Banche, Npl e condono tombale

//   22 gennaio 2017   // 0 Commenti

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Non è il sistema bancario italiano, come ha detto il direttore generale della Banca d’Italia Salvatore Rossi, ad avere un problema che si chiama Npl, ma è l’intero sistema economico nazionale ad avere un problema del genere.

Ma di quale problema si tratta? Npl vuol dire “non performing loans”, cioè i cosiddetti crediti deteriorati formati da mutui, finanziamenti, prestiti dati dalle banche ai privati e che non vengono restituiti dai debitori incapienti.

Dal punto di vista del direttore generale della Banca d’Italia, il problema dei Npl è del sistema bancario in quanto le banche debbono in qualche modo ripianare le perdite provocate dall’impossibilità di recuperare i prestiti, i finanziamenti ed i mutui dati molto spesso in maniera troppo generosa o troppo disinvolta. Di qui la richiesta di soldi pubblici per salvare le banche sull’esempio di quanto avvenuto negli altri Paesi del mondo occidentale, in particolare negli Stati Uniti. Ma dal punto di vista dell’economia nazionale, quale potrà risultare il beneficio provocato dalla salvezza della banche quando poi queste stesse banche saranno obbligate ad espellere dai lori sportelli e dal circuito produttivo ed economico del Paese una parte consistente del loro clienti?

Il banchiere pensa alle banche. Ed è il suo mestiere. Ma chi pensa che i debitori inadempienti non siano solo quelli numericamente ridotti delle grandi società ma quelli incredibilmente numerosi di un ceto medio posto dall’incalzare della crisi economica nell’impossibilità di onorare i suoi impegni e destinato ad accrescere a dismisura la fascia dei paria senza diritti e senza alcuna possibilità di riscatto della società nazionale?

Nel nostro Paese, grazie ad una legislazione non solo nazionale ma anche europea tutta rivolta a garantire la sopravvivenza degli istituti bancari, chi non è in grado di restituire mutui, prestiti e finanziamenti viene automaticamente espulso dal circuito economico e produttivo. Non può proseguire nella sua attività o iniziarne una nuova, non può avere alcun rapporto creditizio di alcun tipo, non ha bancomat, carta di credito e, naturalmente, non può neppure tentare di compiere un qualsiasi acquisto rateale. È segnato dal marchio del fallimento ed in quanto portatore di questo segno di riconoscimento indelebile è condannato a vivere nel ghetto dei reietti della società civile.

In questo modo molti pagano i loro errori. Ma tanti scontano gli errori di governanti che non hanno saputo né prevedere, né fronteggiare la crisi. E che, comunque, posti di fronte all’alternativa tra il salvataggio delle banche e la rovina dei cittadini, non hanno avuto alcuna esitazione a cercare di puntare sul salvataggio delle prime abbandonando i secondi al loro destino di paria.

La crisi, però, ha prodotto un fenomeno sociale che non può essere ignorato. Il numero dei paria è altissimo. Ed un numero così esorbitante di cittadini espulsi dal circuito produttivo rende impossibile qualsiasi tipo di ripresa. Le banche senza clienti sono destinate a chiudere. Ed un Paese che non riesce a comprendere l’impossibilità di qualsiasi ripresa senza il concorso di tutti i cittadini è condannato a perire.

Salvare le banche non basta. Bisogna salvare anche i debitori inadempienti offrendo loro, come negli Stati Uniti, la possibilità di rigenerarsi. Per ripartire serve il condono tombale.

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