Bombassei: ormai stessi interessi per capitale e lavoro

//   11 dicembre 2011   // 0 Commenti

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«Lunedì sera a Porta a Porta quando il leader della Uil Angeletti ha detto che avrebbe trasferito di peso il modello tedesco in Italia avrei voluto alzarmi e stringergli la mano. Facciamolo». Alberto Bombassei è nel suo ufficio al Kilometro Rosso di Stezzano, l’ incubatore tecnologico bergamasco che ha messo in piedi con altri soci. Tutti gli chiedono come pensa di andare avanti nella corsa per la presidenza della Confindustria ed è arrivato il momento di parlare di programmi. Con una parola che ricorre: discontinuità. Lei è stato vicepresidente per 8 anni con Montezemolo e Marcegaglia come fa a parlare di discontinuità… «Non vuol dire autocritica ma prendere atto che tutto attorno è cambiato e non possiamo star fermi. Se vogliamo che l’ industria conservi centralità dobbiamo muoverci o subiremo gli eventi. Continuo a pensare che il sistema delle imprese sia una delle grandi infrastrutture del Paese, la componente più coraggiosa della società civile». A Palazzo Chigi ora c’ è un tecnico e la politica si è presa una pausa. Qual è il rapporto che la Confindustria di domani dovrà instaurare con la politica? «Veniamo da una fase in cui ci siamo dovuti confrontare con una non politica, scelte rinviate e parecchia demagogia. Un danno. Gli industriali però per definizione devono misurarsi con tutti i governi offrendo soluzioni utili per l’ economia e per l’ intero Paese». Finora la rappresentanza è stata abituata a chiedere. Con la crisi del debito il verbo chiave diventa «dare»… «Sono cosciente che la ricerca di soluzioni è più difficile di ieri e può passare attraverso scambi che richiedono rinunce anche significative, ma dobbiamo avere chiaro l’ obiettivo di medio termine: salvare la vocazione dell’ Italia come grande Paese manifatturiero e al tempo stesso innovarla. Non lo dico per patriottismo aziendale, però in fondo la Brembo dentro Kilometro Rosso è un esempio, piccolo per carità, di come immagino l’ industria di domani. Per realizzare questo sogno dobbiamo parlare con la politica ma anche con il lavoro». Torniamo ad Angeletti… «La crisi ha ridotto le distanze tra capitale e lavoro, ora abbiamo interessi largamente in comune. Gli accordi degli ultimi anni seppur con contraddizioni vanno in questa direzione. Innovare l’ industria è un obiettivo che sta a cuore agli imprenditori ma anche al lavoro, è un bene comune. I tedeschi l’ han fatto». Tende la mano ai sindacati? Ma lei è un falco, un amico di Marchionne… «Nemmeno lui è un falco. E nessun imprenditore con la testa sulle spalle pensa di riproporre il modello del padrone delle ferriere. Si può condividere o meno l’ operato di Marchionne ma dice cose nell’ interesse comune con l’ intento di mantenere i posti di lavoro in Italia». Però ha lasciato Confindustria assestandole un colpo durissimo. «Quella scelta risponde a un’ esigenza tecnico-giuridica riferita ai rapporti con la Fiom. Non penso che la Fiat senza avere dietro la rete Confindustria sia più forte, anzi. Marchionne è libero di impostare la sua politica industriale ma continuerò ad impegnarmi perché la Fiat rientri. Tenga conto che le soluzioni che rispondono alle esigenze di Torino sono d’ interesse per tutti gli associati, piccoli e grandi, manifatturieri e no». Di lei si dice «è il candidato dei poteri forti», «è un fornitore della Fiat quindi privo di autonomia». «Sono un imprenditore di prima generazione. Brembo era piccola e ha saputo diventare medio-grande a dimostrazione di come l’ economia delle filiere serva a superare gli steccati; le grandi possono favorire lo sviluppo delle piccole e i fornitori diventare partner. Quanto all’ autonomia il mercato Italia conta per il 17% nelle nostre vendite. Il primo mercato è la Germania e i clienti migliori si chiamano