A volte ritornano

//   13 gennaio 2012   // 0 Commenti

crisi

L’Ufficio studi di Mediobanca ha documentato che i costi dei salvataggi e delle nazionalizzazioni varie delle banche sono costati all’Europa oltre 1.200 miliardi. Il governo inglese alle proprie banche ha dato 1.090 mld di aiuti: solo a Royal Bank of Scotland 448,7 miliardi. Gli Usa hanno gettato nel loro sistema finanziario risorse pubbliche per 2,2 mila miliardi. Lo Stato italiano, invece, non è mai dovuto intervenire per nessuna nostra banca. Eppure nell’elenco dei 29 big mondiali c’è anche UniCredit per la quale, contrariamente alla gran parte delle banche d’affari inglesi e americane, le casse pubbliche non hanno speso un Euro, perchè UniCredit ha fatto già due aumenti di capitale e il terzo è in dirittura d’arrivo.
Questo trattamento, di favore, si fa per dire, nei confronti delle nostre banche è reso possibile perchè secondo l’Eba (l’Autorità, che sovraintende alle banche in Europa) le banche tedesche e francesi hanno nell’attivo a rischio non più del 30% dell’intero bilancio contro il 50% di UniCredit e della stessa Intesa Sanpaolo.
“Basilea 3”, infatti, considera più rischiosa l’attività del credito alle imprese ed alle famiglie che quella speculativa del trading finanziario e, quindi, UniCredit, come tutte le altre banche italiane, deve accantonare in proporzione molto più capitale rispetto alle banche d’affari del Nord europa. Eppure UniCredit, che ha già oggi più patrimonio di Deutsche Bank, si ritrova con un “Tier 1” più basso di tre punti ed è anche nella condizione di essere, secondo queste regole assurde, più debole di Dexia, che è semi-fallita con un “Tier 1” al 13% e di Abs e Cdo, che operano prevalentemente in derivati, quei titoli cioè il cui rischio nessuno è in grado di valutare.
E questo può accadere anche perchè la nostra più grande banca detiene in portafoglio titoli del debito sovrano italiano.
Eppure da noi l’intero sistema creditizio ha una buona capitalizzazione ed un’elevata qualità del capitale; ha un basso livello di leva finanziaria; dispone di un funding stabile (con circa 60% da depositi e obbligazioni) e detiene un basso livello di attività finanziarie in portafoglio. Per giunta il 60% dell’attivo degli istituti italiani è composto da impieghi verso imprese e famiglie ed ha una bassa esposizione verso i paesi in difficoltà, tipo Grecia ed Irlanda.
La verità è che, come disse il presidente dell’Abi Mussari nel corso nella Giornata del risparmio, «la crescita del rischio Italia riflette le difficoltà dell’intera Area dell’euro e la fragile governance della Comunità europea, ma riflette anche il fardello del debito che ci portiamo dietro» e «gli avvoltoi non mangiano solo i cadaveri, ma attaccano anche i piccoli animali e quelli feriti»… «Nella logica cristiana e latina rappresentano il male che attacca e sfrutta l’altrui debolezza e in questo mercato cui si giustifica tutto questo è fuori dai nostri canoni etici».
Sta accadendo che ancora una volta, come già avvenuto per “Basilea 2” (che è stata recepita in Europa mentre è stata completamente disattesa negli USA) “Basilea 3” si pretende venga applicata in maniera generalizzata anche per quelle banche ed assicurazioni che non sono state causa del disastro, che stiamo vivendo, ma alle quali però lo si vuole far pagare. “Basilea 3” così indebolisce le banche italiane rispetto alle concorrenti anglosassoni, svizzere e nordiche che fanno finanza speculativa.
Continuare a non penalizzare chi fa attività finanziarie più pericolose – dal trading finanziario in proprio, ma con i fondi di terzi, alla speculazione sui derivati – permette rendimenti del capitale ben più alti di chi faccia attività creditizia al servizio dell’economia reale. Basta vedere quel che succede in America dove Goldman Sachs promette di non fare più trading finanziario, ma poi costituisce un hedge fund che continua a farlo.
Mentre le banche italiane che continuano ad essere liquide per poter affidare la clientela hanno rendimenti molto inferiori a quelle che fanno solamente finanza d’assalto.
Su tutte queste situazioni anomale le agenzie di rating tacciono, così come non si pronunciano sul fatto che il Regno Unito e gli Usa hanno debiti globali superiori e per giunta mascherati.
La conseguenza di tutto ciò è che Unicredit e Intesa Sanpaolo vengono penalizzati in Borsa proprio perchè sono troppo legati alla clientela minuta italiana.
In conclusione le domande che dobbiamo porci sono: perchè bisogna aumentare gli obblighi patrimoniali per banche le quali, oltre a non aver contribuito allo scoppio della crisi, hanno anche retto meglio al suo impatto? Perchè dovremmo penalizzare i sistemi bancari più tradizionali, cioè quelli più orientati verso i prestiti a imprese e famiglie, che hanno minore probabilità di entrare in crisi? Perchè gli aumenti dei requisiti patrimoniali non dovrebbero essere imposti a quei sistemi bancari che adottano modelli di business non tradizionali e che, dunque, hanno maggiore probabilità di registrare delle crisi?
Forse perchè, come disse qualche tempo fa Giulio Tremonti, con il quale spesso non sono stato in sintonia, è ancora «a piede libero la speculazione e lo sviluppo dei derivati» e «si è fatta la scelta di salvare la speculazione. E in molti paesi il debito pubblico è salito perché è stata fatta la scelta di salvare le banche in conto terzi. Con il risultato che i poveri paesi che hanno dovuto salvare le banche adesso sono loro ad essere biasimati». «Ma – aggiunse l’ex ministro dell’Economia – quando saranno disponibili le slides sull’entità della shadow finance, la finanza ombra, ci si renderà conto che le cose sono ancora quelle di prima. Tornano i bankers, i bonus sono elevati, i derivati aumentano… tutto come prima».

Riccardo PEDRIZZI
Presidente Regionale UCID Gruppo Lazio


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