Bilancio delle celebrazioni per il centocinquantenario dell’Unità d’Italia

//   23 febbraio 2012   // 0 Commenti

150 italia 1 300x264L’anno scorso le celebrazioni del centocinquantesimo anno dell’Unità d’Italia ha visto le esaltazioni agiografiche e le rievocazioni oleografiche sprecarsi, anche perchè cadeva in un momento politico in verità assai interessante per le sorti future del nostro Stato.
Da ogni parte si sono fatti convegni e cerimonie e sono stati versati litri di inchiostro su riviste e quotidiani, ma nessuno, ci pare, (nemmeno da parte di coloro che dicono di essere schierati su posizioni antisovversive) ha saputo, o voluto, considerare il processo unitario per quel che realmente rappresentò e significò nel contesto della secolare lotta delle idee, che in quel tempo si andava combattendo tra le forze della sovversione e quelle della Tradizione.
Noi oggi che quelle celebrazioni sono terminate, vorremmo soffermarci proprio sul significato ideologico del processo unitario e sulla colorazione che hanno assunto, di conseguenza, le succitate celebrazioni.
Insomma cosa significò ed ancora ora cosa significa l’Italia unita per certe forze politiche, che, ieri, operavano dietro le quinte della storia ed oggi si sono manifestate alla ribalta, non essendo più nessuno capace di contrastarle e contenerle efficacemente e validamente.
Roma capitale segnò, ad esempio, la fine del processo di unificazione nazionale che, iniziatosi e sviluppatosi nei primi decenni del secolo decimonono non solamente con le guerre di indipendenza, ma anche e soprattutto con i moti liberali e democratici, che erano esplosi nei singoli stati italiani, si concludeva clamorosamente con la caduta del potere temporale dei Papi.
Con Roma capitale, d’altro canto, finì l’assalto metodico e puntiglioso, alle volte sotterraneo ed occulto, altre volte palese e diretto, delle forze giacobine, atee e democratiche contro le ultime roccaforti dei principi tradizionali di gerarchia, ordine, autorità, onore e fedeltà; e simultaneamente iniziò prima il dilagare e l’affermarsi incontrastato delle dottrine del terzo stato, il costituzionalismo, il liberismo e la democrazia e poi l’attacco frontale alla società tradizionale ed alla religione di quelle del quarto stato, il socialismo ed il comunismo.
E’ inutile ripetere, ancora una volta, in questa sede, che non si pensa neppure mettere in discussione l’unità d’Italia in quanto tale (fatto, invero, necessario, indispensabile ed improrogabile) quanto piuttosto le basi culturali ed ideali sulle quali tale unità fu realizzata. Un’unità, che è bene ripeterlo, era voluta da tutti, anche dai sovrani borbonici, anche dai controrivoluzionari come Solaro della Margarita, anche dai pensatori tradizionalisti come Joseph Maistre, il quale, a proposito dei moti per l’indipendenza, esclamerà, riscuotendo, per questo, le simpatie dei neoguelfi: «Cosi tutti i popoli si sono accordati nel porre in primo piano tra gli uomini grandi quei fortunati cittadini che ebbero l’onore di strappare il loro paese al giogo straniero. Eroi se riuscirono, martiri se fallirono, i loro nomi attraverseranno i secoli».
In sostanza, quello che si temeva, da parte dei sostenitori «del trono e dell’altare», era che l’unità si facesse non per l’unità fine a se stessa, ma per affermare quei principi egualitaristici e sovversivi propri della rivoluzione francese ed a totale vantaggio delle logge massoniche.
E che questi timori fossero fondati lo dimostra, se ancora ve ne fosse bisogno, e lo conferma uno storico che certamente non può essere tacciato di simpatie a favore dei conservatori e che è noto a tutti essere stato di orientamento liberale, Adolfo Omodeo, il quale nei suoi «Aspetti del Cattolicesimo della Restaurazione», parlando dell’atteggiamento dell’Austria nei confronti di Murat, scrive: «neppure l’Austria, che voleva consolidare la sua egemonia nella penisola, poteva convenire la presenza nella penisola di quel re (Murat n.d.r.) che da un momento all’altro poteva mettere fuoco alle polveri col programma alimentato dalle logge massoniche, “dell’Italia unita”; e poi ancora, Murat per difendersi dalla Restaurazione: «rispose preparando una contrapposta levéé de bocliers, una vasta cospirazione nelle logge massoniche di tutti i malcontenti della Restaurazione col programma dell’Italia unita». Perciò nessuno nasconde più che il tema, il mito e la bandiera dell’unità d’Italia non furono altro che la molla per muovere ambienti ed uomini in funzione antitradizionale, che, altrimenti, non si sarebbero gettati in un’impresa, che per quei tempi ebbe un indubbio carattere di sovversivismo.
