«Senza flessibilità nel lavoro l’Italia non ha speranze»

//   1 dicembre 2011   // 0 Commenti

dominick salvatore

di Massimo Degli Esposti

Dominick Salvatore è uno dei più ascoltati economisti del mondo. Nato a Napoli, emigrato in Usa a vent’anni, dice «noi» sia che parli degli italiani sia che parli degli americani. Ma se dovesse scommettere, scommetterebbe sull’Italia e perfino sull’Europa. Pensa che entrambe, alla fine, si salveranno. Ma sarà la sfida del secolo, qualcosa di simile a una guerra. E accogliendoci così — «Ho 71 anni e in pensione non ci andrò mai, mia madre ne ha 96 e lavora ancora» — mette subito in chiaro quali siano le battaglie da combattere. Senza una riforma delle pensioni l’Italia non va da nessuna parte; senza flessibilità del lavoro nemmeno; tantomeno senza contratti di lavoro alla Marchionne. Quanto all’Europa, alla fine dovrà ingoiare l’idea di una Banca centrale fornitrice di liquidità illimitata, come lo è la Fed Usa, e un patto di stabilità così stringente da togliere sovranità ai Paesi con i bilanci canaglia.
Professore, volevamo chiederle dell’America…
«L’America è bloccata, ha perso l’entusiasmo. Non può permettersi stimoli fiscali: in due anni il debito è salito dal 60 al 100% del Pil e con un deficit che viaggia al 8-9% il trend è terrificante. Eppure scivola pian piano verso la recessione; rischia la fine del Giappone, che ha perduto tutto l’ultimo decennio. Per questo guarda con tanta ansia all’Europa».
Una spalla europea?
«Uno stimolo non può che venire dall’esterno. Ma se l’Europa va in recessione, l’America la seguirà. E il 2012 è anno elettorale».
Washington preme, ma cos’altro può fare?
«Poco infatti. Dopo il crac Lehman, la Fed iniettò duemila miliardi di dollari nel sistema finanziario americano e un altro centinaio di miliardi, come si è saputo solo oggi, per soccorrere le banche europee. Le munizioni sono finite. Ora tocca all’Europa. Ma se penso che Trichet, da capo della Bce, ha invece alzato i tassi due volte nell’ultimo anno, già in piena crisi finanziaria, mi sembra di sognare. Però è troppo facile vincere le partite il lunedì».
Siamo al sabato, forse già alla domenica mattina. Come si vince?
«A questo punto in un modo solo: allargando in qualche modo il mandato della Bce perché possa agire per la crescita e non solo contro l’inflazione. Quindi consentendole di essere acquirente di ultima istanza di tutto il debito europeo. Prima, però, ci vuole la garanzia che gli Stati non ne approfittino per mollare sul rigore. In America lo chiamiamo game of chicken: vince l’ultimo che salta dall’auto prima del burrone. Un gioco molto, molto pericoloso».
Potremmo finire nel burrone entrambi?
«Infatti, i mercati avvicinano il burrone ogni giorno che passa. Finora ogni misura adottata dall’Europa avrebbe risolto la crisi della settimana precedente, ma non basta più a risolvere quella presente. E il conto si alza».
L’Italia, comunque, deve fare i suoi compiti…
«Eccome. Compiti difficili: ormai è in recessione eppure deve adottare misure ancor più restrittive. Nel momento peggiore, cioè, deve fare tutto quello che non ha fatto in trent’anni di malgoverno».
Trent’anni?
«Si trent’anni. Negli anni 80 dissi a Cossiga che l’Italia aveva preso una brutta piega. Ma lui mi rispose: spendiamo e accontentiamo tutti, se sale il debito noi l’abbattiamo con l’inflazione, e a quel punto svalutiamo la lira. E via così, mantenendo il potere. Ecco come un Paese, lentamente, va in declino».
Quanto in declino?
«È l’unico Paese industrializzato in cui sia calata la produttività negli ultimi dieci anni; del 30%. È al 45esimo posto come attrattività e immagine nel mondo. I sindacati fanno la guerra a Marchionne se applica in Fiat un contratto identico a quello di tutti i suoi concorrenti stranieri. Le multinazionali non vengono a investire per produrre, ma solo a rubarci i gioielli. Nella moda e nel lusso avevamo superato i francesi e loro sono venuti qui a comprarsi Bulgari, Gucci, Broni».
Monti ce la farà?
«Lo conosco molto bene, sicuramente sa quel che deve fare. Ma se ha accettato un compito così disperato è solo per senso dello Stato».


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