SOS per il credito alle imprese

//   9 dicembre 2011   // 0 Commenti

credito banche 300x246Quando, prima dell’estate, quindi in una riunione non più tanto recente della Consulta delle imprese del Lazio, alla quale parteciparono ABI (le banche), ANIA (assicurazioni), Confindustria, Confcommerico, Federlazio, Confagricoltura ed altre associazioni di categoria, auspicai e sollecitai un’accellerazione dell’attività ed un maggior impegno di questo organismo “inventato” intelligentemente da Luigi Abete, perchè mi sembrava ormai chiaro che ci sarebbe stata a breve una forte ed inevitabile stretta creditizia per le PMI, il presidente Abete mi definì pessimista.
I fatti, purtroppo, in questi giorni mi stanno dando ragione.
Non ci voleva, infatti, la sfera di cristallo per intravedere quello che sarebbe successo di lì a poco nel sistema creditizio italiano e nemmeno bisognava essere un aruspice (era il sacerdote che nell’antichità traeva presagi dall’esame delle viscere degli animali sacrificati n.d.a.) per prevedere quali sarebbero state le conseguenze sull’economia reale italiana, in genere, e sul tessuto delle piccole e medie imprese (PMI), in particolare.
Del resto la genesi e la dinamica della crisi, che ci ha investito come uno tsunami, erano orami evidenti da tempo e bastava un minimo di ragionamento per prevvederne gli esiti.
Come noto la crisi era partita come crisi finanziaria di banche e assicurazioni statunitensi, incappate nella bolla speculativa dei mutui subprime, che poi si era estesa al resto del mondo. Perciò gli Stati erano stati costretti ad intervenire con miliardi e miliardi di dollari ed euro: i governi europei hanno sborsato 1.931 miliardi. Solo nel periodo ottobre 2008 e dicembre 2010: la Gran Bretagna 295 miliardi di euro, la Germania 282, la Francia 141, l’Irlanda 117, la Spagna 98, zero l’Italia. Negli Stati Uniti il Tesoro americano ha dovuto immettere nel circuito finanziario bancario 2791 miliardi di dollari. Ed è così che il debito pubblico americano è salito al 100% del PIL e quello degli Stati europei è lievitato di almeno 20 punti.
E’ chiaro, dunque, che i salvataggi delle banche hanno trascinato nei guai i debiti sovrani, che, a loro volta, ora stanno creando problemi per tutte le banche, anche quelle italiane fino ad ora rimaste indenni.
Questo anche perchè alla situazione patologica della crisi si sono aggiunte le cervellotiche ed incongruenti decisioni dell’EBA (European Banking Autority), l’autorità bancaria europea che intende fare pagare agli istituti bancari italiani il conto più salato, prevedendo che l’aumento del Core Tier 1 Ratio (l’indice di solidità patrimoniale) passi dal 7% al 9% e fissando nuovi criteri per il calcolo dei requisiti patrimoniali che prevedono la valutazione a prezzi di mercato dei titoli del debito pubblico.
Con queste nuove regole – che rappresentano una tragedia per le nostre banche che detengono nei loro portafogli 160 miliardi di titoli del debito pubblico nazionale, gli istituti italiani sono chiamati a ricapitalizzarsi per oltre 14 miliardi di euro, in un momento difficile per il reperimento di nuove risorse per aumenti di capitale.E così entro il giugno 2012 Unicredit avrà bisogno di 7,4 miliardi, Monte Paschi di 3,1 mld, Banco Popolare di 2,8 mld ed Ubi Banca 1,5 mld.
Le banche italiane verranno così penalizzate paradossalmente per la loro buona tenuta durante tutta la crisi e per l’essersi attenute al tradizionale e prudente modello di banca commerciale, mentre l’Eba, guidata da un italiano (SIC!), Andrea Ernia, chiede alla Francia solo uno sforzo di 8,8 miliardi, nonostante gli scandali e lo spettro di insolvenza di Credit Agricol, Bpce, Société Générale e BNP Paribas ed alla Germania un esborso di appena 5,1 mld, pur avendo registrato grandi problemi colossi come Deutsche Bank, Commerzbank, Hypo Real Estate Holding, WestLB e altri istituti locali.
Secondo queste nuove norme i titoli italiani detenuti dalle banche italiane sono considerati “tossici”, mentre i titoli veramente “tossici” (i subprime) detenuti dalle altre banche europee vengono considerati “buoni”. Inoltre sempre l’Eba consente alle banche tedesche e, in parte, alle francesi di rivalutare le loro obbligazioni pubbliche così da compensare le perdite su quelle greche, che detengono in grande quantità, di fatto già in default.
Per le banche italiane, che invece sono prive di titoli greci, ma piene di titoli domestici, può essere questo il colpo di grazia.
E così le banche francesi e tedesche potranno compensare le minusvalenze generate dai titoli in portafoglio degli Stati periferici come Grecia, Portogallo, Irlanda ed Italia con le plusvalenze dei loro Oat e Bund.
La verità è che le nuove regole sono state sostanzialmente dettate dal “direttorio franco-tedesco”, senza che vi sia stata una reazione ferma e determinata da parte del Governo italiano e nemmeno della Banca d’Italia (almeno prima che arrivasse il nuovo governatore Ignazio Visco) che ha continuato a salvaguardare e privilegiare quel mondo bancario che ha fatto della speculazione finanziaria e dei titoli tossici il proprio “core business”, e, viceversa, ha punito chi ha fatto prudentemente banca ed ha sostenuto il debito nazionale al servizio dell’economia reale, del territorio, delle imprese, delle famiglie e della comunità nazionale.
La conseguenza, dunque, è che le nostre banche, come rilevava lo stesso presidente della Consob, Giuseppe Vegas, non hanno più fondi per sostenere le imprese italiane, quelle piccole, quelle medie e persino le grandi, che già in questi giorni sono costrette a pagarsi il credito (quello che c’è ancora) a tassi che arrivano anche al 10,50%.


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