Porsche, Bmw, Mercedes». È uscito un libro, «Mani bucate», la cui tesi è: gli industriali hanno preso tantissimi soldi dallo Stato e li hanno sprecati. «Non credo proprio. L’ industria italiana non ha sprecato risorse, quelle che ha avuto le ha messe in circolo creando il secondo Paese manifatturiero d’ Europa. Se fossimo degli scialacquatori non avremmo raggiunto questo risultato. Per il futuro però è giusto ragionare in maniera più puntuale e meno dispersiva. Capire i settori nei quali possiamo eccellere e concentrare lì gli sforzi. L’ economia globale ci chiede specializzazione, produrre ad alto contenuto di conoscenza. E ancora una volta il riferimento alla Germania è doveroso». In quel Paese questo modello di gamma alta convive con scelte di delocalizzazione. Noi dobbiamo fare lo stesso? «La domanda da farsi è perché spesso siamo costretti a produrre fuori. I nodi si chiamano costo della manodopera, fiscalità pesante e sindacati non sempre pragmatici. I tedeschi hanno impostato prima di noi questa discussione con autorità di governo e sindacati e la conclusione è stata che in patria si costruiscono prodotti ad alto contenuto tecnologico e la componentistica si può fare anche fuori. So bene dunque che la delocalizzazione è una sconfitta, si tratta di non farne un autogoal. Loro ci sono riusciti e non hanno perso posti di lavoro». Lei si è espresso in passato per rivedere l’ articolo 18. È della stessa idea? «Il governo aprirà un cantiere sulla riforma del mercato del lavoro. Una base sulla quale ragionare è sicuramente la proposta del senatore Ichino. Non la condivido in toto ma è un canovaccio da cui partire per affermare la logica della flexicurity e alcuni pilastri fondamentali: flessibilità, lavoro tutelato, sostegno al reddito, formazione, outplacement». Torniamo alla Confindustria. In molti sostengono che debba dimagrire e ridurre le duplicazioni della struttura. Con quale criterio? «Sulla riorganizzazione esistono due ipotesi, una centrata sulle Regioni e l’ altra sulle Province. Entrambe hanno vantaggi e difetti. Non ho ancora deciso e per il momento sono in fase di ascolto». Le categorie dovranno anch’ esse dimagrire e per i convegni suona l’ ora dell’ austerity? «Le categorie restano importanti, anche se 100 come adesso forse sono troppe e qualche accorpamento sarebbe utile. I convegni dovranno cambiare: meno rituali e passerelle, più giornate di studio. Il modello Aspen può funzionare». I piccoli sono sottorappresentati in Confindustria e rischiano di pagare per primi il ridimensionamento della base produttiva. Cosa pensa di fare? «È cambiato il recinto. Oggi lavorare solo per il mercato nazionale può essere un handicap. Bisogna guardare almeno all’ Europa. E la Confindustria deve aiutare le piccole a crescere, a darsi dimensioni più compatibili con l’ evoluzione del mercato. Quindi diffusione delle reti d’ impresa, accompagnamento all’ export, più laureati in azienda, più manager accanto agli imprenditori». I suoi concorrenti sono Giorgio Squinzi e Andrea Riello. Perché votare lei e non loro? «Sono due ottimi imprenditori, preparati e vincenti. Non faccio appelli al voto dico solo che per governare la Confindustria bisogna conoscere una macchina obiettivamente complessa ed essere disposti a delegare, a creare una squadra, a credere nella discontinuità». La scelta del presidente della Confindustria segue procedure bizantine. Sarebbe disposto a innovare e introdurre il confronto pubblico tra candidati? «Perché no? Tutto ciò che accresce la partecipazione e la trasparenza va favorito. Sarebbe un contributo non solo alle scelte interne ma al dibattito sul futuro del Paese. Un bell’ esempio. Le regole formali però vanno osservate, non si cambiano in corsa, sono una garanzia in una organizzazione dove l’ adesione è totalmente libera e volontaria».

(dal Corriere della Sera)


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