Lo Stato in Calabria c’è. E i calabresi?

//   19 agosto 2011   // 0 Commenti

Francesco Saverio Di Lorenzo Presidente ASSOCIAZIONE CULTURALE ONLUS “CARPE DIEM, nata in Calabria, sodalizio che ha nel proprio DNA la cura della legalità e la crescita civile dei cittadini.
Autore del libro UNA VITA IN PRESTITO – COME D.I.A. COMANDA.

arresto boss 300x200LO STATO IN CALABRIA C’E’! ED I CALABRESI…?

I carabinieri di Paola, nel cosentino, hanno arrestato nel pomeriggio del 17 agosto nella piazzetta di Cetraro (Cs) il boss Franco Muto, detto il «Re del pesce», sottoposto al regime di sorveglianza speciale e costretto a un rigido rispetto della legge. Gli è bastato guidare senza patente, infrazione normalmente banale, per tornare in carcere. Ai militari Muto ha cercato di giustificare la sua uscita accusando un malore motivo per cui stava recandosi in ospedale.

I carabinieri lo hanno accompagnato nel nosocomio dove gli sono stati praticati tutti gli esami del caso, al termine dei quali è stato rinchiuso nel carcere di Paola.

Muto è uno storico mammasantissima della ‘ndrangheta calabrese, coinvolto in numerosi processi, molti dei quali pendenti. Un personaggio presente nei verbali di quasi tutti i collaboratori di giustizia del Cosentino.

Solo qualche giorno prima è stato “scovato” il latitante Francesco Pesce, 32enne presunto reggente dell’omonima ‘ndrina di Rosarno.

L’uomo, latitante dal maggio 2010, era nascosto in un bunker interrato di 40 metri quadri con cucina, bagno e camera da letto, collegamento internet, aria condizionata e impianto di videosorveglianza, scavato nel cortile dell’azienda agricola Demol Sud.

Accusato di associazioni mafiosa e di diversi delitti, è figlio del boss ergastolano Antonino “Testuni” Pesce, detenuto ormai dagli anni ‘80.

Fondamentale per il suo arresto è stata la collaborazione della cugina Antonietta, che ha aiutato gli inquirenti a ricostruire le attività della cosca e il nuovo ruolo del giovane.

”La cattura del latitante Francesco Pesce è un’altra dimostrazione della presenza dello Stato in Calabria…”. Lo afferma il Presidente della Provincia di Reggio Calabria Giuseppe Raffa, il quale esprime soddisfazione per l’ennesimo successo delle forze dell’ordine nella lotta alla criminalità organizzata. «…la cattura – aggiunge – di un giovane che, nella vita di tutti i giorni, ha preferito la protervia ‘ndranghetista allo Stato di diritto con le sue regole che assicurano la civile convivenza. I duri colpi inferti ai clan, non solo con la cattura dei latitanti e le condanne, ma anche con il sequestro e la confisca dei beni avvicinano sempre di più il cittadino alle istituzioni democratiche di cui la gente sente sempre di più la presenza».

Mi aggiungo volentieri alle felicitazioni del Presidente Raffa, sempre attento alle problematiche sociali e culturali del territorio, con il suo bravo Assessore alla Cultura e alla Difesa della Legalità, Lamberti Castronuovo Eduardo, impegnato come non mai a difendere le sane tradizioni calabresi ed a promuovere i valori dei singoli.

Il lavoro da fare è lungo ed impervio.

Vorrei chiedere ai calabresi ci siete? Se si, battete un colpo! Perchè senza di voi, senza l’aiuto, la collaborazione e l’apporto in termini civili di tutti, a braccetto con le istituzioni e le forze dell’ordine o di chi ha la volontà di espletare il proprio mandato con giudizio e coscienza, l’impegno ed il sacrificio diventerà effimero ed episodico, seppure importante, quale può essere la cattura di un latitante, di un boss o l’arresto di un “colletto bianco”.

Nulla cambierà e migliorerà se non si trasformerà la mentalità a volte incomprensibile di chi pensa che la criminalità calabrese sia una lotta a due tra l’ordine costituito e l’antistato per eccellenza. Esiste un altro antistato subdolo e strisciante che si chiama omertà, menefreghismo, disinteresse, poca attenzione per la cosa pubblica, affarismo ed illegalità allo stato puro. Atteggiamenti riscontrabili e perduranti in molte comunità calabresi, dalla nordica provincia cosentina a quella più a sud, la reggina.

Parimenti, non è sufficiente condannare la ‘ndrangheta. Quest’ultima è legata a singoli clan più o meno numerosi ed agguerriti che dettano legge è vero, ma che poco o nulla potrebbero contro una posizione netta e generalizzata dell’intera comunità. Poca cosa sarebbero in fondo contro la volontà del calabrese onesto, deciso e caparbio, come molti, uniti a risollevare le sorti di un popolo fiero e sano.

Un immobilismo non è più consentito, né consigliabile. Attendere oltre significa tarpare le ali ai nostri figli, ai giovani che vorrebbero crescere e maturare confrontandosi con realtà  disponibili ad offrire regole certe e giuste.

Alcune vicende hanno un riflesso introspettivo talmente arcaico ed innaturale da far venire la pelle d’oca. In un paese calabrese, il boss, il reggente della cosca locale, aveva “adocchiato”, come se fosse merce, una ragazza. Lei, sposata e con figli, fu costretta a sottostare al volere dell’energumeno, solo perché questi lo aveva deciso Non è un film, accade anche questo nel 2011, non trenta o cinquanta anni fa.

I luoghi comuni identificano nel carattere calabrese la “testardaggine”. Utilizziamo questo assioma per  respingere al mittente ogni forma di illegalità, ribellandoci a coloro che usurpano la nostra vita e quella dei nostri figli.

Cominciamo col costituire un movimento di opinione, una forma legale e trasparente di contrapposizione civile e consapevole. Non lasciamo sola “ANTONIETTA”.

BATTI UN COLPO SE SEI D’ACCORDO!


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