delle opposizioni più responsabili.

Alcuni dei provvedimenti richiesti dalla Banca centrale europea dal duo Trichet-Draghi, potevano essere assunti prima da una maggioranza che fosse rimasta coesa e impegnata sul fronte delle promesse liberali contenute nel programma elettorale.

Senza l’introduzione di un sistema fiscale caratterizzato dal conflitto di interessi ( tu mi fai la fattura e io la posso scaricare nella denuncia dei redditi) e non da quello  attuale  fondato sulla convenienza delle parti all’evasione ( tu non paghi l’IVA se mi paghi in nero) non se ne esce dal quel bubbone dell’ evasione fiscale ( 38,41 % con punte del 66 % al Sud per  un totale del 50,5 % del reddito non dichiarato- nel 2010 gli italiani non hanno dichiarato al fisco redditi per quasi 50 miliardi di euro)  che rappresenta l’autentica palla al piede che costringe i ceti a reddito fisso e accertabile al pagamento alla fonte di tutte le tasse e a costituire il docile gregge su cui esercitare la normale operazione di tosatura da parte dell’erario.

Se poi, a quanto già lo Stato incassa per interporta persona, i datori di lavori, a quegli stessi ceti si richiede anche l’onere dei ricorrenti contributi di solidarietà, è la volta che anziché non “ mettere le mani nelle tasche degli italiani”, qualcuno cominci a menare  lui le mani, se non materialmente, in senso non troppo metaforico, alle urne al prossimo giro di boa.

Si abbia il coraggio e la capacità di applicare corretti, efficaci ed efficienti ISEE, Indicatori della situazione economica dei contribuenti, e la già meritoria azione avviata sul piano della lotta all’evasione farà un salto di qualità e di quantità significativo.

E sul piano del costume, attraverso la completa pubblicità delle denuncie dei redditi di tutti i cittadini, si additino finalmente gli evasori tra i nemici della civile convivenza sociale. Questa semplice e gratuita norma accompagnata all’introduzione del federalismo fiscale con ampi poteri nella raccolta da parte degli enti locali, ridurrà drasticamente il fenomeno e farà emergere del tutto il bubbone di cui sopra e con esso i furbi e furbastri nemici della Patria.

E si abbia finalmente il coraggio di ridurre le aliquote fiscali, introducendo un incremento dell’IVA con la sola esclusione dei beni di immediata necessità,  trasferendo parte dell’attuale imposizione diretta IRPEF a quella sui consumi che ciascun cittadino liberamente decide di effettuare

Siamo consapevoli di essere entrati dalla fine del 2007 e con la crisi dei subprime americani in una crisi finanziaria mondiale ancora più grave per la sua universale estensione a quella stessa del 1929.

Siamo altresì consapevoli che c’è qualcosa di profondamente errato e irrazionale in ciò che sta succedendo.

Tre agenzie  provate di rating internazionali americane ( Moddy’s, Standard & Poor’s, Fitch) alcune nate nel secolo scorso per garantire maggiore trasparenza ai mercati fornendo un giudizio sull’affidabilità dei bilanci societari,  sono diventate i moderni  infernali Minosse in grado di giudicare l’attendibilità dei bilanci degli stati.

Una situazione tanto più incomprensibile nel momento in cui queste stesse società di rating sono compartecipate da molti dei gruppi multinazionali che dovrebbero essere oggetto delle loro stesse valutazioni.

Insomma, un perverso e diabolico intreccio di controllori- controllati che ha indotto a quella “sicura positiva valutazione” di Lehman brothers proprio alla vigilia  del tracollo della banca d’affari nel settembre del 2008;  il più colossale crack finanziario della storia del capitalismo mondiale, al quale hanno largamente contributo J.P.  Morgan e Citigroup.  Banche indebitate, risarcite dallo Stato  che in quel modo ha trasferito i debiti privati nel grandioso debito pubblico americano sin qui sostenuto dai titoli di stato in larga parte acquistati dal dragone emergente cinese.

Una situazione paradossale che dovrà essere riconsiderata a livello globale planetario alla luce dei nuovi emergenti ( Cina-India-Brasile) che hanno mutato profondamente gli equilibri economico-finanziari e di potere internazionali.

Altrettanto paradossale il caso europeo, dove una Banca centrale regolatrice del mercato monetario svolge un ruolo assoluto di potere sugli stati nazionali, senza il contraltare di un potere politico sovra determinato in termini di rappresentanza democratica e con 17 Paesi, quelli dell’area dell’euro, in balia di diciasette diversificati sistemi di politica economica e finanziaria.

Insomma un’unione europea monetaria priva di quell’unità politica e dei sistemi finanziari e fiscali che impedisce all’Europa di svolgere quel ruolo equilibratore nell’attuale sconquasso mondiale.

Si aggiunga una crisi drammatica di leadership, tanto negli Stati Uniti, con un presidente abilissimo nella loquela e altrettanto impotente sul piano delle decisioni, che nell’Europa, dove gli attuali reggitori dei governi sono assai più preoccupati delle scadenze elettorali prossime venture e sempre ricorrenti, che delle necessarie e indispensabili scelte per il bene comune.

In questo quadro assai confuso, per l’Italia, sempre più divisa con corporazioni egoisticamente rinchiuse nella difesa dei propri interessi e privilegi, e partiti incapaci di riconoscersi una reciproca legittimità, serve la scelta  di una coraggiosa discontinuità che può derivare da un nuovo patto sociale e istituzionale da definire attraverso l’indizione di un’assemblea costituente con il potere di riscrivere la Carta costituzionale da cui far nascere senza traumi la Terza Repubblica di cui il Paese ha una grandissima e non più rinviabile necessità.

 

 


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