Del resto, non vi sarebbe più la ragione perchè si debba nascondere o travisare il motivo fondamentale che dette luogo alla unificazione d’Italia. Infatti, tutte quelle forze che operarono, ieri, dietro le quinte, oggi, con l’avvento della tecnocrazia, sono uscite allo scoperto.
La verità è che da quel momento e per la prima volta nel corso degli ultimi secoli si apriva una crisi tra lo Stato italiano e la Chiesa che non solo avrebbe sottratto allo Stato una gran massa di energie cattoliche, ma creava una questione che si sarebbe riproposta ad ogni governo italiano come un’insormontabile impasse che sarebbe stata superata soltanto dopo circa 60 anni, nel 1929, con i patti Lateranensi, che chiudono la questione romana definitivamente e dignitosamente tra lo Stato e la Chiesa.
La Chiesa vede soddisfatte le sue ragioni di principio e si accorge che lo Stato ha superato quasi del tutto le sue pregiudiziali anticlericali e filomassoniche, ponendosi sullo stesso piano della Chiesa per quanto riguarda il rifiuto delle tradizioni giacobine.
Lo Stato italiano, e per esso il fascismo, pur non rifiutando del tutto la tradizione liberale (e questo secondo noi fu una delle insufficienze del regime), che aveva portato all’unità ed alla presa di Roma, respinge i miti della rivoluzione francese e tutto l’impianto ideologico che aveva dato vita ai moti unitari, coltivando l’idea che la presa di Roma era stata una necessità, affinché l’Italia potesse avere un ubi consistam a cui riferirsi, delle tradizioni a cui ancorarsi, delle vestigia di un passato seppur lontano, che solo a Roma si potevano ritrovare; e suggerendo l’idea che perchè Roma assolvesse con dignità ai suoi compiti di grandezza religiosa ed anche politica era necessario che avesse come interland non un piccolo Stato, ma una grande nazione, con un grande popolo ed un grande stato così come i tempi richiedevano.
Ambedue gli Enti ormai si reggevano sugli stessi principi culturali ed ideologici, salvo poche eccezioni; i principi egualitaristici e democratici che nel risorgimento li aveva contrapposto, furono soppiantati dai principi di autorità e gerarchia.
Con la conclusione dell’ultima guerra mondiale, invece, essendo riemerse tutte quelle forze, che erano state per 20 e più anni imbrigliate se non eliminate, rifece capolino da parte dello stato italiano, che aveva costituzionalizzato gli accordi del Laterano, l’interpretazione democratica del risorgimento e della Presa di Roma; e si parlò di secondo risorgimento a proposito della resistenza (non con tutti i torti) e si dette la prevalenza non più al momento politico unificatorio della presa di Roma, ma al momento ideologico egalitarista ed antitradizionale.
La stessa Chiesa iniziò a rivedere le sue posizioni, a fare l’autocritica, ad adeguarsi al mondo che la circondava, mettendo in ombra i principi per i quali si ora battuta nei secoli precedenti. E questo processo di revisione è giunto a tanto che, proprio in occasione delle celebrazioni commemorative dei 150 anni dell’unità d’Italia si sono visti alti prelati esaltare il processo unitario senza un minimo distinguo e senza alcuna riserva sulle basi culturali ed ideologiche che lo avevano caratterizzato.
In effetti si è verificato nel corso dell’ultimo mezzo secolo del Novecento, dal punto di vista delle idee, una vera e propria frana in senso sovversivo.
Nel 1870, infatti, lo Stato italiano era pregno di impostazioni anticristiane ed antitradizionali, mentre la Chiesa restava ferma, solida ed irremovibile sulle sue posizioni antiliberali ed antidemocratiche. Nell’ultimo scorcio del secolo scorso invece, la Chiesa «si adegua» ed assume la stessa Weltaschauung. che prima, in ogni modo, aveva, cercato di combattere.
