C’era una volta il Muro di Berlino

//   11 agosto 2011   // 0 Commenti

costruzione muro di berlino 1961

Le autorità comuniste che dominavano con la loro dittatura la Germania dell’Est, allora divisa da quella dell’Ovest che era integrata nel mondo occidentale, decisero di costruire una barriera a Berlino, perché la città era divisa in settori, tra le potenze occidentali. Da una parte la Germania dell’Est, e dall’altra quella dell’Ovest. Le autorità della Germana comunista (Ddr), volevano che cessassero le fughe dei cittadini tedeschi dalla Germania comunista verso quella del mondo occidentale, che confinavano proprio nella città di Berlino. Decisero di costruire una barriera, che in quei giorni d‘agosto del 1961 fu eretta con un vallo di filo spinato lungo tutto il tratto di confine tra le due Germanie, il quale tuttavia era insufficiente a frenare l’esodo drammatico dei cittadini della Ddr verso la libertà, ovvero verso la Germania occidentale, occupata dalle truppe alleate. Cosicchè, fu poi costruito il tristemente famoso vallo, ovvero Muro di Berlino, che rese subito difficilissimo l’esodo di cittadini dal confine della Germania comunista verso la libertà.
Anche i tentativi in muratura, mattoni e calce, finivano per essere sgretolati, e le fughe, sia pure in maniera assai ridotta, proseguirono sino a quando nel 1975 fu costruito il muro di quarta generazione, ovvero un vallo in calcestruzzo resistente a tutti i tentativi di demolizione. E con in cima un grande rotolo di filo spinato, che rappresentava un ostacolo assolutamente invalicabile, anche perché a guardia di quel poderoso vallo furono posti i Vopos, ovvero la polizia di frontiera, con l’ordine di sparare su chiunque osasse salire su quel muro della morte. E infatti, dei 5043 fuggitivi, fra i quali ben 574 militari, che sfidando la morte cercarono di scavalcare quel pericoloso ostacolo, ben 239 furono uccisi, e altri 260 rimasero feriti e presi prigionieri dai Vopos.
muro di berlino la costruzione 2 ap 300x187La polizia segreta comunista, la Stasi che aveva un suo agente in borghese ogni 150 abitanti, riuscì ad arrestare 3221 persone coinvolte nei tentativi di fuga.
Durante quel periodo di dittatura comunista, ci fu una grande corsa verso l’esodo, e gli scambi fruttarono miliardi di marchi ai comunisti che vendevano i permessi di espatrio verso la Germania occidentale, ovvero verso la libertà.
Noi, che negli anni delle due Germanie svolgevamo attività editoriale anti comunista, dopo avere fondato il Fai, Fronte Anticomunista italiano, stampammo manifesti di “MONDOLIBERO” in lingua tedesca, per destinarli all’affissione sul muro della vergogna, manifesti che condannavano duramente il comportamento delle autorità della DDR. Decidemmo di fare una spedizione notturna per affiggerli proprio sul muro di Berlino, vicino alla porta del Brandeburgo. A quel tempo, chi redige questa nota era molto più giovane e pieno di entusiasmo. Siccome gli amici ritenevano pura follia una simile decisione, mi assunsi il compito di andare a Berlino per studiare il punto sul quale apporre i manifesti.
Conclusa l’operazione preliminare della ricerca del luogo, chiesi poi, all’amico indimenticabile, Guido Chiaramonti, di accompagnarmi per andare a compiere l’operazione, ma l’amico inseparabile mi disse tout court: “guarda, io sono tuo amico inseparabile sino a Stoccarda (dove la sua donna lavorava), inseparabile sino a Stoccarda. Da lì, a Berlino andrai tu da solo. Ti attenderò fiducioso qui, in questo albergo, dove a operazione conclusa, se ci riuscirai e non ti arresteranno, magari per chiuderti in manicomio, come ritengo quasi certamente, potrai tornare qui, dove sarò felicemente ad attenderti, o a telefonare al nostro consolato di Berlino per sapere quale fine avrai fatto”.

Giunsi all’aeroporto di Berlino con appena una ventina di manifesti a due colori con la testata di “MONDOLIBERO”, e una sintetica legenda che accusava di assassinio i Vopos, che sparavano su chi cercava di sottrarsi alla dittatura del comunismo. Insomma, la solita sintetica filastrocca nella quale emergeva l’accusa di criminalità politica delle autorità della Ddr.
Era, mi pare, il 18 gennaio, e Berlino era sotto una pesante coltre di neve e un freddo siderale. Mi impensierii per la scarsa adesione dei nastri di carta adesiva causata da freddo, nastri che sostituivano la colla impraticabile in quella circostanza. Mi ero portato un paio di accendini per dare tepore ai nastri, e attaccare così i pochi ma significativi esemplari che m’ero portato appresso.
Ero quasi al termine dell’operazione che effettuai quasi furtivamente anche se le zone che sceglievo erano quasi deserte, quando mi giunsero alle spalle e silenziosamente due persone in abiti civili che si qualificarono polizia del servizio segreto, i quali mi fecero salire su un’auto e mi condussero nei loro uffici rinserrandomi in una stanza deserta e gelata, in attesa dell’arrivo di un interprete. Trascorsero così un paio d’ore, durante le quali effettuarono la mia identificazione e, dopo altra attesa, giunse un funzionario del consolato italiano che ebbe ad apostrofarmi chiedendomi se ero nel possesso delle mie piene facoltà mentali dato che dall’Italia gli avevano detto che ero un giornalista di idee politiche anticomuniste ed che ero il tipo capace di simili “bravate”, e che anche a Innsbruck avevo messo in allarme la città per la diffusione di volantini redatti in tedesco, in cui attaccavamo il bombarolo Kloz che collocava bombe in Alto Adige. L’allarme era stato dato nel timore che avessimo anche noi intenzioni dinamitarde, ma il nostro materiale è sempre stato cartaceo e redazionale.
Oggi, data memorabile di quel muro che separò per anni le due Germanie, e causò tante vittime, noi rievochiamo la repressione omicida dei comunisti tedeschi di quel tempo contro i cittadini che volevano fuggire dalla dittatura della Germania dell’Est, e ci inchiniamo alla memoria di tutti coloro che nel tentativo di attraversare quel confine criminale caddero in nome di una libertà che non riuscirono a raggiungere.


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