Ecco perchè la celebrazione dell’anno scorso ha visto uniti ed in pieno accordo i rappresentanti dell’una e dell’altra parte; trascurando quello che in realtà l’Italia e Roma avrebbero potuto e dovuto rappresentare per gli italiani e per i cattolici.
Tutto questo perchè ci troviamo di fronte ad uno stato che trova la sua legittimità non dall’alto e che intende essere solamente un’amministrazione di beni e di interessi materialistici, giammai rappresentare un’idea superiore e trascendente. Tutto questo perchè ci troviamo di fronte ad una parte della Chiesa, che intende essere sempre meno cattolica e romana e sempre più democratica e popolare; tanto da diventare, in questo sì, sempre più «conciliante» e «sensibile alle esigenze del mondo e della società».
Per tutte queste ragioni abbiamo sempre letto il processo unificatorio italiano, che prima o poi doveva pur avvenire, (ma non è detto che era necessario avvenisse e si compisse sulla base di dottrine che non hanno nulla di «romano» e tantomeno di «cattolico») come una fase dell’immane, secolare scontro, di due dottrine, di due concezioni del mondo: quella tradizionale e quella sovversiva.
Sarebbe stato bene, perciò, prima di tuffarsi a capofitto in indiscriminate celebrazioni che si fosse operata una distinzione e si fossero giudicati quegli avvenimenti per quel che in realtà sono stati e per quello che hanno rappresentato o rappresentano per la storia della nostra nazione e soprattutto per la storia della battaglia delle idee che da secoli si sta combattendo tra le forze del caos (disordine) e quelle del cosmos (ordine).
Si consideri, quindi, senz’altro positiva l’unità d’Italia e con essa la presa di Roma nella misura in cui questi avvenimenti vollero significare e significano per noi il tentativo di unificare più genti aventi la stessa lingua, la stessa religione, le stesse tradizioni in un unico stato e quindi in un’unità di forze e di destini che abbiano un disegno storico da realizzare, una idea, come si diceva una volta, imperiale da affermare,
Si consideri, però, senz’altro negativa tutta la vicenda, se si esamina dal punto di vista «delle idee che muovono il mondo»; ed in questo caso non possiamo esimerci dal constatare che coloro che vollero l’unità non erano altro che agenti, spesso inconsapevoli, del movimento antitradizionale, operante sul piano internazionale, contro il quale anche noi ci saremmo battuti.
L’unitarietà e la sintonia che sono emerse dalle celebrazioni dei 150 anni non significano, dunque, che si sia ripristinato l’antico rapporto organico tra Stato e Chiesa e tantomeno che lo Stato abbia rinunciato alle sue prerogative giacobineggianti, convertendosi ed abbeverandosi ai principi della Chiesa di Pio IX, di Leone XIII, di Pio XII, di Giovani Paolo II e di Benedetto XVI.
E che questa valutazione sia la giusta lo dimostra il fatto che tutte le celebrazioni dell’anno scorso sono state caratterizzate dalle forze laiciste e radicali.
Invece noi avremmo preferito, ad esempio, almeno una messa per ricordare tutti indistintamente i protagonisti di quel periodo storico; i bersaglieri caduti per prendere Roma ed i soldati pontifici caduti per difenderla; i martiri caduti per l’unità d’Italia in buona fede ed i legittimisti caduti in nome del loro re e della loro religione; l’intellettuale liberale che si immolò volontario nelle guerre di indipendenza e per il contadino borbonico e i giovani alfieri che, seguendo il loro re a Gaeta, morirono senza alcun riconoscimento.
Solo in questo modo si sarebbero potute evitare le speculazioni di parte e si sarebbe potuto inserire tutta la vicenda dell’unità d’Italia nel solco di una tradizione sicuramente antisovversiva che affonda le sue radici nella storia d’Europa e che ha i suoi fondamenti nei principi di onore e fedeltà. Una tradizione che da questi avvenimenti, invece che distrutta e vilipesa, sarebbe stata rinvigorita ed attualizzata, perchè fecondata dal sangue di tutti gli eroi ed i martiri caduti sulle due barricate. Vincitori e vinti insieme.

Riccardo PEDRIZZI
www.riccardopedrizzi.it


Articoli simili:

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *